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Farsi capire questo il problema

Domanda: ma noi parliamo chiaro? Scriviamo chiaro? Una bella autoanalisi non farebbe male.

di Fabrizio Binacchi | 25 Marzo 2019

“Non ho capito, può ripetere?”. E forse non è un di chi ascolta, ma di chi parla o scrive. C’è una profonda verità, ricorrente e assoluta, in quello che ha dichiarato, in una recente intervista al Corriere della Sera, lo scrittore Gianrico Carofiglio quando dice ai colleghi autori “Volete essere letti? Fatevi capire”.

Sembra una cosa scontata ma in questa società dell’eterna e diffusa comunicazione ci facciamo capire sempre meno. Un romanzo avvince se il lettore entra subito, attraverso le parole e le frasi da esse costruite, nella storia e nella narrazione. Così un racconto diventa un pezzo della nostra vita se le sue parole e le sue immagini soni intagliate, forti, chiare, strutturate, calzanti e  incalzanti, insomma vere.

Domanda: ma noi parliamo chiaro? Scriviamo chiaro? Una bella autoanalisi non farebbe male. Federico Scianò, un compianto e bravissimo collega giornalista, divideva i testi che sentiva leggere nei telegiornali in due grandi categorie. Non certo in testi belli o brutti perché questa distinzione è nello stesso tempo oggettiva e soggettiva. C’è un testo sbagliato e un testo giusto e su quello non si litiga.

Ma la vera distinzione, la vera differenza sta in un’altra valutazione: il testo che ho sentito alla radio, in televisione in un video web è “croccante” oppure è “flaccido”? Croccante contro flaccido, diceva Scianò. Cioè una frase croccante contiene  le parole uniche per quel contesto, strutturate e strutturanti, quasi insostituibili per segno e significato. E quindi quella frasi darà un effetto unico, senza ambiguità, senza incertezze, senza problemi di interpretazione primaria. Invece la frase “flaccida” (che impressione l’immagine di una frase flaccida!) è la frase costituita da parole ambigue, modi di dire, stereotipi, luoghi comuni, termini inutilmente complicati, avverbi ingiustificatamente reiterati.

Attenzione: anche io in questo momento rischio di produrre frasi flaccide. Cerco di combattere questa sciagura in due modi: pensando pulito e scrivendo semplice. Ce la farò? Boh, importante è provarci.  Come si dovrebbe fare quando si scrive per migliaia di potenziali lettori o decine di migliaia di potenziali ascoltatori. Mica poco. Guardate che questo problema del farsi capire è, se ci pensate bene,  il problema dei problemi.

Quante polemiche, quante guerre, quante disavventure, quante sciagure si sono consumate solo perché due persone, due gruppi, due parti, due partiti, due Paesi non si sono capiti, non hanno trovato il punto di incontro, l’area di avvicinamento, il contatto che consentiva il compromesso. Usa Corea, Cina Usa, Argentina Gran Bretagna, marito e moglie, fratello e sorella, datore di lavoro dipendente e via elencando. Diceva Giovannino Guareschi indimenticato ed indimenticabile autore del Mondo Piccolo, con protagonisti quei giganti di Peppone e Don Camillo, che lui in fondo usava al massimo duecento parole. Non è proprio così ma il messaggio simbolico c’è tutto: parlare e scrivere con quegli strumenti semplici che incontrano il gusto e la comprensione popolare. E qui si coniugano tante frasi ad effetto che vanno ben soppesate ma che sono spesso una forma per cominciare a riflettere su quanto pensiamo, parliamo e scriviamo complicato. “Parlar chiaro è pensare pulito”. “Non innamorarti di una parola o di una espressione che può diventare un tic”. Per fortuna si sono molto diradati (si dirà diradati a proposito di persone?) quelli che usano l’espressione “nella misura in cui”, che sarebbe da tassare. Mentre sono in aumento, ahimè, quelli che usano come prima risposta alla domanda di un interlocutore l’espressione “assolutamente sì”. Con una successione fastidiosa di “esse”.

Qualcuno  dice anche “assolutissamente sì” che come potete ben capire è da multa linguistica e fonetica. C’è tanto da fare per farsi capire. A volte un gesto e un’occhiata comunicano meglio di una frase o di un ragionamento. Oltre a imparare parlar chiaro bisognerebbe esercitarsi anche nella comunicazione non verbale o para verbale tra gestualità postura, fissazione oculare e pause. Quanto “comunicavano” le pause dei discorsi di un noto politico della Prima Repubblica?! Fammi sentire come parli e ti dirò chi sei, si potrebbe convenire.   Ma anche parlando fammi caprie che mi hai ascoltato: altro grosso problema. Parliamo, parliamo e ascoltiamo poco e niente. E in realtà la prima forma di comunicazione è proprio l’ascolto. Invece non abbiamo abbastanza pazienza, non ascoltiamo e non prestiamo sufficiente attenzione alle riflessioni che ci vengono proposte mentre siamo intenti a pensare come reagire con la nostra parola, subito.

Ammiro quelli che sono capaci di rispondere ad una invettiva, magari sguaiata, con un elegante sguardo del silenzio. Ce la possiamo fare.

Fabrizio Binacchi

Pubblicato in : CornerBlog, EditorialeTag: autori, cina, corriere della sera, datore di lavoro, dichiarato, espressione, gianrico carofiglio, gran bretagna, impressione, intervista, lavoro, mondo, persone, prima repubblica, repubblica, usa, valutazione

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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