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FANATISMI E SPERANZE DI PACE, LA FORZA DELLE DEMOCRAZIE

I due maggiori assilli della geopolitica globale in questa fase sono rappresentati dai conflitti militari e dalle guerre commerciali. Sono fenomeni del tutto incomparabili tra loro, perché li dividono armi e perdite umane, ma strettamente connessi da una logica di potenza, che implica il rischio di involuzione in un’epoca di caos. Eppure, nei giorni scorsi si era aperto uno spiraglio di dialogo, grazie a un’iniziativa unitaria europea e, in particolare, all’intervento della coalizione dei “volenterosi” con la presenza dell’Italia. Dopo il pericolo di un cedimento totale a Putin da parte di Trump, si erano compiuti progressi significativi nella consapevolezza della necessità di serie garanzie per la sicurezza e dell’autodeterminazione dell’Ucraina per la stipula di accordi equi e duraturi di pace

di Amedeo Lepore | 3 Settembre 2025

I due maggiori assilli della geopolitica globale in questa fase sono rappresentati dai conflitti militari e dalle guerre commerciali. Sono fenomeni del tutto incomparabili tra loro, perché li dividono armi e perdite umane, ma strettamente connessi da una logica di potenza, che implica il rischio di involuzione in un’epoca di caos. Eppure, nei giorni scorsi si era aperto uno spiraglio di dialogo, grazie a un’iniziativa unitaria europea e, in particolare, all’intervento della coalizione dei “volenterosi” con la presenza dell’Italia. Dopo il pericolo di un cedimento totale a Putin da parte di Trump, si erano compiuti progressi significativi nella consapevolezza della necessità di serie garanzie per la sicurezza e dell’autodeterminazione dell’Ucraina per la stipula di accordi equi e duraturi di pace. Non si trattava di un approdo, come hanno mostrato le vicende successive, ma della possibilità di innescare uno scenario difficile e inedito per fermare l’invasione russa. Sul versante mediorientale, l’avvio dell’occupazione dell’intera Striscia di Gaza, la scelta di una spaccatura della Cisgiordania e altre stragi di civili inermi, che coinvolgono anche eroici operatori dell’informazione, costituiscono l’inasprimento di un’interminabile tragedia. Si potrebbero scongiurare esodo di massa e stermini, se solo si desse seguito, ad esempio, al piano di tregua proposto dai mediatori arabi, che prevede due rilevanti novità: il disarmo di Hamas e la liberazione degli ostaggi in mano ai terroristi. Il governo Netanyahu, al contrario, ha deciso di anteporre l’opzione più cruenta. In un mondo disseminato di focolai di guerra, che alimentano uno stato di incertezza e minacce per tutta l’umanità, occorre una radicale inversione di tendenza. Secondo l’Università di Uppsala, in un’analisi riportata da Le Grand Continent, il numero di conflitti è raddoppiato dalla fine della “guerra fredda”, passando da 86 nel 1989 a 184 nel 2024. La loro durata è cresciuta ancora di più: dal 1950, quando era mediamente di 5 anni, si è quadruplicata, arrivando a circa 20 anni nel 2021. Le cause di questa escalation sono molteplici, ma la caduta del ruolo degli organismi e delle regolazioni internazionali, oltre al senso di impunità che pervade i responsabili dei conflitti rispetto agli effetti giuridici ed economici che ne dovrebbero inibire l’azione, contribuisce a estendere la logica di guerra sia nella soluzione dei contrasti sia nella volontà di conquista. A questo livello dei problemi dovrebbe ispirarsi una condotta politica lungimirante, in grado di affrontare l’evoluzione degli eventi guardando ai loro sbocchi. Mentre Trump si è rifugiato in “una politica estera dai tratti surreali” e vorticosamente ondivaga – come ha scritto lo storico dell’Università di Toronto Timothy Snyder – Zelensky ha cercato di cogliere risultati plausibili dagli ultimi incontri d’oltreoceano. Il leader ucraino sta provando a ottenere adeguate misure di sicurezza per il futuro e la definizione della questione territoriale con la partecipazione diretta del proprio Paese. Del resto, la posizione russa è frutto di un’oscillazione tra la convinzione di uscire dall’isolamento internazionale senza concessioni sostanziali, come “solo Alessandro III poteva fare” (secondo l’affermazione entusiastica del filosofo ultra-imperialista Alexander Dugin), lo sfinimento di una guerra priva di successi indubbi (la Russia controlla soltanto l’1% in più del territorio ucraino rispetto al principio del 2023), ma piena di perdite umane, e l’inizio di una recessione economica dovuta alle ripercussioni del conflitto. Paradossalmente, vi sono ancora i presupposti, scaturiti da una somma di contraddizioni e calcoli sbagliati, oltre che da azioni positive, per arrestare l’offensiva e intraprendere un percorso diverso, ma un compito essenziale spetta a una nuova Europa politica, anche se a più velocità. Pure il quadro mediorientale è condizionato dagli squilibri di fondo che derivano dal declino delle istituzioni globali. In questa situazione critica, caratterizzata da brame egemoniche e atroci operazioni belliche, emerge la possibilità di rompere la convergenza tra forze massimaliste di distinta origine. Una lettura interessante è fornita da Shlomo Ben-Ami, ex ministro degli esteri israeliano, che su Project Syndicate ascrive tra le cause della “tragedia di proporzioni bibliche” in atto a Gaza “le allucinazioni messianiche di Israele, Hamas e degli evangelici cristiani americani”. Infatti, una “teologia politica” apocalittica capace di individuare in ogni guerra una fase di espiazione, in cui “il potere del Messia si risveglia” e guida il comportamento di una parte di Israele, sovrastando “le regole o i valori dell’umanità”, si combina, in una strana commistione ideologica, con la visione degli evangelici statunitensi, che vedono “la guerra a Gaza come un catalizzatore per la realizzazione del loro piano divino” e con l’assioma di Hamas, che “anela alla guerra e all’autodistruzione come unica via di redenzione”. Questa somma di fanatismi politico-religiosi influenza drammaticamente le sorti dello scontro in terra palestinese, ma può anche risvegliare finalmente le coscienze e gli interessi delle forze moderate e riformiste, sia arabe che occidentali (comprese quelle israeliane), per costruire un fronte di pace e di sicurezza in questa parte del mondo. In sintesi, le guerre in atto contengono in sé il rischio di una degenerazione globale, ma per la loro stessa insensatezza e pervicacia possono generare anticorpi diffusi e favorire fenomeni sempre più ampi di reazione democratica.

