Il primo plebiscito: monarchia/repubblica
Sarà per l’anomalia del clima, “zeffiro torna e… il mal tempo rimena”: rispunta la proposta dell’“l’elezione diretta” del Capo dello Stato.
Nella sua storia millenaria l’Italia ne ha viste di tutti i colori. Consoli, cesari, imperatori romani “de Roma”, italici, oriundi, reguli, signori, dogi, principi e despoti, ora di conio proprio ora imposti dall’esterno, una gran varietà di “capi di stato” insomma. Ma, come ora si narra quasi fosse chissà quale scoperta, alla fin fine al timone della Storia sono sempre state minoranze consapevoli. Anche il più tirannico degli autocrati si è sempre circondato di una cerchi di fedelissimi: l’antico Senato romano, rafforzato con l’ingresso degli “homines novi”, le oligarchie, il patriziato, le “classi dirigenti”, impasto perpetuo di privilegi e visioni lungimiranti. In Italia come altrove.
Una sola volta l’Italia ha sperimentato un “plebiscito”: per la propria forma istituzionale, una scelta dirimente, tra monarchia e repubblica. Era il 2-3 giugno 1946. Quasi 75 anni dopo non è affatto chiaro come davvero siano andate quelle votazioni. La vittoria della repubblica sulla base di una “grande truffa”, a lungo asserita, non regge all’esame critico. Per attuare il presunto “colpo di mano” (l’immissione di un paio di milioni di schede contraffatte a spoglio in corso) il ministro dell’Interno Giuseppe Romita (repubblicano senza se e senza ma) avrebbe dovuto contare su una miriade di complici, i cui “ricordi” prima o poi avrebbero riempito le cronache e la memorialistica. Altrettanto va detto di supposte direttive impartite dal governo (quasi tutto repubblicano) agli uffici elettorali circoscrizionali e a quello centrale per manipolare l’esito degli scrutini. Alla luce dei risultati acquisiti, non si comprende perché esse sarebbero state efficaci in alcune regioni ma niente affatto in altre. La verità è più semplice: la repubblica vinse con il magro 42% dei suffragi di chi aveva diritto di voto (12.700.000 su 28.000.000): nacque minoritaria nel Paese, ma ebbe il consenso della Costituente, eletta contestualmente, e dei “vincitori” che già avevano pronto il “trattato di pace”che comportò la “potatura” dei confini del 1924 e l’esodo di centinaia di migliaia di dalmati, fiumani, istriani. Da ricordare…
Nell’Assemblea i deputati repubblicani erano l’80% del totale: non solo nelle file di comunisti, socialisti, partito d’azione, ma anche in quelle dei “liberali” (Manlio Brosio era fautore del “cambio”) e, ciò che più conta, della Democrazia cristiana. Se la maggior parte dei votanti lo Scudo Crociato erano monarchici (soprattutto nell’Italia centro-meridionale) i loro rappresentanti erano invece repubblicani, in linea con il pronunciamento del Congresso nazionale e, ancor più, del movimento giovanile democristiano, orientato dal clero da sempre contrario all’Unità nazionale. Certo non mancarono brogli, manipolazioni, migliaia di piccole magagne che, sommate, fecero la differenza. Ma il vero “colpo” non fu “di Governo”, bensì “linguistico”: quando con dodici voti contro sei la Corte Suprema di Cassazione stabilì che per “votanti” s’intende voti validi anziché schede votate, comprese nulle, bianche, contestate…: circa 1.500.000. Se queste fossero state conteggiate, la differenza tra monarchici e repubblicani si sarebbe ridotta a circa 250.000 su 28.000.000 e la partita si sarebbe potuta riaprire, con verifiche delle schede. Ma non lo volle nessuno di chi davvero contava: non papa Pio XII, né gli anglo-americani, che avevano il controllo dell’Italia, né, infine, lo stesso Umberto II, che preferì lasciare il suolo patrio da Re per scongiurare conflitti di piazza dalle conseguenze imprevedibili, nella fiducia di esservi prima o poi richiamato. Come accennò Palmiro Togliatti, plenipotenziario del Partito comunista in Italia, i parti difficili vanno propiziati. Non era un’invenzione sua. Nei secoli lo avevano detto e ripetuto filosofi, archimandriti e capipopolo.
