Si chiama “scostamento di bilancio” la fuorviante formula magica ultimamente sempre più evocata dalla politica. Una specie di abracadabra da dichiarazione serale ai Tg, molto gettonata da chi non sa dare soluzioni. Bisognerebbe sanzionare queste ipocrisie verbali, chiamandole con il loro nome: nuovo debito da scaricare su figli e nipoti, perché questo e non altro sono gli “scostamenti”. Tanto più che già i bilanci “normali” sono abbondantemente a debito per conto loro.
Ancor prima di pandemia e guerra erano arrivati segnali chiari di una svolta necessaria. Non poteva durare l’era felice dell’inflazione zero, dei micro tassi di interesse, dei miliardi elargiti da Bruxelles e Francoforte.
Oggi l’inflazione viaggia verso le due cifre, la BCE sta per chiudere i rubinetti monetari. E non tragga in inganno la grande cifra del Recovery europeo, perché è in gran parte debito ma soprattutto perché le condizioni per riscuotere i miliardi del Pnrr sono politicamente pesanti, e già scricchiolano da tutte le parti gli impegni che ne conseguono. Qui non ci sono scostamenti accettabili: in alcune materie chiave, o le cose si fanno per davvero o i soldi non arrivano.
Le vecchie abitudini (rinviare, edulcorare, manzonianamente sopire) non reggono più. Si poteva far finta prima, sotto l’ombrello della più straordinaria bonaccia dell’economia mondiale (globalizzazione, multilateralismo e liberalizzazioni, piaccia o non piaccia), ma ora tutto è rivoltato. In tempi di lockdown è scattato un paradosso: a star meglio sono stati quelli in fondo alla scala, come pensionati e dipendenti pubblici, perchè a reddito garantito. Alcune categorie hanno visto invece azzerare il loro budget, perchè legate alla mobilità, dall’auto al turismo, al tempo libero. Ha prosperato il colosso Amazon, hanno chiuso i bar. I grattacieli degli uffici sono diventati monumenti inutili, svuotati dallo smart working (e qualcosa resterà). Quanto alla guerra, ha messo a nudo il narcisismo delle politiche energetiche sedicenti virtuose e sta punendo gli imprenditori coraggiosi dell’export, ma anche le miopie egoiste della delocalizzazione selvaggia. La graduatoria dei ricchi e degli impoveriti, dei meritevoli e degli incolpevoli ci restituirà alla fine gerarchie impensate.
Sui conti pubblici, intanto, si sommano due scostamenti reali: quelli dell’ultima stagione spensierata del populismo e quelli dell’emergenza. Quando si faranno i conti finali avremo di fronte cifre gigantesche, con le quali si poteva rivoluzionare l’economia e la società. Poca cosa persino gli sprechi e la propaganda del reddito di cittadinanza e di quota 100, i costi del non fare per i blocchi a Tap, Tav e via dicendo. La pandemia è costata decine di miliardi chiamati “ristori”. Solo per attenuare l’effetto sulle bollette sono stati stanziati negli ultimi mesi 20 miliardi, anche se in parte ricavati dall’ultima formuletta fuorviante, quella degli “extraprofitti”, popolare in un paese che demonizza il profitto, figuriamoci gli extra, anche quando magari vengono da politiche di approvvigionamento lungimiranti.
Stiamo dunque ben attenti a quello che sarà possibile fare in un anno fortemente influenzato da elezioni, e magari decidiamoci a giudicare i comportamenti dei partiti se privilegiano solo la demagogia del momento. Chi ha votato domenica, in Francia e Slovenia, ha messo da parte l’emotività (immigrazione) e persino l’antipatia personale del leader, che da noi ha distrutto carriere, ma ha badato al sodo, con al centro l’Europa e la tenuta del potere d’acquisto. Da noi sarà importante la questione fiscale. Dobbiamo fare una buona riforma del fisco (e delle pensioni), dopo quasi tre anni di lavoro preliminare, ma le elezioni, la lotta interna del centrodestra, l’agonia dei 5S e la conseguente solitudine del PD che ancora insegue Conte, non aiutano. Non ci si decide a disegnare qualcosa di complessivo, che rifletta i cambiamenti intervenuti, e magari smetta di penalizzare il ceto medio, facendo pagare i 41% dell’Irpef al 5% dei contribuenti.
Più in generale, sarebbe ora di smetterla di evocare in astratto Keynes e comportarsi in concreto come Peron.
Beppe Facchetti

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