Ti farò poche, semplici domande: hai mai sentito pace per un soffio di vento? Provato leggerezza posando lo sguardo sul mare? E dopo un pomeriggio pieno di sorrisi, sei mai stato vinto dall’amore? Bene, voglio che tu lo sappia, ragazzo: sei stato debole. Sconfitto, hai perso e ciò che è peggio è che hai creduto di vincere, di aver raggiunto proprio quello che desideravi, e a cui tutti aspirano. E perché l’hai creduto? Perché ti sei sentito soddisfatto, felice, in equilibrio e ben orientato in quello che fino a poco prima ti sembrava un labirinto di fuoco e fiamme. Ma cosa credi che sia la vita, forse un gioco? Ti sbagli: lascia perdere le tue stupide emozioni, anzi fuggine il più lontano possibile e dimenticatene, per sempre!
Il problema di usare i mezzi pubblici di notte è che spesso, nonostante non se ne abbia voglia, si è costretti ad ascoltare i vaneggiamenti di chi crede che quella notte, su quell’autobus, si sia saliti apposta per prestare orecchio alle sue riflessioni sulla debolezza di chi si lascia coinvolgere dalle emozioni. Ogni giovedì finisco di lavorare tardi, prendo sempre lo stesso bus e ci incontro sempre lo stesso uomo. Mi siedo in fondo, ogni benedetto giovedì, lui si alza deciso anche se vistosamente ubriaco, mi si para di fronte e comincia la cantilena sulle emozioni. E sei stato debole di qua, e hai perso di là, e credevi e invece, e il labirinto di fuoco e fiamme eccetera eccetera eccetera. Ma perché debole? Perché ho perso? Come si può credere di vivere scappando dalle emozioni, dalle passioni, da qualunque cosa imprevedibilmente ti catturi, ti trascini e ti frastorni? Io credo che avere paura di emozionarsi sia sbagliato, o meglio, sia sconveniente. Sì, va perduta un’occasione di arricchire il proprio spirito, di renderlo forte e di mantenerlo vivo, pulsante.
Qualche giovedì fa, finito di lavorare, decisi di tornare a casa a piedi. Non sopportavo l’idea di dover ascoltare per l’ennesima volta quell’uomo noioso, e poi l’aria era fresca; così mi incamminai. Poco lontano dalla fermata del bus stava una signora seduta a terra; cantava una canzone in dialetto, stonata come una campana. Mi incuriosì e mi avvicinai. Signora, di cosa parla questa canzone? Mi disse che parlava di due ragazzi che nonostante le avversità riuscivano ad amarsi, e seguendo il fuoco del loro cuore più che i consigli della ragione sceglievano la strada giusta, e mentre me lo spiegava aveva le lacrime agli occhi e ad un certo punto addirittura mi abbracciò, e io pure la abbracciai. Poi mi alzai e salutando mi rimisi in cammino.
Passò una settimana ed essendo uscito dal lavoro qualche minuto in anticipo, decisi di passare a vedere se c’era quella signora prima di andare alla fermata del bus. Era in piedi, camminava verso di me; mi riconobbe, mi chiese come stavo e mi strinse la mano con calore. Signora, venga con me – dissi – facciamo due chiacchiere passeggiando. E se prendessimo un autobus? – mi rispose. La portai alla fermata, e salimmo sul mio solito autobus. Mi sedetti in fondo e la signora si sedette a fianco a me. L’uomo mi vide da lontano, si alzò deciso e sospinse il primo passo. Lo guardavo fisso, stavolta era mio. Lui nemmeno si accorse della signora seduta a fianco e, piantatosi di fronte a me, attaccò col solito discorso, ma fu interrotto a metà dalla voce di lei: – cosa? Ma che s’inventa quest’uomo? I due presero a parlare animatamente ed io, senza dare nell’occhio, mi allontanai di qualche posto. Guardai un po’ fuori dal finestrino, cullato dal movimento del bus e mi dimenticai di loro. Quando riconobbi la mia fermata mi alzai di scatto per prenotarla e d’improvviso mi voltai indietro ricordandomi dei due signori. Lei cantava con la sua voce stonata quella canzone dei ragazzi innamorati; lui, la testa sulla sua spalla, piangeva lacrime dolci che bagnavano un sorriso chissà da quanto tempo dimenticato.
Stefano Piana

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