
di Elio Brando*
Giovedì 15 gennaio 2026, 21,6 milioni di ugandesi sono stati chiamati alle urne per le elezioni presidenziali e parlamentari. Il protagonista indiscusso della vita politica del paese rimane il presidente Yoweri Museveni, al potere ininterrottamente dal 1986, quando lo conquistò come leader di un movimento ribelle. Giunto alla guida del paese con la promessa di un “cambiamento fondamentale” dopo anni di lotta armata, Museveni e il suo National Resistance Movement (NRM) hanno costruito un sistema di potere che dura da 39 anni, e puntano oggi al settimo mandato elettorale consecutivo.
Per blindare la propria presidenza, il leader ottantunenne ha da tempo rimosso ogni ostacolo costituzionale: prima eliminando i limiti di mandato presidenziale nel 2005, poi abolendo il limite d’età (75 anni) nel 2017. Con una soglia di vittoria fissata al 50%+1, Museveni non ha mai mancato l’elezione al primo turno da quando furono reintrodotte le elezioni nel 1996, passando dal 74% di allora al 58% nel 2021, segno di una certa erosione elettorale e un consenso che fatica a rigenerarsi tra le nuove generazioni.
La longevità politica di Museveni lo colloca al terzo posto tra i leader più duraturi del continente, superato solo da Teodoro Obiang Nguema (Guinea Equatoriale) e Paul Biya (Camerun), rieletto alle elezioni dello scorso ottobre all’età di 92 anni. Tuttavia, dietro questa lunga stabilità si nascondono importanti fratture interne. Il potere si è progressivamente consolidato attorno a un’élite che origina dalle regioni sud-occidentali, da dove Museveni stesso proviene, alimentando un senso di marginalizzazione nelle popolazioni del nord e dell’est. Inoltre, in un paese dove la popolazione è cresciuta notevolmente negli ultimi 20 anni – da circa 28 milioni nel 2005 a più di 52 milioni oggi – e in cui l’età media della popolazione è inferiore ai 17 anni, il malcontento delle nuove generazioni ha allontanato parti consistenti della società ugandese da un’élite che ha segnato la vita politica del paese per decenni, ma nella quale esse si riconoscono sempre meno.
In questo scenario, la tenuta del ‘modello Museveni’ – che economicamente mantiene una crescita del PIL relativamente stabile, circa il 6% medio negli ultimi 5 anni, ma che si è progressivamente irrigidito sul fronte delle libertà civili e politiche – è osservata anche dal resto della regione. Nella sua posizione di cerniera tra la regione dei Grandi Laghi e l’Africa orientale, l’Uganda si trova oggi al centro di un’area geografica e politica in fermento. Da un lato il paese osserva con attenzione le rivolte popolari che hanno recentemente scosso paesi tanto diversi quanto vicini come Kenya e Tanzania; dall’altro, si trova a gestire le ricadute delle croniche crisi umanitarie che colpiscono i suoi confini, dal Sud Sudan a nord alla Repubblica Democratica del Congo (RDC) a ovest. Anche per questi motivi, gli scenari futuri della vita politica ugandese sono un tema di rilevanza regionale.