Capo dello Stato: eletto dai Costituenti, non da plebiscito
Però neppure il famoso referendum istituzionale del giugno 1946 decise chi fosse il capo dello Stato. Esso cancellò la monarchia in Italia ma non impedì che il Re partisse da sovrano: prerogativa implicitamente riconosciutagli dalla Costituzione che vietò agli ex re, allo loro consorti e ai loro discendenti maschi (confondendoli con “eredi al trono”), ma non insediò un “successore”. Le “funzioni” di Capo dello Stato furono assunte pro tempore da Alcide De Gasperi su decisione del Consiglio dei ministri intorno alle 0.30 di giovedì 13 giugno: un giorno dalla cifra scaramantica.
Non furono gli italiani (votanti, non votanti, esclusi dal voto per i motivi più disparati: ancora prigionieri di guerra, abitanti di province in discussione, privati del diritto di voto per ragioni politiche, non reperiti dagli uffici comunali…) a eleggere il nuovo capo dello Stato.
Il 19 giugno 1946 il governo presieduto da De Gasperi deliberò la nuova intestazione dei decreti e l’intitolazione della “Gazzetta Ufficiale”. Il 24 seguente De Gasperi emanò il decreto legislativo che ordinò la cessazione del Regio Senato, ma la Corte dei Conti rifiutò di registrarlo, sia pure con riserva, perché esso esorbitava dalle sue competenze. L’indomani l’Assemblea si radunò nell’Aula di Montecitorio ed elesse presidente il socialista Giuseppe Saragat. Il 28 fu la Costituente a eleggere a larga maggioranza il presidente provvisorio della neonata Repubblica italiana: Enrico De Nicola, liberale, monarchico, napoletano, “uomo del Mezzogiorno d’Italia”, cioè proprio delle regioni che avevano votato a larghissima maggioranza a favore della monarchia. De Nicola aveva altri pregi. Deputato sin dal 1909 (prima del collegio di Afragola, poi di Napoli) nel 1924 era stato candidato nel “Listone” nazionale organizzato dal Partito nazionale fascista. Il 2 marzo 1929 fu creato senatore del regno. Uomo di grande sobrietà (il suo biografo, Tito Lucrezio Rizzo, ricorda che si faceva rivoltare il cappotto di lana: all’epoca con la camicia “buona” si comperavano anche polsini e colletti “di riserva”), il napoletano De Nicola non era molto diverso dal suo successore, Luigi Einaudi, liberale, monarchico e piemontese “di Cuneo”, cioè della provincia che, con Asti e Padova, nel 1946 ritenne che lo Stellone d’Italia fosse tutt’uno con la Corona, e votò in prevalenza per la monarchia. Culla della Resistenza (come poi è stata narrata), la “Granda” provò nei fatti che la guerra partigiana non fu affatto monopolio di “Garibaldini” e “Giustizia e Libertà” (come a lungo narrò Pansa). Vi avevano concorso i monarchici delle formazioni autonome comandate da Enrico Martini, “Mauri”, Ilicio Ronchi della Rocca e molti militari, come l’eroico generale Giuseppe Perotti, capo del comando militare del CLN piemontese, catturato, torturato e fucilato su condanna di un tribunale della Repubblica sociale italiana.
Il Presidente “blindato” dalla Carta
Non furono dunque gli elettori, ma i costituenti, a scegliere il successore di Umberto II. L’Assemblea era popolata da personalità di lunga e robusta esperienza politica: studiosi, scienziati, parlamentari navigati, accomunati da una certezza: toccava a loro “tagliare l’abito” per la nuova Italia. Bisognava tenerla al riparo dalle tentazioni. L’articolo 1 della Carta sintetizzò il futuro: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, cioè nella cornice dei 138 articoli successivi e delle XVIII disposizioni transitorie e finali, l’ultima delle quali stabilì che sarebbe entrata in vigore dal 1° gennaio 1948. La Carta blindò la figura del Presidente della Repubblica, che è “il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”, formula ricalcante lo Statuto promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia-Carignano. Il Re era “il Capo dello Stato”, con quanto ne conseguiva: egli “comanda(va) tutte le forze di terra e di mare”, così come il presidente della Repubblica “ha il comando delle forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere…” e molto altro. Il sovrano “solo sanziona(va) le leggi e le promulga(va)”, al pari del Presidente della Repubblica, che promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti.
La Carta stabilì inoltre che il Capo dello Stato è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri e da tre delegati di ogni regione (uno solo per la Valle d’Aosta).