Amedeo Leopore

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: Cisgiordania, conflitto palestinese, conflitto ucraino, putin, Russia, Ucraina, usa

Info Amedeo Lepore

Professore Ordinario di Storia Economica presso il Dipartimento di Economia dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove è titolare dei corsi di Storia Economica, di Storia dell’Impresa e della Finanza, di Evoluzione del Capitalismo, delle Tecnologie e della Finanza. È docente di Storia dell’Economia e dell’Impresa alla Luiss Guido Carli di Roma. Ha svolto insegnamenti in diverse Università italiane e straniere. È componente del Consiglio di Amministrazione e della SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno). È socio dell’Accademia Pontaniana, nella Classe di Scienze Morali. Fa parte di Comitati scientifici e di Redazione di varie riviste nazionali e internazionali. Ha ricevuto riconoscimenti internazionali per la sua attività di studio e di ricerca. Ha pubblicato volumi e saggi, in Italia e all’estero, su temi riguardanti la storia economica italiana ed europea; la storia d’impresa, della contabilità e del marketing; la storia del pensiero economico. I suoi attuali ambiti di ricerca riguardano la storia dell’economia euro-atlantica, il processo di globalizzazione nei suoi vari aspetti, l’impatto sull’economia della pandemia di Covid-19, l’evoluzione dell’impresa, la storia del dualismo economico italiano. Ha svolto anche ruoli istituzionali legati alle sue competenze economiche, da ultimo come Assessore alle attività produttive della Regione Campania.

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