La partita per il Quirinale deve ancora formalmente cominciare che già sta assumendo aspetti surreali. Assolutamente onirico è il sogno di poter salire al Colle che sta coltivando Silvio Berlusconi, e che i suoi alleati perfidamente alimentano ben sapendo che alla sua età (85 anni compiuti un mese fa) e con la sua storia, l’ipotesi che diventi Capo dello Stato semplicemente non esiste. Ma la vicenda è illuminante della condizione del centro-destra, nel frattempo diventato destra-centro nonostante l’ostentata superiorità del Cavaliere, e quindi vale la pena di guardarci dentro da vicino. Ed è ricca di fantasia anche la telenovela che accosta o allontana Mario Draghi dalla presidenza della Repubblica, in particolare laddove si attribuiscono a vari soggetti (o i medesimi si auto-attribuiscono) ruoli e spazi decisionali inesistenti, o che al massimo sono quelli di pure comparse. In particolare, sta diventando ridicola la dotta discussione che divide analisti e osservatori tra coloro che ritengono indispensabile che Draghi resti a palazzo Chigi (almeno) fino al 2023 e coloro che invece lo vogliono successore di Sergio Mattarella. Ma anche in questo caso sotto lo spesso strato di gossip, c’è materia che vale la pena di analizzare. Andiamo con ordine.
Matteo Salvini e Giorgia Meloni sono usciti politicamente sconfitti dalle elezioni amministrative. Non tanto, quindi, per i sindaci persi o non conquistati, quanto per la plastica dimostrazione che il consenso vasto e crescente che i sondaggi e i media gli hanno attribuito, prima all’uno e poi all’altra e comunque sempre a reciproco discapito, era una bolla destinata velocemente a sgonfiarsi. In più, è apparso evidente che il nemico numero uno dei due era l’altro, e non solo perché la Lega è nella maggioranza che sostiene il governo Draghi mentre Fratelli d’Italia sta all’opposizione. In queste condizioni, ci si aspettava che Berlusconi – pur non avendo fatto alle comunali meglio di loro, ma agevolato dall’età e dalla diversa statura personale – richiamasse all’ordine i due leaderini e li costringesse a convergere sulla sua linea politica. Viceversa, già inebriato dalle adulazioni che la sua corte dei miracoli gli sta riservando da settimane, l’egolatrico Cavaliere si è fatto convincere dai leaderini che ci sono tutte le condizioni perché, dalla quarta votazione in poi, possa essere eletto Presidente della Repubblica. E per questo non solo ha rinunciato a regolare i conti all’interno della (presunta) coalizione, ma ha anche sottoscritto un impegno ad accantonare il suo desiderio di avere una legge elettorale pienamente proporzionale. Cioè il principale presupposto per superare il bipolarismo malato e aprire all’insegna di Draghi – ancora presidente del Consiglio o al Quirinale, in questo poco importa – una stagione completamente nuova della politica italiana, la vera Terza Repubblica.
Ora, sono in molti a ritenere che le parole spese in quel vertice a tre dell’altro giorno lascino il tempo che trovano, e che il leader di quel che rimane di Forza Italia – che nel frattempo gli si sta definitivamente frantumando tra le mani – sarebbe conscio della difficoltà dell’impresa al punto di accontentarsi di essere decoubertianamente in gara, e una volta soddisfatta questa voglia tornerebbe sui suoi passi, lungo la strada che da tempo il fidato Gianni Letta gli suggerisce di percorrere. Cioè quella di dar vita ad un fronte pro proporzionale – e questa volta il Pd, preoccupato che l’alleanza con i 5stelle vada a farsi benedire per il venir meno dell’alleato, ci starebbe – che dopo le elezioni del 2023 costruisca una maggioranza europeista (cosiddetta “Ursula”) per un nuovo governo Draghi (o chi per lui). Può darsi che sia così, e che al Cavaliere il raptus quirinalesco passi. Ma intanto si perde tempo, i ministri di Forza Italia sono costretti a prendere le distanze (per fortuna da Berlusconi e non da Draghi), a tutto nocumento del governo che è costretto a subire le fibrillazioni dei partiti, e si rischia di non cogliere l’attimo rappresentato dall’ottimo risultato di Carlo Calenda a Roma, giusto presupposto per la costruzione di una forza liberal-riformista che romperebbe lo schema bipolare (che ha prodotto il “bipopulismo” intercambiabile di questa legislatura) e che manderebbe in frantumi la destra sovranista e antieuropea. E tutto questo per cosa? Per le illusioni di un uomo di 85 anni che ha ancora seri problemi fisici e sulle cui spalle pesano pendenze giudiziarie e un passato che per anni ha diviso l’opinione pubblica nazionale e internazionale? Ma davvero pensa di poter essere in corsa per la successione a Mattarella? Ed è istigandolo cinicamente a giocare con il pallottoliere dei grandi elettori che il duo Salvini&Meloni pensa di leccarsi le ferite elettorali, mantenere le rispettive leadership e risolvere gli enormi problemi politici che i due partiti hanno davanti?
