La scomparsa di un amico è sempre una perdita secca. L’ ho sperimentato più volte, e anche ora per la scomparsa, all’età rispettabile di 94 anni, di Enrico Mascilli Migliorini. Lo avevo conosciuto in anni lontani (intorno al 1950), a Napoli, dove era venuto per lavorare al Giornale, il quotidiano liberale che fiorì allora nella città per una decina di anni. Aveva già manifestato la sua vocazione e le sue non comuni capacità di giornalista fondando a Udine nel 1946 il Messaggero Veneto, un giornale di tendenze liberali al quale anch’ io mi trovai molti anni dopo per in po’ a collaborare. Ben presto passò, però, al giornalismo radiofonico, come caporedattore del giornale radio della sede napoletana della Rai, di dove migrò prima alla direzione della sede regionale di Cosenza, poi di quella di Ancona e infine di quella di Firenze. Ebbe modo di fare così, a cominciare da Cosenza, dove andò nel 1958, e in anni ancora pienamente giovanili, l’ esperienza dell’ irruzione della televisione nel mondo dei media italiani, e fu certo questo lavoro ancora un po’ pionieristico a dare al suo lavoro la sua particolare intensità. Lavoro che, peraltro, finì col lasciare per passare all’ insegnamento universitario, portato a Urbino da Carlo Bo, un’ autorità degli studi letterari italiani, che fu anche, vita natural durante, il grande patron di quella Università, e al quale Enrico fu particolarmente legato. E anche a Urbino egli lasciò il suo segno sia per la istituzione di una Facoltà di Sociologia, sia per la fondazione della Scuola italiana di giornalismo. Questa seconda impresa aveva tra i suoi intrinseci pregi anche quello, forse preminente da tanti punti di vista, di sottrarre la formazione e il lavoro del giornalista agli azzardi e alle servitù del praticantato; e finì con il riconoscimento da parte dell’ Ordine dei giornalisti della piena validità del titolo rilasciato dalla Scuola di Urbino per superare il primo obbligatorio gradino di questa professione. Una vita già piena, dunque, di successi non solo personali e professionali. Per Enrico l’ Università fu, però, anche lo stimolo a una riflessione teorica che lo portò nel suo La strategia del consenso (Rizzoli, 1974) a un intelligente e originale ripensamento, adattato al contesto italiano, delle teorie di Mc Luhan su comunicazione e media nel mondo contemporaneo, allora ancora lontane dalla loro posteriore diffusione. Un amico siffatto – così pieno di vitalità costruttiva e di senso sociale del suo operare nelle istituzioni e nella professione; perfino frenetico, spesso, nel suo attivismo; appassionato e perfino impulsivo nel sostenere e sviluppare le sue idee, così legato alle convinzioni liberali e all’ idea di vita civile assorbita nella sua gioventù – è ovviamente destinato a restare vivo nella memoria degli amici non meno che di quella dei familiari. A me vuol sembrare, però, soprattutto che tutta la sua vicenda dia un insegnamento prezioso e generalmente ignorato. E, cioè, che la vita sociale e le conquiste civili non hanno solo bisogno dei grandi eroi e dei demiurghi, che sono indispensabili e fanno epoca. Hanno anche, e ancor più, bisogno degli eroi dei giorni feriali, dei soldati di trincea e di prima linea, senza il cui prezioso e imprescindibile lavoro connettivo di conservazione e di ampliamento e sviluppo di un patrimonio morale e civile, nulla cresce e dura nella vita delle società come dei singoli.
Giuseppe Galasso – corrieredelmezzogiorno

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