
Una versione inedita di Suite francese diIrène Némirovsky, o meglio, della prima parte, (Tempesta in giugno) che fu dattiloscritta dal marito, corretta a mano da lei e che contiene quattro capitoli nuovi e molti altri profondamente rimaneggiati, di quella che è stata definita una “grande sinfonia” (rimasta incompiuta) a cui stava lavorando nel luglio del 1942, quando fu arrestata dai nazisti e deportata ad Auschwitz.
Adesso la pubblicazione in italiano di questa versione (Tempesta in giugno, Adelphi 2022) richiama nuova attenzione su Irène Némirovsky, scrittrice ebrea la cui vicenda ci tocca oggi particolarmente. Irène Némirovsky nasce a Kiev nel 1903 e muore ad Auschwitz nel 1942: date e luoghi emblematici che racchiudono la sua storia e che sarebbero forse sufficienti per raccontarla.
Nel mezzo c’è Parigi, dove la futura scrittrice, dopo essere passata dalla Finlandia e dalla Svezia, approda, in fuga dalla Russia post-rivoluzionaria. Qui studia alla Sorbona e vive gli anni folli in tutto il loro splendore. Nel 1929, grazie al romanzo David Golder diventa immediatamente una scrittrice di grandissimo successo. Negli anni a venire pubblica circa un romanzo all’anno, sempre con editori di grande prestigio, quali Grasset o Albin Michel. Qualcosa cambia con l’approvazione delle leggi razziali, che impediscono a Irène Némirovsky di continuare a pubblicare. Con la consapevolezza che si sarebbe trattato di un’opera postuma, la scrittrice comincia a dedicarsi a quello che considerava il suo capolavoro, Suite francese. L’opera sarebbe dovuta essere composta da cinque parti, ma Némirovsky riuscì a completarne solo due, Tempesta in giugno e Dolce. Della prima, ne realizzò anche una riscrittura, oggi edita per la prima volta in Italia a cura di Teresa Lussone, ricercatrice dell’Università di Bari, e Olivier Philipponnat, biografo della scrittrice e garante dei diritti morali.
Ma perché Irene Némirovsky scrisse una seconda versione di Suite francese? “Come d’abitudine” – spiega Teresa Lussone – “dopo aver buttato giù una prima stesura dell’opera, Irène Némirovsky intraprese la revisione di quanto scritto. La revisione è intensa, serrata, e diventa una vera e propria riscrittura. L’autrice era ben consapevole del valore del suo romanzo ed è questo che spiega la dedizione, l’acribia, la tenacia con cui portò avanti questo lavoro. Ci troviamo in un momento particolarmente intenso della sua produzione. La scrittrice si è allontanata da Parigi con la sua famiglia e si è stabilita in un villaggio della Francia centrale. Le leggi razziali le impediscono di pubblicare, non le resta che scrivere. L’11 luglio 1942, nell’ultima lettera al suo editore, afferma: “Ho scritto moltissimo in questo ultimo periodo. Credo che saranno opere postume, ma questo fa comunque passare il tempo”.
Due giorno dopo, il 13 luglio 1942, l’arresto e poi la deportazione interrompono la revisione di quello che Némirovsky considerava il suo capolavoro: “Ed è per questo – rileva ancora la curatrice – che solo di Tempesta in giugno esiste un’ultima versione”.
Per individuare cosa distingue questa seconda versione da quella più conosciuta Teresa Lussone sottolineache “l’opera è sottoposta a un importante rimaneggiamento stilistico, è come se il tono del racconto prendesse accenti diversi. Goffredo Fofi su Internazionale ha colto l’essenza del procedimento: se Suite francese è un classico del Novecento, Tempesta in giugno è insieme simile e diverso, come può esserlo una scena inquadrata da un altro punto di vista. Il destino di alcuni personaggi cambia completamente […].
“ Nella prima versione – aggiunge – non si sa più nulla di Adrien Péricand dopo che la sua famiglia lascia Parigi. Nell’ultima versione, invece, è protagonista di uno degli episodi più riusciti del romanzo, in cui comico e tragico si mescolano con effetti del tutto inediti rispetto alla prima versione”.
Circa il ritrovamento, la ricercatrice dell’Università di Bari, osserva: “Il dattiloscritto fa parte dei documenti che il marito della scrittrice, Michel Epstein, al momento della deportazione, nell’ottobre del 1942, affidò alle figlie dicendone di non separarsene mai. Dopo la pubblicazione di Suite francese tutte le carte dell’autrice sono state depositate in una biblioteca di Caen, ed è lì che io ho potuto consultarlo e analizzarlo. Inizialmente si pensava che questo testo fosse attribuibile a Michel Epstein, poiché era stato lui a batterlo a macchina. Le ricerche filologiche hanno invece dimostrato che esso è certamente attribuibile alla scrittrice e che riporta una versione del romanzo successiva a quella pubblicata nel 2004”.
Ho conseguentemente domandato se possiamo considerarle e leggerle come due opere distinte. E Teresa Lussone ha risposto : “Sì, secondo me questa è la scelta più giusta. Suite francese ormai è un classico e sarebbe scorretto pensare di sostituire la versione che tutti abbiamo letto. È una riscrittura, per capire il valore e il senso pensiamo a Tasso, alla Gerusalemme liberata e alla Gerusalemme conquistata. O a Manzoni, a Fermo e Lucia e a I Promessi sposi. Nelle scorse settimane ho ricevuto messaggi da parte di lettori che mi ringraziano, che sono felici di avere un nuovo testo di Némirovsky da leggere. È un approccio che mi ha colpita e che mi sembra quello da preferire: accogliere queste pagine come qualcosa di inatteso. Quasi come un dono. Leggerle, fruirne, goderne, senza crucciarsi troppo delle questioni filologiche”.
