
Da giornalista che ha attraversato parecchi decenni della politica italiana, ho imparato a diffidare delle commemorazioni che, appena muore qualcuno, cancellano differenze, polemiche, errori e perfino antipatie per trasformare tutti in buoni e meritevoli. Con Emma Bonino sarebbe particolarmente sbagliato. La sua morte, a 78 anni, chiude una delle vicende politiche più singolari della Repubblica, e non perché sia stata semplicemente una radicale, una ministra, una commissaria europea o una candidata al Quirinale. Emma Bonino è stata soprattutto una donna che non ha mai accettato di stare comodamente dentro una casella. Per questo è stata amata, detestata, votata, contestata e, alla fine, rispettata anche da molti di coloro che non avrebbero mai votato per lei. La sua storia politica nasce da una vicenda personale che negli anni Settanta poteva significare il carcere: un aborto clandestino, seguito dalla decisione di autodenunciarsi e di trasformare quella esperienza in una battaglia pubblica. Da lì partirono le campagne radicali che contribuirono alla legalizzazione dell’aborto nel 1978 e alla successiva conferma referendaria. Ma fermarsi all’aborto significherebbe non aver capito Emma Bonino. Divorzio, diritti civili, lotta contro la fame nel mondo, pena di morte, mutilazioni genitali femminili, diritti delle donne, libertà individuali, europeismo, difesa dei profughi: il suo campo di battaglia era praticamente ovunque qualcuno imponesse un divieto in nome di una verità assoluta. Aveva il difetto, oggi quasi imperdonabile, di credere davvero nelle proprie idee. E quando ci credeva non aspettava che diventassero maggioritarie per sostenerle.
Ho seguito quella stagione politica da cronista e ricordo quanto fosse difficile spiegare i Radicali utilizzando le categorie tradizionali della destra e della sinistra. Con Pannella, Bonino e gli altri radicali quelle categorie saltavano continuamente. E saltò anche la presunta incompatibilità con Silvio Berlusconi. Nel 1994 i Radicali fecero un accordo elettorale con il centrodestra e Bonino venne eletta nelle liste collegate a quella coalizione. Poco dopo Berlusconi sostenne la sua nomina alla Commissione europea. La cosa fece discutere, naturalmente, e ancora oggi qualcuno preferisce dimenticarla. Io penso invece che vada ricordata proprio perché racconta bene la Bonino: una politica capace di stare dalla parte di qualcuno su una questione e di combatterlo ferocemente su un’altra. A Bruxelles diventò una commissaria europea molto meno convenzionale di quanto l’ambiente fosse abituato a sopportare. Si occupò di pesca, consumatori e aiuti umanitari, ma soprattutto riuscì a portare dentro le istituzioni europee una certa idea italiana della politica radicale: andare nei luoghi dove succedevano le cose invece di limitarsi a commentarle. Afghanistan, Balcani, Africa, diritti delle donne, emergenze umanitarie. Non era una politica da salotto. Anche quando sbagliava, e qualche volta sbagliava, lo faceva mettendoci la faccia. E questa è una caratteristica che oggi, nel tempo della politica affidata ai social e alle dichiarazioni preparate dagli uffici stampa, appare quasi rivoluzionaria. Bonino poteva essere irritante, ostinata, persino insopportabile. Ma era riconoscibile. Non aveva bisogno di inventarsi un personaggio perché il personaggio era già lei.