Il ‘modello Museveni’: verso la fine del ‘business as usual’
Sebbene siano sette i candidati a sfidare formalmente il presidente, il panorama politico rimane polarizzato dal duello tra Museveni e Robert Kyagulanyi Ssentamu, meglio noto con il suo nome d’arte Bobi Wine. Il musicista diventato politico, leader del National Unity Platform (NUP), ha raccolto il 35% dei consensi nelle elezioni presidenziali del 2021 intercettando il malcontento giovanile. Il partito ha visto crescere la sua base elettorale soprattutto nelle regioni centrali, legate all’etnia Baganda (la più popolosa del paese) e storicamente fedeli al presidente.
La campagna elettorale di Bobi Wine, concentrata su tematiche come corruzione, disoccupazione giovanile e sulla necessità di un’alternanza rispetto all’attuale governo, si sviluppa in un contesto un contesto politico segnato da quello che Amnesty International ha definito una “campagna brutale di repressione” contro il dissenso. L’arresto di oltre 550 membri del NUP negli ultimi mesi del 2025, il blocco della rete internet a pochi giorni dal voto e l’assenza forzata dell’altro storico oppositore di Museveni Kizza Besigye – detenuto con l’accusa di tradimento – delineano un clima di intimidazione denunciato apertamente anche dagli esperti delle Nazioni Unite.
Il risultato delle scorse elezioni e il predominio del NRM lasciano presagire senza particolari dubbi una rielezione di Museveni. Il potenziale punto di svolta di questa tornata non risiede quindi nella competizione elettorale, ma sul fatto che acceleri le riflessioni su come verrà gestita una sempre più imminente successione al potere. Secondo diversi osservatori, insomma, queste elezioni si svolgono in un contesto dove la domanda centrale non è chi vincerà, ma cosa accadrà quando si insedierà la prossima legislatura. Tra gli esponenti del panorama politico che potrebbero ragionevolmente succedere a Museveni, uno scenario che appare particolarmente credibile è quello di una transizione ‘dinastica’. Ormai da anni è infatti emersa la figura di Muhoozi Kainerugaba, figlio del presidente e attuale capo delle forze armate (Uganda People’s Defence Force, UPDF). Noto per il suo stile imprevedibile e provocatorio, soprattutto sui social media, Kainerugaba sta costruendo una base di potere autonoma rispetto al padre attraverso il movimento Patriotic League of Uganda (PLU). Formalmente legato al partito del padre, il suo crescente attivismo ne sta inglobando la base politica: molti parlamentari e alleati chiave, pur radicati nel partito di governo, rispondono ormai direttamente alla sua leadership, che potrebbe uscire rafforzata dalla tornata elettorale imminente. Una sua possibile ascesa ai vertici dello stato negli anni a venire, a scapito di altri collaboratori storici di Museveni, presenterebbe alcune incognite rispetto agli equilibri politici non solo interni ma anche della regione, nella quale il padre ha giocato a lungo un ruolo tramite un attento gioco di collaborazioni diplomatiche e militari con i paesi vicini che ha fatto del paese un importante attore regionale.
Baricentro della sicurezza regionale, con lo sguardo verso est
Sotto la guida di Museveni, l’Uganda ha saputo trasformare la propria efficienza militare in una preziosa rendita diplomatica. Con le sue truppe, Kampala è infatti oggi un attore protagonista della sicurezza regionale: è il contingente più numeroso della missione di pace dell’Unione Africana in Somalia (AUSSOM), sostiene il governo di Salva Kiir in Sud Sudan e interviene con le sue truppe nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Qui, l’intervento ugandese è ufficialmente mirato a contrastare le Allied Democratic Forces (ADF), milizie ribelli ugandesi di ispirazione islamista, che dalle loro basi oltreconfine sono state capaci di sferrare attacchi su entrambi i lati del confine. Al contempo, i rapporti con Kinshasa si sono notevolmente complicati a causa delle accuse di sostegno da parte di Kampala al gruppo armato Mouvement du 23 mars (M23), attivo nelle regioni orientali congolesi. Tale eventuale sostegno, sebbene smentito categoricamente dall’Uganda ma che rimane un elemento di complessità nei rapporti tra i due vicini, rifletterebbe una strategia volta a tutelare le rotte commerciali e gli interessi economici transfrontalieri.
Gli sforzi volti a innalzare la propria posizione diplomatica attraverso l’attivismo militare e il sempre più marcato ruolo di stabilizzatore regionale hanno consentito a Museveni di smarcarsi dalle critiche provenienti da Stati Uniti e Unione Europea sul rispetto dei diritti umani e sui problemi di governance del paese, laddove la sua immagine agli occhi delle cancellerie occidentali si è progressivamente appannata con il consolidarsi del regime e la mancanza di alternanza elettorale. Tra le questioni di politica interna ugandese che hanno pesato in questo senso, negli ultimi anni ha giocato un ruolo in particolare la draconiana legge anti-LGBTQIA+ del 2023, che prevedeva misure tanto dure contro le persone omosessuali da aver portato a sanzioni e al temporaneo blocco dei fondi della Banca Mondiale, poi svincolati a giugno 2025.
La ripresa dei finanziamenti internazionali, la diversificazione dei partner strategici e l’avvio della produzione petrolifera, correlato alla prossima conclusione dei lavori per l’oleodotto EACOP – che lega i siti di estrazione nella regione ugandese del lago Albert al porto di Tanga, in Tanzania – hanno ulteriormente attenuato i legami con i paesi occidentali. Nel frattempo, i rapporti con la Russia si sono notevolmente intensificati: nel 2024 si registravano 3,5 miliardi di dollari di scambi commerciali (rispetto ai soli 14 milioni del 2021) e in particolare un boom delle esportazioni, soprattutto di caffè e veicoli aerospaziali, principalmente droni, mentre gli Emirati Arabi Uniti sono diventati il principale importatore dell’oro ugandese. La Cina è il primo creditore bilaterale di Kampala, con uno stock di debito pari al 20% del totale estero.

Il modello di accoglienza: l’Uganda come hub migratorio
A rendere l’Uganda un paese particolarmente rilevante nella politica regionale è stata anche la sua peculiare politica migratoria improntata all’accoglienza. Con due milioni di rifugiati e richiedenti asilo, l’Uganda è il primo paese in Africa per numero di persone accolte. La maggior parte di queste (poco più di un milione), proviene dal Sud Sudan, mentre i restanti principalmente da RDC (649.072) e Sudan (92.889). Solo nel 2025, circa 146.000 persone hanno richiesto asilo nel paese, poco più della metà dei quali provenienti dalla RDC. Questa politica delle ‘porte aperte’ è stata a lungo celebrata come un modello, garantendo a Museveni una legittimazione internazionale che bilanciava in parte i deficit di democrazia interna.
Tuttavia, il modello sembra inizi a scricchiolare. La riduzione degli aiuti internazionali, e in particolare dei finanziamenti da parte dell’agenzia di cooperazione statunitense USAID, ha colpito anche l’Uganda, innescando una crisi senza precedenti nel settore dei rifugiati, con pesanti ricadute specialmente sul sistema sanitario. La pressione demografica nelle aree urbane, in particolare a Kampala, ha iniziato ad alimentare una preoccupante retorica xenofoba, cavalcata da alcuni attori politici durante la campagna elettorale: per la prima volta, la presenza di rifugiati e richiedenti asilo non è più percepita come un asset geopolitico e diplomatico, ma come un fattore di instabilità sociale. La tenuta del sistema di accoglienza nel post-elezioni sarà uno degli indicatori fondamentali della capacità dell’Uganda di mantenere il proprio ruolo di stabilizzatore regionale, in un contesto segnato da risorse in calo e tensioni crescenti.

*Istituto Ispi

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