E’ fantastico. Se solo avessimo saputo che bastava tenere le elezioni Regionali – e pure parziali, 13 regioni su 20 – per fare, e magari in modo condiviso, le grandi riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno da anni, avremmo chiesto di anticiparle abbinandole con le Politiche del 2008. D’accordo che in campagna elettorale di tutto si è parlato meno che delle Regioni e delle loro competenze, ma è davvero sorprendente come il centro-destra, da Berlusconi in giù, consideri il voto di sei giorni fa come il viatico per realizzare quanto non è stato fatto nei primi due anni di legislatura. Asserzione strampalata per almeno quattro ordini di motivi.
Primo: al di là del 7 a 6 che è risultato indubbiamente molto favorevole al centro-destra, e non solo perché 5 anni fa era stato 11 a 2, politicamente il voto non segna affatto una vittoria dell’attuale maggioranza di governo. Perché, come ha spiegato efficacemente Luca Ricolfi sulla Stampa, il Pdl ha perso voti sia in assoluto che in percentuale, tanto rispetto alle Europee quanto rispetto alle Politiche, perdite che non sono state compensate dal successo della Lega (aumentata in percentuale ma non in voti) visto che il vantaggio del centro-destra rispetto al centro-sinistra si è dimezzato rispetto al 2008 scendendo dal 5-6% al 2-3%. In totale, stiamo parlando di circa due milioni e mezzo di consensi. Certo, nelle elezioni intermedie chi sta al governo di solito perde sempre un po’ di voti, ma il fatto che la clamorosa discesa del Pd – che ha preso 5.846.000 voti, minimo storico lontano anni luce non solo dai 7,8 milioni delle Regionali di 5 anni fa, ma anche rispetto ai 6,9 milioni delle recenti Europee, rispetto alle quali 1.111.000 voti di differenza sono il 16% in meno – abbia consentito al centro-destra di portarsi a casa sette amministrazioni regionali, non significa che la maggioranza e il governo possano considerarsi politicamente rafforzati. Il fatto che solo un italiano su sette degli aventi diritto al voto si esprime a favore del suo esecutivo dovrebbe indurre il premier a qualche riflessione in più di quelle, banali, che fin qui ci ha espresso.
Secondo: le elezioni non hanno certo rimarginato le profonde ferite interne che la maggioranza ha mostrato in questa prima parte della legislatura. Anzi, la nascita del “partito del Sud”, i risultati negativi in Puglia e Liguria, la reiterazione dell’idea che Berlusconi vince da solo e i candidati ben che vada non servono altrimenti sono d’impaccio, oltre che le tossine di alcune vicende che hanno tenuto banco prima delle elezioni, sono tutte cose che non depongono a favore dell’ipotesi che le Regionali abbiano sanato contrasti e divaricazioni interne. Perché Fini dovrebbe mettere tra parentesi i suoi motivi di dissenso sulle tante questioni di merito su cui ha in questi due anni mostrato idee diverse dal Cavaliere e da gran parte del Pdl? E perché dovrebbe tacere oggi quel che diceva ieri sul partito e il metodo con cui viene gestito? E per quale recondito motivo il Pdl dovrebbe diventare partito, come ha auspicato il ministro Matteoli, in virtù delle Regionali? Caso mai avrebbe dovuto diventarlo in vista delle elezioni, non dopo. E gli scontri tra ministri su mille questioni a cui abbiamo assistito, perché oggi dovrebbero venir meno? Si è detto per mesi, e non solo da parte del presidente della Camera, che l’agenda politica del governo era dettata dalla Lega: perché ora le cose dovrebbero cambiare se il partito di Bossi è uscito rafforzato dalle urne? Insomma, non è difficile pronosticare che voglia di resa dei conti e interessi ulteriormente divaricati creeranno pesanti e ulteriori tensioni nella maggioranza e nel governo, a tutto danno della presunta rinnovata volontà riformatrice improvvisamente sbocciata dopo il voto.