La cosa che forse più di ogni altra racconta la sua complessità, però, è il rapporto con Papa Francesco. Per decenni Bonino e la Chiesa si erano trovati su fronti opposti, a cominciare proprio dall’aborto e dalle grandi questioni etiche. Eppure il 5 novembre 2024 Francesco uscì dai suoi percorsi abituali e andò a casa sua, dopo un ricovero che aveva preoccupato per le sue condizioni di salute. Non fu una visita di cortesia diplomatica. Il Papa portò rose e cioccolatini e incontrò quella donna che, per una parte del mondo cattolico, aveva rappresentato per decenni l’avversario ideologico per eccellenza. Bonino raccontò poi quell’incontro con parole affettuose, parlando dell’umanità straordinaria di Francesco. È una delle immagini che conserverei della sua storia: due persone lontanissime su questioni fondamentali, capaci però di riconoscersi reciprocamente. In un’Italia che spesso trasforma ogni divergenza in una guerra di religione, non è poco. E forse spiega meglio di cento necrologi perché Bonino sia riuscita a mantenere una popolarità personale anche quando le formazioni politiche che rappresentava non riuscivano più a conquistare consensi significativi. Ha avuto contro governi, partiti, Chiesa, avversari politici e perfino una parte del suo stesso mondo. Ha combattuto il cancro, ha continuato a fumare, ha continuato a parlare, a viaggiare, a polemizzare. Fino all’ultimo è rimasta fedele a quella sua idea un po’ antica della politica come militanza, non come mestiere. Non sempre aveva ragione. Ma era quasi sempre impossibile non accorgersi che c’era.
Adesso arriveranno inevitabilmente le celebrazioni. E va bene così, purché non si trasformino in una santificazione che Emma Bonino, probabilmente, avrebbe trovato insopportabile. Io preferisco ricordarla con le sue contraddizioni. La radicale che collaborò con Berlusconi e poi si ritrovò su posizioni lontanissime dal centrodestra. La laica che diventò amica di un Papa. La politica che perse molte battaglie elettorali ma ne vinse alcune decisive nella trasformazione della società italiana. La donna che non chiedeva il permesso di essere scomoda. E soprattutto la persona che non si accontentava di dire che una cosa era ingiusta: provava a cambiarla. In questo senso Emma Bonino appartiene a una generazione politica che sta scomparendo, quella nella quale le idee potevano essere anche più forti dei voti. Noi giornalisti di una certa epoca abbiamo raccontato partiti che sembravano eterni, leader che parevano indispensabili, maggioranze che si presentavano come destinate a durare per sempre. Poi sono passati quasi tutti. Sono rimaste, invece, alcune battaglie. È forse questo il metro migliore per giudicare una vita politica. Non quanti parlamentari hai portato in Parlamento, non quante poltrone hai occupato, non quante volte sei apparso in televisione. Ma che cosa è cambiato dopo che sei passato. Su questo Emma Bonino lascia un bilancio difficile da contestare. L’Italia di oggi è diversa da quella nella quale cominciò a combattere. Una parte di quella differenza porta anche il suo nome. E allora, senza santificarla e senza nasconderne le contraddizioni, si può dire semplicemente questo: Emma Bonino è stata una donna libera. E in politica, oggi come ieri, è forse la cosa più difficile.
Cesare Mannucci

Ho conosciuto Emma Bonino, nel 1999, personalmente.
A Pordenone ho condotto, assieme a Paola Scaramuzza, la campagna Emma for President e poi Emma for Europe.
Ero giovane e, come molti giovani, idealista e avevo approfondito troppo poco del mondo.
Ammetto infatti che, con gli anni, ho perduto quella simpatia e stima nei confronti dei radicali e della Bonino. Alla quale nel 1999 dedicai una poesia politica di elogio. Ma, ribadisco, ero molto, troppo giovane.
Penso che l’unica vera radicale dei vecchi tempi fosse Adele Faccio. Di Adele Faccio ho spesso parlato sia con Valeria Taradash, che le fece da segretaria, sia con Ilona Staller, che le fu molto mica nel 1987.
Ad ogni modo spiace che Emma se ne sia andata, ma spiace ancora di più che da decenni se ne siano andate le battaglie AUTENTICHE del Partito Radicale.
Che i radicali di oggi hanno da tempo dimenticato. Ma nemmeno se me rendono conto, nella loro totale mutazione antropologica: da partito dei diritti sociali e civili a partito del liberal capitalismo assoluto e della censura nei confronti di chi non la pensa come loro.