Anzianità fa grado
Se ha ormai superato la “settantina”, vuol dire che il regime repubblicano si fonda su un equilibrio di poteri capace di reggere anche a venti tempestosi, che non sono affatto mancati nel suo corso: un bilanciamento formale e sostanziale tra Presidente, Parlamento, Consiglio dei Ministri, Magistratura, regioni, province (dimidiate e agonizzanti per l’abolizione del loro “governo” ma ancora esistenti), comuni e la Corte Costituzionale, un’architettura complessa, sulla cui durata nel 1946-1948 e sino agli Anni Sessanta non tutti scommisero.
Nel tempo sono state affacciate molte proposte di riforma della Carta, ora per alcuni articoli, ora per suoi capisaldi. Ricorrentemente si è affacciata la richiesta dell’elezione diretta del capo dello Stato, su modello degli Stati Uniti d’America e della Francia, due Paesi dalla storia analoga: entrambi figli di ordinamenti monarchici e dalla tradizione e vocazione imperiale. Gli USA nacquero dalla guerra per l’indipendenza della Nuova Inghilterra contro la “madrepatria”. I poteri del Presidente, geneticamente capo militare, vennero però subito temperati da altri organi statuali. Il Presidente degli USA è frutto di alchimie così articolate, lunghe e complesse che la sua “elezione diretta” è più apparente che reale. Altrettanto vale per la Francia odierna, debitrice verso Charles De Gaulle, i Bonaparte, Luigi XIV ma anche verso la Terza Repubblica e Montesquieu, al quale risale l’enunciazione lapidaria della divisione armonica dei poteri.
Pro e contro cesarismo/bonapartismo: Randolfo Pacciardi, Guglielmo Ferrero
Tra i fautori dell’elezione diretta del Capo dello Stato merita speciale menzione Randolfo Pacciardi (Giuncarico,1899 – Roma, 1991), repubblicano, massone, ispirato al modello “americano”, fondatore dell’Unione democratica per la Nuova Repubblica e del settimanale “Folla”, diretto da Giano Accame, che fu tra i promotori del “movimento” con il generale Raffaele Cadorna, Mario Vinciguerra, il socialista Ivan Matteo Lombardo. Il programma aveva due cardini: una legge elettorale maggioritaria e l’elezione diretta del presidente della Repubblica. Vi si fondevano le riflessioni sul modello degli USA (a lungo studiato da Pacciardi nel suo soggiorno in America, accanto ad Alberto Tarchiani e a Carlo Sforza) e l’opposizione al centro-sinistra, ritenuto antesignano occulto del “compromesso storico” tra la Dc e il Partito comunista italiano, che di fatto risaliva ai governi presieduti da Ivanoe Bonomi, Ferruccio Parri e Alcide De Gasperi sin dal suo rientro dagli USA (1947) e alla rottura di Saragat con i socialisti di Pietro Nenni. Pacciardi venne demonizzato e poi sospettato di vagheggiare un colpo di Stato, accusa poi mossa anche contro Edgardo Sogno.
L’elezione diretta del capo dello Stato aveva avuto uno strenuo avversario nello storico e sociologo Guglielmo Ferrero (Napoli 1871 – Mont Pélerin, 1942), repubblicano, radicale, interventista presto pentito nel 1915, antifascista, minacciato di condanna al confino, passato in Svizzera ove insegnò all’Università di Ginevra a al prestigioso Istituto Universitario di Alti Studi Internazionali. Riproposto all’attenzione in anni recenti (anche con la ristampa di molte sue opere), Ferrero combatté Francesco Crispi e il suo “erede” e “continuatore” Benito Mussolini. Il secondo, in specie, mirò a introdurre in Italia il bonapartismo, forma aggiornata del cesarismo (da Ferrero aspramente combattuto anche in sede storiografica), basato sulla privazione dei cittadini della libertà di scegliere i propri rappresentanti, come anche oggi molti propongono.
