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Europa e crescita: diagnosi errate e riforme necessarie

L’economia europea si trova in una fase critica che richiede un’accelerazione decisa della crescita. In assenza di un’inversione di tendenza, il continente rischia di compromettere le proprie basi economiche, alimentare instabilità politica e perdere capacità di influenza in un contesto internazionale sempre più competitivo. Nonostante il coinvolgimento di figure autorevoli come Mario Draghi ed Enrico Letta nel dibattito sul rilancio dell’economia europea, le risposte dei governi appaiono parziali e ancorate a una diagnosi riduttiva del problema.

di Marco Tabili | 30 Aprile 2026

L’economia europea si trova in una fase critica che richiede un’accelerazione decisa della crescita. In assenza di un’inversione di tendenza, il continente rischia di compromettere le proprie basi economiche, alimentare instabilità politica e perdere capacità di influenza in un contesto internazionale sempre più competitivo.

Nonostante il coinvolgimento di figure autorevoli come Mario Draghi ed Enrico Letta nel dibattito sul rilancio dell’economia europea, le risposte dei governi appaiono parziali e ancorate a una diagnosi riduttiva del problema. L’idea prevalente secondo cui l’Europa soffra principalmente di un eccesso di regolamentazione ha portato a privilegiare politiche di deregolamentazione, presentate come “semplificazione”, accompagnate da un ridimensionamento delle ambizioni del Green Deal e da un rinnovato affidamento sugli accordi commerciali e sul completamento del mercato unico.

Tale impostazione rischia tuttavia di rivelarsi insufficiente. La riduzione della burocrazia, pur auspicabile, non affronta le cause profonde della stagnazione europea. I dati mostrano che l’onere normativo non ha registrato incrementi tali da giustificare il divario di crescita rispetto ad altre economie avanzate, e gli stessi benefici economici attesi dalle misure di semplificazione risultano marginali in termini macroeconomici.

Analogamente, l’espansione degli accordi di libero scambio, pur rilevante sul piano strategico e geopolitico, non rappresenta una leva efficace per una ripresa nel breve periodo. L’Unione europea dispone già di una rete commerciale ampia, e gli ulteriori margini di crescita derivanti da nuovi accordi appaiono limitati.

Anche il dibattito sull’approfondimento del mercato unico è spesso caratterizzato da aspettative eccessive. Le aree ancora incomplete — come i servizi, i mercati dei capitali, il diritto societario e l’energia — presentano complessità tecniche e resistenze politiche significative. Iniziative come l’introduzione di un “28° regime” societario, un insieme unico di regole per semplificare l’attività delle imprese su scala europea, evidenziano piuttosto la difficoltà di realizzare una vera armonizzazione normativa, privilegiando soluzioni di compromesso dal limitato impatto sistemico.

Una strategia credibile deve invece partire da una diagnosi più realistica: la debolezza economica europea riflette trasformazioni strutturali dell’economia globale. La guerra in Ucraina ha generato uno shock energetico particolarmente gravoso per un continente dipendente dalle importazioni di combustibili fossili; al contempo, la crescente competitività industriale della Cina e il ritorno a politiche protezionistiche da parte degli Stati Uniti stanno erodendo i tradizionali vantaggi europei.

In questo nuovo scenario, il modello di crescita basato sulla domanda esterna mostra i suoi limiti. Diventa quindi essenziale rafforzare i fattori interni di sviluppo. Ciò implica, in primo luogo, un’assunzione di responsabilità da parte degli Stati membri: molte delle rigidità che frenano la crescita — dai mercati del lavoro alle dinamiche demografiche, fino alle inefficienze amministrative — rientrano nelle competenze nazionali e richiedono riforme incisive.

In secondo luogo, l’Europa deve dotarsi di una politica commerciale più coerente con le sfide attuali. Gli strumenti tradizionali di difesa commerciale appaiono inadeguati di fronte alla scala delle dinamiche globali, rendendo necessaria l’adozione di misure più ampie e coordinate per tutelare la base industriale.

Parallelamente, una politica industriale efficace diventa imprescindibile. Il Green Deal rappresenta ancora una delle principali opportunità di crescita, oltre che una prospettiva auspicabile per fronteggiare l’emergenza ambientale globale, ma necessita di maggiore chiarezza strategica, di una definizione rigorosa delle priorità e di risorse finanziarie adeguate. In questo contesto, le politiche di preferenza per la produzione europea devono essere selettive e orientate ai settori in cui l’Europa può effettivamente competere su scala globale.

Infine, il completamento del mercato unico richiede una scelta politica di maggiore integrazione. Non si tratta di interventi marginali, bensì di un processo che implica una cessione di sovranità in ambiti chiave e l’accettazione di costi distributivi. Riforme di tale portata genereranno inevitabilmente resistenze, ma rappresentano un passaggio necessario per rafforzare il potenziale di crescita dell’Unione.

L’Europa si trova dunque di fronte a un bivio: proseguire lungo un percorso di riforme limitate, destinate a produrre risultati modesti, oppure intraprendere un’agenda ambiziosa, capace di affrontare le trasformazioni in atto con realismo e determinazione. La scelta, per quanto complessa, appare inevitabile.

Marco Tabili

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Marco Tabili

Marco Tabili è giornalista professionista, membro della National Writers Union (IFJ). Fellow della Royal Society of Arts di Londra, è Visiting Professor di diritto Internazionale, scrive per “La Voce Repubblicana” e “Avanti online”

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