Siamo al polo opposto rispetto all’iperdemocrazia degli anni 70, quella dei Comitati di quartiere e dei Consigli scolastici che deliberavano sulla guerra in Viet Nam.
I tagli di bilancio, quasi insostenibili, denunciati da tutti i Sindaci, di qualunque colore, e agitati sempre più energicamente da Piero Fassino a nome di tutti, non nascono oggi, anzi il governo ha allentato, con il mezzo permesso di Bruxelles, i vincoli di un patto di stabilità interno che proprio Matteo Renzi ha ripetutamente definito “stupido”.
Ma le origini sono lontane, stanno nell’eccesso opposto, quando – metà anni 70 – i Comuni potevano disporre di risorse a gogò, libero ciascuno di comportarsi in modo virtuoso o sperperare allegramente.
Il patto, allora, non era europeo, ma molto italico. C’era aria di compromesso storico (arrivò nel 1978) , e tra DC e PCI valeva un tacito accordo consociativo. Visto che il governo centrale era debole ma senza alternative (fattore K, equilibrio mondiale che lo blindava), al PCI, molto forte in Comuni e Regioni, fu concessa generosità nella finanza locale, conveniente per tutti. In Parlamento, ci si faceva guerra sui grandi principi, ma poi nelle Commissioni si gonfiava la dotazione degli Enti Locali e si varavano leggi “sociali”, a spese dello Stato e dell’inflazione: baby pensioni, aspirina gratis a tutti, equo canone, blocco dei prezzi.
Su quei soldi si è costruito un welfare italiano molto avanzato, e di cui possiamo anche essere orgogliosi, ma superiore alle possibilità del Paese. Li sono nati il debito pubblico e il suo trasferimento alle generazioni successive. Oggi che l’Europa decide, i Comuni sono l’ultimo anello. Un taglio dopo l’altro, si è arrivati all’osso. Gli amministratori spesso sono veri eroi della guerra al disagio, specie nei piccoli Comuni delle nostre montagne. Il taglio di 10 mila euro fa traballare un bilancio e fa dire di no ad una urgenza. Molti hanno rinunciato ai gettoni e ai magri emolumenti di carica, e non è giusto, non dovrebbero farlo, perché le responsabilità sono enormi e le prediche anti-casta fuori luogo.
Si è chiusa nel frattempo la grande illusione della devolution (alimentata anche dal centrosinistra: errore del titolo V), con un Tremonti che tagliava alla grande la spesa locale, ma per far star buona la Lega annunciava la terra promessa di un federalismo che per fortuna non si è poi fatto, perché sarebbe stato costosissimo. Di quegli errori è rimasta solo l’eredità di un Senato fatto di consiglieri regionali, futuri pendolari inutili dell’autonomismo impotente. Il ritorno centralista di Renzi ha raccattato ovunque le ultime risorse, per evitare gli aumenti automatici già pendenti: non c’è angolo del bilancio che non abbia prestato qualcosa alla copertura degli 80 euro. Per i nostri Comuni, il danno e la beffa. Quando erano ricchi, una licenza edilizia era una speculazione sociale. Diventati poveri, hanno dovuto saccheggiare il territorio per ricavare oneri urbanistici (a copertura di spesa corrente, un crimine!). La crisi ha inaridito questo ruscello. Altro che negare le licenze, sono scese da sole anche di due terzi, lasciando per strada migliaia di imprese edili, e tagliando i bilanci persino dei notai, che fanno meno rogiti. E allora i Comuni al verde (non padano, proprio verde) vendono patrimonio pubblico al ribasso, perché le aste vanno deserte.
La conseguenza è che Cassa Depositi e Prestiti è la nuova regina di denari, e in molti comuni la più grossa operatrice immobiliare ma sul territorio viene meno il ruolo di frontiera sociale del Comune. Che è anzi invitato a mettere nuove tasse, unica beffarda autonomia restatagli.
Insieme al deficit democratico dei moribondi Consigli Provinciali , che devono tagliare un miliardo e lasciar a casa i dipendenti, e di un imminente monocameralismo senza elettori, siamo al polo opposto rispetto all’iperdemocrazia degli anni 70, quella dei Comitati di quartiere e dei Consigli scolastici che deliberavano sulla guerra in Viet Nam.
Nessuna nostalgia per allora, ma si riuscirà mai a trovare un punto di equilibrio? Non stupiamoci se nei Comuni non ci va più la classe dirigente, e ormai la dote migliore di un consigliere o di un assessore non è la competenza e la visione, ma la resistenza all’impopolarità.

A me la cosiddetta ” finanza locale( comunale, provinciale e/o regionale) non pare tanto disperata ma anzi continua ad essere molto allegra ( eufemismo per dire spendacciona e sprecona) visto che le municipalizzate continuano ad aumentare di numero con un numero spropositato di amministratori e consulenti, ci sono le elezioni e si assumono allegramente ( altro eufemismo per dire senza concorso) qualche migliaio di persone da stabilizzare dopo le elezioni, gli appalti ( ovviamente senza gara) continuano a moltiplicarsi come funghi dopo le piogge novembrine. Cosa c’è di disperato? Ahh si taglia la sanità e la scuola…ma che vuoi farci, mancano i soldi!