Poco dopo il trasferimento di Ferrero all’estero, gli italiani furono chiamati alle urne. Il governo aveva alle spalle la Conciliazione Stato-Chiesa dell’11 febbraio 1929 e la riforma elettorale ideata da Alfredo Rocco (1928): una sola lista di 400 candidati alla Camera preconfezionata dal Gran Consiglio del Fascismo, a sua volta elevato a organo della rivoluzione fascista. Fu una sorta di plebiscito, ma riguardò il regime di partito unico, non lo Stato, che era e rimase una monarchia statutaria. Il Re conservò la somma dei poteri. Li gettò sulla bilancia della storia quattordici anni dopo, quando in un colloquio di venti minuti revocò Mussolini che da vent’anni era capo del governo. Altra cosa fu il plebiscito in Germania che il 12 novembre 1933 con 40.600.000 “si” contro 2.100.000 “no” consegnò il potere al partito nazionalsocialista di Adolf Hitler, senza alcun contro-altare. Il 19 agosto 1934 un altro plebiscito unì la carica di presidente del Reich con quella di Cancelliere. A Mussolini Casa Savoia piacque poco; dal 1938 il “duce” cercò di disfarsene, ma non arrivò mai a progettare di unire il ruolo di capo di governo con quello dello Stato.
Legittimità e Tradizione
Le proposte di elezione diretta del Capo dello Stato oggi qui e là nuovamente serpeggianti in Italia, solitamente abbinate alla richiesta di “pieni poteri” come se la storia non abbia insegnato nulla, si scontrano con tre novità che hanno modificato profondamente lo scenario politico-partitico-parlamentare e le rendono improponibili. In primo luogo, a differenza di quanto avvenuto tra il 1945 e il 2008, non esiste più alcun partito in grado di catalizzare cospicui e durevoli consensi intorno a un programma di ampia prospettiva. I voti sono povere foglie “frali” in balia dei venti umorali da tempo imperversanti. Mentre essi vagano da uno ad altro imbonitore aumenta il numero delle astensioni, anche in elezioni locali.
Inoltre, la riduzione del numero dei parlamentari, se confermata, aumenterà la lontananza tra elettori e rappresentanti, riducendone l’antica capacità di consolidare interessi locali e “clientele”, onesto e trasparente fulcro della democrazia tradizionale, con quelli statuali. Infine, da anni imperversa la sciagurata “personalizzazione” della rappresentanza politica, che non trova adeguati correttivi istituzionali, a differenza di quanto avviene nelle grandi repubbliche presidenziali (USA, Francia…) e negli Stati monarchici.
L’elezione diretta del Capo dello Stato in Italia sommerebbe i vizi della tirannide e dell’oclocrazia. Accecati dai “media” gli elettori voterebbero per il “personaggio del giorno”: Masanielli di breve durata, in balia a folle che già una volta tra Barabba e Cristo non fecero una scelta oculata.
L’Italia, già in grave affanno proprio per l’assenza di progetti di lungo periodo, non può mettere a repentaglio chi ne rappresenta l’unità, garante dei vincoli internazionali. È curioso che anche taluni sedicenti monarchici propongano l’elezione diretta del Capo dello Stato: sarebbe la fine di ogni sogno di re-staurazione o di in-staurazione, così come lo sarebbe ripetere il referendum sulla forma dello Stato. Per quanto discussa, la Repubblica oggi riscuoterebbe comunque un consenso maggioritario schiacciante e non certo minoritario, come nel 1946.
I veri nodi da sciogliere dell’Italia prossima ventura sono varare una legge elettorale che garantisca rappresentanza e stabilità (quadratura del cerchio!) e riportare i cittadini alle urne per convinzione, non per convenzione né per coazione. All’insegna della libertà consapevole: un traguardo forse lontano. Nel frattempo, meglio è sperare che il prossimo Capo dello Stato sia scelto da un Parlamento all’altezza dei suoi doveri.
Aldo A. Mola

La Camera come istituzione Legislatova, fa le leggi
manca l’elezione diretta di tutto l’Esecutivo (Ministri, Segretari, Sottosegretari)
funziuone che può essere affidata al Senato
quindi per scegliere rappresententi competenti occorre che siano elegibili :
consiglieri regionali con otto anni di buona esperienza per la Camera
e assessori regionali con otto anni di esperienza per il Senato
possono essere selezionati alcune eccellenze fra Consiglieri e Assessori delle Città Metropolitane
Come sempre si tratta di un’analisi storica quanto mai obbiettiva e di estremo interesse.. C’è semmai un particolare non di pochissimo conto che riguardo al conteggio delle schede del referendum istituzionale sarei curioso di conoscere il parere dell’illustre storico : e cioè, perchè, la Corte di cassazione ordinò che si bruciassero le schede una volta fatta la proclamazione ufficiale dell’esito referendario.