Teresa Lussone, francesista, membro della Société d’Histoire littéraire de la France e del Seminario di Filologia francese, ha scritto un saggio sui temi del riso e del comico in Suite francese. Le abbiamo chiesto di spiegarci quale sia il loro ruolo e quanto siano importanti. “Némirovsky aveva la leggerezza dei grandi scrittori. Una delle prime osservazioni che annota quando comincia a pensare a un romanzo sulla disfatta della Francia è “quanto sarebbe divertente”. Un critico francese ha scritto che Irène Némirovsky nel momento più tragico della sua vita scrive il suo romanzo più comico. In Tempesta in giugno troviamo tutte le sfumature possibili della comicità: l’ironia, la satira, il grottesco, a volte abbiamo persino accenti farseschi. Alla satira verso il malcostume della borghesia francese si giustappongono episodi di una comicità più schietta, pensiamo a quel bisognino del vecchio signor Péricand che scappa proprio nel momento più inopportuno e che ritarda la partenza. Talvolta il riso scaturisce dallo scarto tra la tragedia in corso e le piccolezze individuali o dall’incapacità di comprendere la portata generale degli eventi. C’è chi al momento della disfatta della Francia pensa che non potrà più procurarsi quella portentosa cipria inglese. C’è chi è convinto di essere un eroe valoroso e generoso, ma in verità è un vigliacco ed un egoista e nel momento cruciale delle sue gesta, nel momento che dovrebbe essere più alto è solo, non c’è nessuno a venerarlo, accanto a lui c’è soltanto un uomo ubriaco che russa rumorosamente. Quella descritta in Tempesta in giugno è un’epopea senza gloria, che mette in scena un popolo incapace di eroismi, salvo poche eccezioni, di cui si ride, ma certo, si ride con amarezza. È sulla giustapposizione di questi aspetti alla tragedia della storia che si fonda la cifra stilistica del romanzo.”
Ma l’aspetto unificante è proprio quella “Tempesta in giugno” il grande affresco delle Francia nel momento della disfatta… Teresa Lussone concorda con questa affermazione con un incisivo commento: “Siamo nel giugno del 1940. I tedeschi sono alle porte della capitale e i parigini si rendono conto che devono abbandonare la città. Prima scettici, increduli, sono travolti loro malgrado dalla tempesta della storia. Tempesta di giugno è il racconto di quell’esodo. E soprattutto delle paure che accompagnarono quell’esodo. In una recensione appena pubblicata, Ornella Tajani (Università per Stranieri di Siena) sottolinea l’importanza della frase posta in esergo, tratta da un libro di geografia per bambini: La Terra una sfera che non poggia su niente. Tempesta in giugno è la rappresentazione di un mondo sospeso, un mondo che vacilla, senza più certezze, senza più appigli morali o sociali”.

Suite francese e Tempesta in giugno rappresentano una svolta decisiva nella produzione della scrittrice. Nei suoi romanzi scritti fino ad allora, Irène Némirovsky si era dedicata soprattutto all’analisi dei rapporti familiari. La rappresentazione dei legami controversi tra madre e figlia l’aveva resa celebre, pensiamo al Ballo, per esempio, in cui la figlia prende la sua rivincita sulla madre. A questo proposito, Teresa Lussone afferma: “A partire dal 1938, gli eventi storici, quegli stessi eventi che sconvolgeranno la sua vita fino a troncarla prematuramente, sconvolgono e modificano dapprima la sua scrittura. L’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania nazista nel 1938, la colpisce particolarmente. Improvvisamente le tornano alla mente la guerra e la rivoluzione che aveva vissuto molti anni addietro. Irène Némirovsky comincia a riflettere su come rappresentare la follia della guerra, su come descrivere quell’istante in cui l’uomo- così scrive in un racconto di quegli anni – non ha ancora perso le sue abitudini, non ha ancora perso la pietà umana, ma il demone della guerra comincia ad avvicinarsi a lui e sconvolge il suo animo. Quello che vede e osserva in quei giorni sembra farle rivivere quello che aveva vissuto più di venti anni addietro. L’esodo da Parigi nel giugno del 1940 le riporta alla mente la fuga dalla Rivoluzione russa che aveva vissuto in prima persona: il panico, che cresce come un’onda, che si abbatte sulla società come una tempesta, è identico. Irène Némirovsky ambiva a descrivere le reazioni umane agli eventi più che gli eventi in sé: la storia sbiadirà, impallidirà, mentre le reazioni umane restano, sono immutabili e meritano, secondo la scrittrice, di passare alla posterità. La paura, la sensazione di veder franare il terreno sotto i piedi, l’egoismo, gli slanci di generosità, ritornano nel 1917, nel 1942, nel 2022. Némirovsky era una scrittrice di una straordinaria lungimiranza. Il suo ultimo romanzo è un racconto potente, travolgente. Di un’attualità sconcertante”.
Gabriele Parenti

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