Vita da trentenne…. un po’ così
Alla seconda transumanza gli ho sorriso un po’ da mignotta e poi: “… mi raccomando, chiamami, Edo”.
A gennaio, in compagnia di amici di vecchia data, stretta dentro short troppo succinti (per una trentenne) e conditi con improbabili stivali (ovviamente usati solo una volta!), sono andata con loro in discoteca (mai più e mai poi). Erano anni che non ci mettevamo piede. Abbiamo fatto la figura dei tardoni e la musica non è piaciuta a nessuno di noi. Comunque… in quella occasione “godereccia”, il buon Edoardo, liceale all’ultimo anno, ha cercato (spavaldamente) di rimorchiarmi (mi ha perfino messo un braccio intorno al collo). Alla domanda delle domande (il numero di telefono) gli ho dato quello di zia Cristina (ottantenne). Si… uno “scherzo da suora”. Comunque, una settimana dopo, sarebbe venuto fuori: mia madre si sarebbe inalberata; la zia Cristina offesa; io sarei passata (al solito) per quella di sempre; ed il povero Edoardo sarebbe stato maltratto (telefonicamente) dalla vecchia. Questo quanto sarebbe accaduto (ed accadde).
Ma il mondo è piccolo (e certe storie sono delle epopee): ieri, il buon Edoardo, mi ha ritrovata in treno per Roma. Era in compagnia della sua gran classe (presumo in gita). L’incontro è avvenuto mentre la mandria transitava attraverso la Premium dell’Eurostar in direzione del Bar. Edoardo mi ha riconosciuta (sotto un vestito formalissimo) e mi ha salutata carinamente (io, a dire il vero, non altrettanto, non per cattiveria: non avevo capito chi fosse).
Comunque, non ho perso tempo a farmi perdonare: alla seconda transumanza gli ho sorriso un po’ da mignotta e poi: “… mi raccomando, chiamami, Edo”. Lui rosso (gli altri con lo sguardo a pesce e la fantasia ormonale al galoppo).
È chiaro che non struscerà mai il suo ditino sul suo iphone per chiamarmi perché sa che il numero che ha è di una vecchia ottantenne, ma se tanto mi da tanto, si guarderà bene dal dirlo agli amici. Anzi, se fosse sveglio (come credo) potrà raccontare di avermi stretta (quella sera) tra le sue braccia e poi… e poi… e poi fatta impazzire tra una pomiciata e l’altra (e non solo!)… tutto a bordo della sua macchinetta-scatoletta (vroom-vroom, yé-yé).
Spero (così) di essermi fatta perdonare. Siamo animali sociali, un bel racconto, dopotutto, vale oro
Ps.
A Londra lo scorso fine settimana: molto bene. La questione è seria (non da chiacchiericcio)

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