E veniamo al dilemma Draghi. La cosa che sfugge completamente a chi in questi giorni ha alimentato il dibattito sull’opportunità che a febbraio l’ex presidente della Bce si trasferisca sul colle più alto o resti dov’è, è che la decisione spetta solo e soltanto a lui, e che quella decisione la prenderà sulla base di ragioni tutt’affatto diverse da quelle fin qui fatte emergere. Per capirlo occorre ricordare il motivo per cui il recalcitrante Draghi, che non si sarebbe mai reso disponibile ad un’avventura ad alto rischio come il governo del paese, a febbraio scorso si è fatto convincere a mettere piede a palazzo Chigi. Se i lettori di TerzaRepubblica ricordano, a suo tempo scrissi che, escludendo l’amor patrio e la vanità, la vera ragione stava nelle fortissime pressioni ricevute da una persona cui non poteva dire di no, dovendole buona parte dei successi ottenuti alla testa della Bce, e cioè Angela Merkel. Ora i motivi che avevano indotto la cancelliera tedesca a chiedere a SuperMario di sporcarsi le mani per garantire all’Europa che le risorse fornite per uscire dalle crisi generata dalla pandemia l’Italia spendacciona e pasticciona non le avrebbe sprecate, non sono certo venuti meno. Ma la Merkel sta per consegnare ad altri la guida della Germania, e oggi la sua capacità di moral suasion è decisamente in calo. Resta però il fatto che gli impegni presi da Draghi non sono certo di quelli a cui si può sfuggire facilmente, né lui metterebbe mai a repentaglio la sua reputazione. Tanto più avendo nel frattempo saputo conquistare una leadership tanto in Europa che nel mondo.
Naturalmente si potrebbe sostenere che questa dimensione di leader internazionale, così come almeno in parte la capacità di incidere sulle scelte nazionali, Draghi le potrebbe mantenere anche se traslocasse al Quirinale. Vero, anche se a mio avviso vale il giudizio del professor Sabino Cassese, che preferisce che Draghi rimanga a palazzo Chigi: “il Quirinale è una fisarmonica, ma più di tanto non si può ampliare”. Tuttavia, credo di non sbagliare nel dire che nella testa di Draghi alberghi un altro ragionamento. Egli, cioè, vuole valutare ciò che sta accadendo in Europa. Da un lato, capire quale governo si darà la Germania, sapendo che per lui sarà fondamentale sapere che non toccherà ad un falco liberale il ministero della Finanze, dove passa il rapporto con la Bundesbank e dove si decide se chiedere o meno il ritorno del vecchio patto di stabilità. Dall’altro, osservare le vicende francesi, per intuire quante probabilità abbia il suo amico Macron – l’altra personalità europea che, con la Merkel, si spese per convincerlo ad accettare il governo dell’Italia – di essere riconfermato all’Eliseo alle prossime presidenziali (10 e 24 aprile 2022). È anche e soprattutto alla luce di questo che vanno visti i diversi incontri bilaterali che i due, Draghi e Macron, hanno avuto (ultimo ieri mattina a Bruxelles) e presumibilmente avranno.
Insomma, lo schema di valutazione di Draghi è semplice e non ammette altri giudici che lui stesso: se sono dove sono lo devo a equilibri politici europei, per cui se questi si consolidano e mi offrono uno spazio di leadership, bene, altrimenti se cambia il gioco io faccio altrettanto, e l’opzione Quirinale prende corpo.
Ma se Draghi scruta l’orizzonte europeo, non è detto che trascuri quello interno. Da un lato deve valutare la tenuta della maggioranza, sia di qui fino alla nomina del presidente della Repubblica – e la turbolenza è assicurata – sia oltre, nell’ultimo anno di legislatura. Dall’altro, deve capire quante probabilità avrebbe una sua eventuale candidatura al Quirinale, non di passare – cosa che possiamo dare per certa – ma di riscuotere un consenso vasto se non plebiscitario. Perché un fatto è certo, a Draghi l’idea di passare al quarto turno non piacerebbe affatto e, ammesso e non concesso che alla fine dovesse optare per l’ascesa al Colle, lo farebbe solo se certo di passare alla prima o alla seconda votazione. Ma la storia repubblicana è piena di episodi di candidature autorevoli cecchinate da stuoli di franchi tiratori – vero professor Prodi – e anche questo il più politico dei tecnocrati in circolazione lo sa perfettamente.
Enrico Cisnetto

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