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Elezioni di midterm: vittoria repubblicana con odore di sconfitta?

L’analisi di Domenico Maceri, professore emerito all’Allan Hancock in California ed attento osservatore della politica statunitense.

di Domenico Maceri | 10 Novembre 2022

“Beh, credo che se vincono, meriterò tutto il credito”. Così Donald Trump il giorno prima dell’elezione di midterm in un’intervista alla NewsNation. L’ex presidente ha continuato dicendo che “se perdono, non sarà colpa mia”. Dichiarazioni “sincere” di Trump per descrivere la sua partecipazione al sostegno dei candidati repubblicani alle recenti elezioni di midterm.

Gli esiti non avranno fatto piacere a Trump poiché secondo la Cnn, citando ma senza identificare uno dei suoi consiglieri, era “furibondo” e “gridava a tutti”. Non c’è stata l’ondata rossa prevista dai media e i sondaggi. Adesso si cerca il capro espiatorio e tutti gli indizi puntano a Trump, sempre più vulnerabile.

Si credeva che i repubblicani avessero vinto con un margine di trenta o più parlamentari e con ogni probabilità anche una maggioranza al Senato. Alla Camera Alta l’esito è ancora da determinare poiché l’Arizona e il Nevada, non hanno ancora finito di contare tutti i voti. Inoltre in Georgia vi sarà il ballottaggio il 6 dicembre perché né Raphael Warnock né Herschel Walker hanno superato la soglia del 50% richiesta dalla legge statale. Alla Camera i repubblicani dovrebbero spuntarla con una maggioranza risicata di meno di dieci seggi.

Questa smilza vittoria dei repubblicani si deve alla scelta dei candidati determinata in grande misura da Trump. Per vincere le primarie repubblicane è stata necessaria l’accettazione della grande menzogna dell’elezione rubata e l’illegittimità di Joe Biden a presidente. Quelli che si sono rifiutati di farlo come Liz Cheney del Wyoming sono stati sconfitti e messi da parte. La vittoria delle primarie in grande misura si traduce in vittoria all’elezione generale poiché solo meno di un terzo dei seggi sono veramente competitivi. Vincere l’elezione alle primarie spiana la porta alla vittoria in ambedue i partiti poiché i distretti parlamentari sono creati dagli Stati in maniera da favorire uno o l’altro partito. I repubblicani controllano buona parte delle legislature Statali e quindi fanno il bello e cattivo tempo con la delineazione dei distretti. Si spiega in questo modo il fatto che l’80 percento dei candidati selezionati da Trump hanno avuto successo.

Ciononostante la sconfitta di alcuni candidati di spicco è stata fondamentale per la limitata vittoria repubblicana. In Pennsylvania, per esempio, Doug Mastriano e Mehmet Oz sono stati ambedue sconfitti principalmente perché troppo estremisti. Il primo, candidato a governatore, era stato presente all’insurrezione del 6 gennaio negli assalti al Campidoglio ed aveva fatto non poche affermazioni antisemitiche. Oz, candidato a senatore, star televisivo ai tempi del notissimo programma di Oprah Winfrey, risiedeva nel New Jersey ma si era comprato una casa in Pennsylvania per qualificarsi all’elezione.

Anche in Georgia Trump scelse un’altra celebrità nella selezione di Walker. In questo caso si tratta di un ex giocatore di football americano accusato di ipocrisia per avere pagato gli aborti di due donne ma professando di essere contrario all’aborto. Walker potrebbe ancora spuntarla al ballottaggio ma gli esiti in Arizona e Nevada potrebbero condizionare l’entusiasmo degli elettori georgiani a ripresentarsi alle urne. Alle fine i democratici potrebbero non solo pareggiare 50-50 al Senato ma persino migliorare a 51 senatori.

Se Trump esce dalle primarie decisamente sconfitto Joe Biden invece se la cava con una leggera ammaccatura. Guardando indietro a precedenti elezioni di midterm, per esempio, Bill Clinton perse 54 seggi alla Camera nel 1994 e Barack Obama addirittura 64 nel 2010. L’attuale inquilino alla Casa Bianca potrebbe ridurre la sconfitta a una decina di seggi o forse ancora meno. Difficilissime le prospettive per i democratici di mantenere la maggioranza alla Camera anche se gli esiti definitivi, disponibili fra una settimana, potrebbero rivelarsi sorprendenti.

Se i repubblicani hanno “perso” alle elezioni di midterm considerando le aspettative, un vincitore del GOP è emerso. Ron DeSantis è stato rieletto a governatore della Florida con un margine di 20 punti. Già si crede che stia accendendo i motori per una sfida a Trump, sempre più astro cadente del Partito Repubblicano. Nonostante la sua popolarità con la base del Gop un sondaggio della Nbc ci informa che il 62% degli elettori repubblicani non si identifica con Trump come candidato presidenziale nel 2024. I sostenitori di DeSantis hanno già intuito. Alla recente festa di vittoria hanno urlato “ancora 2 anni” suggerendo che non completerà i 4 anni di mandato di governatore perché si candiderà a presidente nel 2024.

Trump lo ha già intuito e per questo ha iniziato la sua campagna per denigrarlo. L’ha cominciata inventandogli il nomignolo di “Sanctimonius”, (ipocrita) giocando sul cognome del governatore. DeSantis però non sarebbe l’unico possibile sfidante. Mike Pence, già vice del 45esimo presidente, Nick Haley, ex governatrice del North Carolina, Glenn Youngkin, governatore della Virginia, e Tim Scott, senatore del South Carolina, stanno considerando un’eventuale sfida a Trump. L’altra sfida più pericolosa sarà quella legale. Merrick Garland, ministro della Giustizia, sarebbe quasi pronto a incriminare Trump di spionaggio per il possesso illegale di documenti top secret.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, barack obama, campidoglio, casa bianca, elezioni, intervista, obama, primarie, selezione, senatore, sostegno, stia

Info Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Dr Anvilon

    14 Novembre 2022 alle 09:43

    Grazie per la “chiarezza” dell’informazione, dote non sempre presente in accademici italiani.

    Rispondi

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