Ieri, era tutto semplice, ed il lupo teutonico trasfigurato (dal senso di colpa) si muoveva come un domestico cucciolone (di quelli che temono la frustata per averla fatta davvero grossa). In un anno di trasmigrazioni italo-tedesche, avevo imparato a trattare l’animo nordico. Parlo di quell’animo da lupo prone all’ubbidienza solo verso chi teme. E teme solo chi (come lui) azzanna, morde, ringhia. Quell’animo da lupo che di fronte ad una pecora, ad un mite animale da cortile, ad una bestiola da passeggio, mostra (invece) del becero istinto predaiolo (la ferocia per la ferocia). Perché è un animo che disprezza la debolezza e l’arrendevolezza. Colpisce e sbrana per avversione a qualsisia forma di (apparente) cedevolezza d’animo. Mi ero abituata a sedermi intorno ad un tavolo appoggiando la penna come fosse un frustino e muovendo i miei bracciali come manette. È con frustini e manette, il manager teutonico abbassava le orecchie e scivolava silenziosamente lungo i muri. Esser dure maestrine, strette-strette in un severo tailleurino scuro, erano due ingredienti fondamentali per un equilibrato rapporto di lavoro tra una trentenne italiana ed un grasso (autoritario) bavarese attorniato da una muta di collaboratori ringhianti. Ma ieri, era tutto semplice, ed il lupo teutonico trasfigurato (dal senso di colpa) si muoveva come un domestico cucciolone (di quelli che temono la frustata per averla fatta davvero grossa). Ho provato l’ebrezza di una riunione cordiale. Di qualche sorriso. In assenza di ferocia, era inutile sgridare il cucciolone. Inutile infierire. In questi casi, si è materne: lì sta il segreto: mamme all’occorrenza; altrimenti, manette, tacchi (alti) spinti nella schiena e frustatine sulla testina. In conclusione, non una menzione. Non un cenno. Non ho mai pronunciato la parola “automobile”. Neppure la parola “macchina”. Tantomeno la parola “diesel”. Men che mai la parola “Volkswagen”. Adorabili aeroporti. Luoghi senza temperatura in cui sei mescolata condividendo eccitazione, ansia e desiderio di viaggio con mille sconosciute. Un limbo in cui sei di qua, non ancora là. È uno dei luoghi che preferisco e in cui mi lancio in acquisti senza stagione. Oggi un paio di sandali che non metterò sino alla prossima estate, domani, d’agosto, un paio di pantaloni di flanella che metterò il dicembre successivo. Regali che mi piace provare e poi sapere (ancora nuovi) in un armadio. Dimenticarli e scoprirli per il loro momento. L’acquisto in aeroporto è in relazione al tempo che ho. L’importo della spesa, è in relazione all’umore che ho. E questa mattina, di rientro da Monaco, il mio umore era alto, azzurro, soleggiato ed estivo, nulla a che fare con il celo tedesco (e ne avevo ben donde). Per cui: acquistone (totalmente inutile, ma acquistone). Ogni tanto, poche volte, assapori il gusto di un muro che cade, di una statua tirata giù da funi, di una vittoria elettorale, di un professore che toppa alla grande, di un dittatore a cui negano il visto d’ingresso, di una ragazzina che vince il Nobel, di una vecchia canzone rivoluzionaria, o più prosaicamente, assapori la docile firma al rinnovo del tuo contratto di consulenza (ovviamente senza sconti e senza storie). Sono solo momenti magici (brevi, brevissimi) che interrompono l’inarrestabile sequenza di eventi faticosi e duri che formano la linea temporale del mondo. Una infausta linea destinata a tornare all’ordine in breve tempo: di nuovo i lupi, di nuovo a difendersi, di nuovo a frustarli. Ma oggi, mi sono goduta questo personalissimo momento di pace, dall’aeroporto fino a casa. Oh yeah (come quella bella tedesca felice per le prestazioni di una macchina tedesca… in fondo, come me) Oh yeah

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