Siamo consapevoli che quanto stiamo per scrivere abbia una valenza controcorrente se non assolutamente impopolare, ma in realtà è solo il risultato di una meditata riflessione condotta sulla base di uno spirito critico – né distruttivo né di parte, semplicemente analitico – che oggi sembra essere lo strumento meno utilizzato nel nostro paese.
Lo svolgimento dei lavori della Conferenza nazionale sulla famiglia, con relativo corollario di commenti, interventi e contributi, ha definitivamente portato a galla inquietanti interrogativi che già da qualche tempo ci accompagnano e che riguardano non solo l’approccio teoretico che oggi viene applicato al tema della famiglia, ma anche l’uso di certe argomentazioni che provengono da un passato di non felice memoria che credevamo quantomeno superato.
La mancanza, o comunque la sporadica applicazione, di una concreta politica di sostegno alla famiglia, intesa come nucleo fondante di un tessuto sociale e civile, è certamente responsabilità di tutte, e ripetiamo tutte, le forze politiche di questo paese, che nel corso degli anni possono aver cambiato nome, collocazione ed obbiettivi, ma di fatto sono sempre quelle. Per questo fa ridere, in quest’ottica, la strumentale posizione critica del centrodestra che non ha fatto assolutamente nulla, come gli altri, ma pensa anche di potersi ergere a giudice degli errori altrui, colpevolmente condivisi.
Se la famiglia non si sente tutelata, dunque, e decide di scendere in piazza per attirare l’attenzione su questo problema, indubbiamente ciò attiene ad un primario principio di democrazia liberale che consente ai cittadini di rivendicare il proprio diritto ad essere ascoltati. Ma qui nascono e si palesano tutte le putrescenti contraddizioni di un paese che, nella sua interezza – ovvero cittadini, istituzioni, media, enti religiosi ecc. – è del tutto incapace di affrontare un problema positivamente e costruttivamente. La famiglia, oggi, è una sorta di bandiera ideologica “contro” – il fedele ritratto di uno scontro che si consuma a tutti i livelli nella totale incapacità di essere “per”.
Se Pezzotta, nel suo discorso sul palco del Family Day, dichiara che quella manifestazione è contro i Dico, di fatto denuncia, suo malgrado, una debolezza profonda che sta nel ritenere il riconoscimento di diritti di una minoranza una forma di sottrazione ai danni della famiglia, con ciò drammaticamente evidenziando la cecità, l’ottusità ma, soprattutto, la grave parzialità della visione d’insieme della società italiana in tutte le sue componenti. Se Mons.Bagnasco dichiara che il Family Day è espressione della società civile, ripropone lo stesso genere di approccio “di casta”, con ciò sottintendendo che chi oggi non appartiene ad un nucleo familiare sia qualcosa d’altro, una sorta di corpo estraneo, un appartenente ad un altro genere di società – quale? – in definitiva un alieno nel proprio stesso paese. Se Rosy Bindi alla Conferenza nazionale sulla famiglia dichiara che la famiglia è solo quella che fa figli, enuncia di fatto una discriminazione – nel senso letterale del termine – che, oltretutto, comporta una seconda grave conseguenza: chi non fa figli NON è un soggetto giuridico, NON è un soggetto sociale, NON è oggetto di riconoscimento e tutele, NON è, a tutti gli effetti, persona di cui ci si debba occupare.
Ci sembra che già da questa lettura emergano preoccupanti motivi di riflessione, ma andiamo oltre.
Il tema rovente della Conferenza – ma già prima del Family Day – è stato la politica fiscale applicata alla famiglia: fin qui, nulla da dire, siamo indietro anni luce rispetto a paesi come la Francia dove il concetto di quoziente familiare è da lungo tempo una realtà. Ciò che invece sgomenta, già dalla manifestazione di Piazza San Giovanni, è l’affermazione che i single debbano essere gravati da un maggior carico fiscale per poter agevolare le famiglie, quelle che fanno i figli, per intendersi. E perché mai?! Perché una persona che conta solo sulle proprie forze e sostiene le stesse spese degli altri – affitto/mutuo, utenze, generi alimentari, medicinali ecc. – deve “pagare” per chi ha fatto scelte diverse?!
Ecco, una parola fondamentale ma totalmente assente dal dibattito sulla famiglia è proprio scelta, in tutte le sue accezioni. Alla Conferenza nazionale hanno preso la parola persone sicuramente degne che hanno sei, otto, persino undici figli a carico: benissimo, è una loro scelta, nessuno li ha costretti e certo tutti dobbiamo rispettarli. Ma perché chiedono che chi vive da solo – per una scelta, diversa ma, crediamo, altrettanto rispettabile – si debba fare carico del loro entusiasmo procreativo?! Già sentiamo, a questo punto, arrivarci addosso le accuse di egoismo, di incapacità di capire e sostenere il bisogno di natalità, di relativismo etico – bene, risparmiatevele. Perché in uno stato equo, in una democrazia funzionante, una classe politica che ci costa il quadruplo della media europea dovrebbe essere perfettamente in grado di progettare ed applicare una politica fiscale che sostenga chi ha 11 figli senza strangolare ingiustamente chi invece non ne ha. Ma, soprattutto, dovrebbe rendersi conto di quanto sta accadendo: perché il riconoscimento del matrimonio come unica, forma accettata di famiglia, le politiche per l’incremento demografico, la maggiore tassazione dei celibi, questo paese le ha già vissute, per la precisione nel Ventennio fascista. Fa male dirlo, e ancora più male fa scriverlo, ma non possiamo sottrarci a questo tremendo deja-vù che ci attanaglia e che vede nell’alleanza Stato-Chiesa – non a caso sancita da Mussolini con il Concordato – un ritorno ad una visione della società rigida, illiberale e costrittiva che mai avremmo pensato di ritrovare nel terzo millennio.
Non desideriamo ricorrere a toni apocalittici, né tantomeno ad un qualunquismo post-resistenziale che di certo non ci appartiene. Semplicemente, desideriamo chiederci perché in questo paese si pratica sempre di più una conventio ad excludendum che, di fatto, comporta una visione miope, riduttiva ed intollerante di una realtà sociale che invece, lo si voglia o no, è multiforme e nasce da esigenze, bisogni e sentimenti diversi. Un processo omologante non può in alcun modo portare ad un progresso sociale, al contrario qui si sta alimentando uno scontro fra “diversi” che oramai coinvolge tutti, perchè il “diverso” non è solo il gay o la lesbica, il “diverso” è il single, il “diverso” è senza figli, il “diverso” è colui o colei non omologabile all’unica categoria socialmente accettata. Se questo è il paese che vogliamo, allora possiamo pure arrenderci. Altrimenti – altrimenti ricominciamo a ragionare su un valore fondante, quello della SCELTA.
Può oggi una libera, motivata, legittima SCELTA avere diritto di cittadinanza nel nostro paese?! Ricominciamo da questo interrogativo, che investe tutti i livelli della nostra vita privata e pubblica – perché scegliere significa anche poter esprimere una preferenza sulla scheda elettorale – ed allora saremo in grado di smettere di essere “contro” e di cominciare, finalmente, ad essere “per”.
Chiara Boriosi

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