
“Può accadere” – scrive Albert Camus in Riflessioni sulla pena di morte – “che una delle forze
dell’anima si scateni fino a invadere interamente la coscienza; nessun istinto, neppure quello
della vita, potrà allora opporsi alla tirannia di questa forza irresistibile”. Ecco perché –
spiegava lo scrittore francese – il delitto persiste anche là dove esiste la pena di morte:
“perché gli istinti che nell’uomo si combattono non sono, come pretende la legge, forze
costanti in stato di equilibrio. Sono forze variabili che di caso in caso muoiono e trionfano e i
cui successivi squilibri nutrono la vita dello spirito”.
Questa sapiente radiografia dell’animo umano spiega l’origine psicologica delle trasgressioni
più radicali e può spiegare perché il desiderio di morte possa sorgere anche nella mente di
un individuo la cui vita sia finita nel vicolo cieco di una malattia irreversibile, senza nessuna
speranza di guarigione, fonte di sofferenze psicofisiche insopportabili e che sia mantenuta da
trattamenti di sostegno artificiale. E può spiegare perché qualsiasi tentativo di comprimere
questo impulso sia destinato a fallire. Quando un malato terminale abbia preventivamente
redatto, in piena lucidità e secondo coscienza, disposizioni scritte favorevoli al suo
accompagnamento alla morte in presenza di una situazione estrema, quali argomenti si
possono usare per negargli questo diritto? Del resto, che il desiderio di morire per sottrarsi a
sofferenze insopportabili possa scatenarsi fino a “invadere interamente la coscienza” di un
essere umano è in molti casi dimostrato dai numeri Istat, secondo i quali ogni anno in Italia
oltre mille malati terminali, non potendo avvalersi della eutanasia legale, trovano nel suicidio
“l’uscita di sicurezza” dalla loro condizione. L’Istat ci comunica anche le prevalenti “modalità
di esecuzione” scelte dai sofferenti. Fra esse prevale la “precipitazione”, da una finestra o da
un ponte (cfr. Carlo Troilo: https://www.micromega.net/senza-eutanasia-legale-ogni-anno-
il-suicidio-di-mille-malati-terminali/).
Il tema dell’eutanasia è rimasto a lungo “tabù” per varie ragioni. Religiose, in primo luogo: la
vita è un valore assoluto che riceviamo da Dio, che solo può togliercela. Psicologiche: la
morte è un continente sconosciuto, che ci dis – orienta. Scientifiche: la medicina deve
combattere la morte, non darla. Culturali: lo spirito positivista dei tempi celebra la vita e
dimentica la morte. Sul piano etico c’è, ovviamente, un diverso approccio al tema della
“buona morte” a seconda che l’ottica sia confessionale o laica. La prospettiva confessionale
milita per l’assoluta intangibilità della vita (ritenendo vita anche quella di un essere ridotto
allo stato vegetativo, privo di coscienza e perciò di ogni vita mentale e spirituale); quella laica
si apre alla libertà di scegliere di fronte alla sofferenza, come ha argomentato
l’indimenticabile prof. Umberto Veronesi nel suo Il diritto di morire (Mondadori, 2005). Ma il
tema del fine vita, anche per l’avanzata secolarizzazione del costume, si pone ormai a pieno
titolo. L’eutanasia passiva (intesa come sospensione delle cure per cui il paziente può
rifiutare tutti i trattamenti vitali, compresi alimentazione e idratazione) è più o meno
generalmente accettata in Europa. Diverso è il caso dell’eutanasia attiva e del suicidio
assistito. L’Olanda per prima (2002) ha legalizzato questi istituti, seguita dal Belgio e dai
Paesi Bassi. La Spagna ha depenalizzato l’eutanasia attiva nel 2021 (e il suicidio assistito
nel 1995). In Italia, il 15 febbraio 2022 la Consulta ha dichiarato inammissibile il
referendum sull’eutanasia proposto dall’Associazione Luca Coscioni solo per ragioni
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legate alla formulazione del quesito e il tema è ora in Parlamento. In Francia, il 2 aprile
scorso, una Convenzione sul fine vita ha espresso un sì condizionato all’ “assistenza attiva”
nel morire e l’Eliseo si è riservato di presentare un progetto di legge entro la fine della
prossima estate (sul dibattito che c’è in Europa cfr.
https://theconversation.com/us/topics/euthanasie-35190).
Una nuova considerazione del tema sembra ora farsi strada anche nella gerarchia
ecclesiastica. Del resto, fra molti semplici fedeli e sacerdoti la “buona morte” non era tabù
da tempo. Mi piace ricordare, a tale proposito, l’articolo di don Giulio Mignani (ex parroco di
Bonassola – SP) su Domani del 23 dicembre sc. Sospeso a divinis dal proprio vescovo per
essere favorevole ad una legge sull’eutanasia, don Mignani scrive: “la visione del Magistero
della Chiesa, che vorrebbe essere altamente spirituale, la trovo fondamentalmente
materialista, interessata a salvaguardare unicamente la dimensione biologica della vita
umana, andando a trascurare l’interezza della persona e a escludere un aspetto a mio avviso
fondamentale (…), cioè la capacità di libertà e di autodeterminazione”.
Più di recente, un’apertura al tema del suicidio assistito è venuta direttamente dal
Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, Vincenzo Paglia e non si può supporre, per
la carica che egli riveste, che si tratti solo di suggestioni personali, prive di un avallo
pontificio almeno informale. Su Il Riformista del 21 aprile, mons. Paglia ha aperto alla
praticabilità di “una mediazione giuridica che consenta l’assistenza al suicidio nelle condizioni
precisate dalla Sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale: la persona deve essere ‘tenuta
in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di
sofferenze fisiche e psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di
prendere decisioni libere e consapevoli”. Codesta mediazione giuridica sarebbe, per Paglia, “il
maggior bene comune concretamente possibile nelle condizioni in cui viviamo”.
Criticato dai settori più retrivi dell’opinione cattolica (lo dimostrano alcuni osceni commenti
comparsi su la Nuova Bussola), questo di Monsignor Paglia potrebbe essere un primo, ma
decisivo, passo in avanti per giungere a una legge sul tema della buona morte, che a noi pare
un diritto da equiparare ad altri diritti fondamentali della persona, come quelli alla libertà,
alla salute, allo studio, al lavoro, alla casa, ad un equo salario e a tutti gli altri sanciti dalla
Costituzione. La morte, del resto, è un passaggio obbligato, non un tratto accessorio, della
nostra esistenza ed una buona morte dovrebbe esser considerata altrettanto importante di
una buona vita. Vivere non può essere un dovere quando un organismo abbia esaurito il
proprio ciclo vitale. In quel momento una società liberale dovrebbe consentire ad ogni
essere umano di decidere del proprio destino fino, se lo desidera, a rassegnare le dimissioni dal mondo
Giancarlo Lupi

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