
Nel libro del prof. Petronelli (piacevole e documentattissimo) emerge lo strenuo difensore della libertà assunta a fondamento pedagogico, anche per essere politicamente e profondamente liberale.
Il piacevole e documentatissimo libro del prof. Petronelli presentato a Firenze, Villa Arrivabene, è stata un’ottima occasione per ricordare l’opera, il pensiero, la figura del grande pedagogista Giovanni Calò, che a Firenze ai primi del Novecento aveva completato gli studi e qui poi aveva proseguito, per quasi cinquant’anni, la sua missione di insegnante a tutto tondo: filosofo, pedagogista, studioso di psicologia, quando questa scienza era ancora agli albori, ma anche instancabile divulgatore delle sue rivoluzionarie idee, in Italia e all’estero. Calò era originario, come lo stesso prof. Petronelli, del Salento, di quella terra di Puglia, prodiga di tanti eccezionali figli, e di quell’affetto di cui li sapeva circondare in ogni circostanza della loro vita. Così che, possiamo dire, le due culture, apparentemente così distanti fra loro, seppero integrarsi e fondersi nella personalità illuminata di Giovanni Calò.
Entrando ora nel merito del libro, più che un’esegesi accurata del pensiero filosofico, pedagogico, etico di Giovanni Calò, sintesi del resto impossibile data la complessità del personaggio, tentiamo qui alcune note e alcune definizioni, che tratteggiano la profondità e originalità del pensiero di Calò, sulla scia della biografia presentata da Petronelli: educatore nel senso più alto della parola, come lo definì Felice Battaglia, Magnifico Rettore dell’Università di Bologna, in occasione delle onoranze che si tennero a Francavilla Fontana nel 1955, autore fecondo, fin dai suoi primi anni della docenza alla cattedra di Pedagogia di Firenze, sulla scia e in collaborazione con il maestro Francesco De Sarlo, e poi instancabile docente e divulgatore di idee e metodi pedagogici, che lo portarono, per tutta la vita, a tenere lezioni all’università, conferenze e dibattiti in Italia e all’estero cercando di diffondere i concetti fondanti della sua “nuova pedagogia”.
Che era fondata, questa nuova pedagogia, sul concetto e sull’esaltazione dell’uomo, quasi un “nuovo umanesimo”, che procedeva, come un filo ininterrotto, dall’alta, illuminata concezione dell’uomo rinascimentale fino all’esaltazione dell’uomo del nuovo secolo, il Novecento. Ma il progetto pedagogico procede fra idealismo e realismo, l’uomo è esaltato nella sua interezza fisica e nella sua profondità spirituale, l’uomo è “unità”, da coltivare, arricchire in tutti i suoi aspetti. E Calò ne fa, di questi principi, l’asse portante della sua scienza dell’educazione, basta prestare attenzione ad alcuni titoli delle sue opere, che parlano di libertà di pensiero, di etica, di scuola e lavoro, di educazione nuova, spulciando tra alcuni titoli, solo così si arriva a comprendere la novità e la complessità della pedagogia divulgata da Calò. Certo non fu il solo, nel suo secolo, a parlare linguaggi educativi nuovi, già Maria Montessori, alla fine dell’Ottocento, stava percorrendo una strada tutta sua personale e, rivolgendosi in particolare al mondo dell’infanzia, aveva rotto gli schemi tradizionali, legati ai concetti di autoritarismo, di premi e punizioni, di distinzioni tra classi sociali, ed aveva accettato intuizioni positiviste, assumendo una posizione controcorrente nell’età del diffuso idealismo gentiliano.
Ma Calò trova una su strada personale, non crea una pedagogia “ancilla philosophiae”, ma una filosofia della realtà, per costruire uno“spiritualismo realistico”, apparentemente termini in contraddizione tra loro. Se seguiamo con attenzione la ricostruzione che ci viene proposta dal prof. Petronelli, dopo l’accentuata definizione di questa pedagogia fondata su sentimento, intelligenza, volontà, tutti atti che umanisticamentemettono l’uomo al centro della vita e della società, ne consegue che “l’uomo non può raggiungere i suoi fini spirituali se non impiegando il suo corpo”. Torniamo così a uno dei leit motiv di questa teoria pedagogica, cioè al rapporto tra spirito e corpo, perché, scriveva Calò, “irrobustire il corpo, farne uno strumento sempre più pronto, idoneo alle attività dello spirito, sarà un fine subordinato, ma importantissimo, dell’educazione umana”. Non mancherà poi di descrivere le modalità di quella che nella scuola diventerà “educazione fisica o del corpo”, e spiegare come l’esercizio fisico possa aiutare l’uomo a raggiungere le vette più alte delle conoscenze umane “in una più compiuta armonia tra mente e corpo.” E proprio per insegnare questi concetti il prof. Calò ha voluto una scuola speciale, l’Istituto Superiore di Educazione Fisica, nato a Roma negli anni Cinquanta in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione, con una rigido protocollo di programmi e finalità che il grande pedagogista aveva personalmente preparato. E oggi ci chiediamo quanto di questo spirito originario sia stato conservato nella scuola come nella vita sociale, quanto invece l’atletismo, la ricerca di una superiorità fisica, l’addestramento continuo, assillante, delle forze del corpo, fortemente criticato da Calò, non sia in contrasto con quell’ideale armonia tra mente e corpo che è invece segno di equilibrio raggiunto. Così come, afferma Calò, “la velocità e la rapidità a cui tutti siamo irrimediabilmente costretti, da cui tutti siamo affannosamente travolti, sono necessariamente causa di squilibrio”.
Ci avviamo alla conclusione, ma cogliamo ancora qua e là qualche felice intuizione: si aprono, nelle pagine scritte dal maestro, immagini ideali, ma non impossibile, di un ambiente scolastico libero, aperto alla campagna, così che la lezione possa farsi sempre all’aperto o almeno “con una diretta visione della circostante natura e nelle condizioni più igieniche”. Quindi non un luogo da cui fuggire, come da una scomoda gabbia, nell’interpretazione di molti studenti di oggi!
Ci permettiamo di aggiungere una annotazione tratta dal Carteggio privato di Calò, che aggiunge un piccolo ma non insignificante tassello al quadro fin qui tracciato. C’è una lettera che arriva da lontano (è stata inserita nella ricerca di Brambilla – Fantoni dedicata alla Resistenza liberale a Firenze),spedita da Cambridge, Massachusetts da Gaetano Salvemini, che si era rifugiato negli Stati Uniti per sfuggire alle persecuzioni fasciste. Salvemini ricorda con affettuosa riconoscenza gli amici fiorentini, tra questi Calò, che nel luglio del 1925 lo difesero da un attacco selvaggio dei fascisti che lo attendevano all’uscita del carcere delle Murate dove era stato rinchiuso: “Tu fosti uno di coloro che furono bastonati in vece mia”, scrive in data 11 gennaio 1946 e promette di poter rientrare al più presto in Italia. Ricordiamo quindi Calò, strenuo difensore della libertà assunta a fondamento pedagogico, anche per essere politicamente e profondamente liberale.
A presentare l’opera e il suo autore sono stati il relatore Adalberto Scarlino, la consigliera comunale di Firenze Serena Perini in rappresentanza del sindaco Nardella, Michele Pierguidi, presidente di Quartiere 2, sede della stessa manifestazione.
Presenti l’autore, Giuseppe Petronelli, e l’editore, Lucia Pugliese, ha portato un affettuoso saluto, in ricordo del suocero, la dott.ssa Carola Ferruta Calò, che ha aggiunto al quadro complessivo alcuni affettuosi e simpatici ricordi familiari.

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