Il terzo motivo di scetticismo riguarda la volontà di fare le riforme e il contenuto di esse. Grosso modo potremmo dividere in quattro categorie le riforme che si sentono evocare: economiche, istituzionali (ruolo delle Camere, numero dei parlamentari, presidenzialismo e forma di governo, legge elettorale, ecc.), federalistiche, di giustizia. Sulle prime ci è stato detto senza mezzi termini che non andavano fatte, vuoi perché a crisi in corso (cioè proprio quando il terreno del consenso è più fertile) non si doveva toccare niente vuoi perché non ce n’era bisogno (previdenza). Su altre, come quella della sanità – che avrebbe dovuto essere il cuore del dibattito elettorale per le Regionali – è calata una pesante coltre di silenzio. Ora si è cambiata idea? Per favore, fatecelo sapere. Le riforme istituzionali, cui più esplicitamente si è fatto riferimento in queste ore, erano già state evocate subito dopo le Politiche di due anni fa, compresa la richiesta alla opposizioni di rendersi disponibili al confronto. Peccato, però, che quella buona intenzione, cui per la verità aveva risposto solo l’Udc, sia andata a farsi benedire nel giro di pochi giorni. Perché ora dovrebbe essere diverso? Anche qui, per favore ditecelo. Ma, in tutti i casi, le componenti pensanti delle opposizioni facciano il santo piacere di non aspettare il governo per giocare come al solito di rimessa, ma facciano una proposta organica. La riforma della giustizia che fin qui non c’è stata, è poi la conferma che lo scetticismo non può essere considerato disfattismo: sono sette anni (negli ultimi nove) che il premier ci racconta quanto sia necessario e inderogabile un intervento organico in materia, ma sono sette anni che assistiamo a penosi interventi tampone che o non passano o non servono (neppure al Cavaliere). Perché, allora, noi che siamo più che disponibili alla separazione delle carriere dei magistrati piuttosto che alla revisione organica del codice e degli ordinamenti, dovremmo credere che questa sia la volta buona? Cosa fa la differenza?
Infine c’è la questione del federalismo. Adesso si può fare, dice baldanzosa la Lega facendo riferimento a quello fiscale. Ma come, ci avete raccontato che era cosa già fatta, e adesso ci dite che era una scatola vuota ancora tutta da riempire? Cosa vera, peraltro, ma allora in cosa consiste e soprattutto quanto costa perché non ci viene ancora detto? E perché parlarne adesso e non in campagna elettorale, cosa che avrebbe consentito ai cittadini di valutare il “federalismo realizzato” fin qui – quello che io preferisco chiamare “localismo esasperato”, che ha moltiplicato costi, contenzioso e diritti di veto, oltre all’assurdo di aver prodotto venti regioni con altrettante leggi diverse in quasi tutti i campi, e proprio quando si va verso una legislazione unica europea – e di ragionare se il regionalismo ha dato buoni frutti o se è il caso di cambiare strada? Adesso, con la Lega più forte, il rischio è di essere messi al bando per il solo motivo di volerne parlare.
Quarto e ultimo punto. Dicono gli esponenti del governo: nei primi due anni di legislatura non esistevano le condizioni per fare le riforme perché nel 2009 c’erano le Europee e nel 2010 le Regionali; ora, invece, ci sono tre anni davanti senza elezioni e dunque la strada è spianata. A parte il fatto che il prossimo anno ci sarà il rinnovo di Comuni importanti come Milano, Torino e Napoli, ma povero quel governo e misera quella maggioranza che non agiscono per il bene del Paese per paura di essere giudicati dagli elettori. Se poi si tratta di un esecutivo che gode di una maggioranza parlamentare schiacciante come l’attuale, che non ha riscontro in tutta la storia della Repubblica, peggio mi sento. E se di fronte ha un’opposizione divisa tra chi è ben disposto a ragionare (l’Udc) e chi pratica esclusivamente l’anti-berlusconismo – cioè una pare utile e l’altra ignorabile – allora davvero non ci sono alibi. Dunque torna la domanda: perché ieri no e domani sì? Vedrete, fra qualche settimana avremo già la risposta.
Terza Repubblica (quotidiano on line di Società Aperta )

Mi pare si faccia il solito errore di confrontare le amministrative con le politiche, per stiracchiare i risultati a piacimento.
E della Lega al 13,7 in Emilia, che cosa dite? Che ha perso consensi?