Dopo l’ultimo scontro a distanza tra Lilli Gruber e Mario Giordano, con la prima che fa il verso al secondo, la degenerazione dei talk show sembra inarrestabile.
Genere TV dell’era del populismo, pochissimo costoso e di grande efficacia tanto più quanto più trascende in rissa verbale, ha per il telespettatore una attrattiva ipnotica e l’effetto di far diventare la confusione e l’improbabile categorie della modernità.
Molti hanno risolto la questione sottraendosi, via telecomando, ad ogni tentazione, ma la luce azzurrina resta accesa ugualmente in milioni di case, anche dopo un assennato click che metta fine allo strazio.
Finchè si parla di argomenti vari ed avariati – Berlusconi al Quirinale, Salvini che chiede in tv cose che non ha chiesto in Consiglio dei Ministri, Conte che racconta banalità non avendo avuto (nella vita) tempo per prepararsi alla politica – la cosa male non fa, o meglio ne fa poco.
Ma confondere le idee alla casalinga di Voghera su vaccino si e vaccino no, qualche ricaduta di valore generale ce l’ha, e forse almeno un richiamo alla responsabilità ci vorrebbe.
Utilizzare il bilancino della par condicio in materia vaccinale è qualcosa di irresponsabile, cercare un rimedio farebbe parte dell’etica professionale.
Il criterio della par condicio è il frutto avvelenato dell’epoca in cui un tycoon entrò in politica e per di più diventò Presidente del Consiglio, per cui l’informazione tv fece filotto: non 3 ma 6 reti a rischio pensiero unico. Non era poi davvero così, perché il tycoon cercava voti, è vero, ma ancora di più audience, ed essendo del mestiere sapeva che per la pubblicità un menu fisso non è appetibile.
In un sistema ipocrita, che ha paura del confronto di opinioni, la medicina fu comunque quella di centellinare, millesimare l’utilizzo dello strumento, sempre nel presupposto antico che la libertà sia rischiosa. Da Fjodor Dostoevskij (il grande inquisitore) a Ettore Bernabei (il grande controllore dell’unico canale RAI) bisognava evitare lo choc del dubbio.
Ma poi il sistema si è un po’ evoluto, abbiamo oggi centinaia di canali, ed è normale che alcuni siano schierati da una parte e altri dall’altra. Si paga un prezzo a un Carnevale inguardabile, ma non è poi tanto pericoloso. C’è persino un canale occupato giorno e notte da un non medico che vende ricette miracolose a platee osannanti, intervistato sempre dallo stesso falso giornalista e trattandosi di salute sarebbe un problema, ma vendere placebo al massimo è una truffa.
Negli Stati Uniti nessuno si lamenta se la Fox è un tantino reazionaria. Da noi, quella “par condicio” è rimasta invece nell’aria, come il droplet, e ha infettato abitudini, pigrizie e convenienze.
Non c’è la sana gioia, in campagna elettorale, di assistere ad un bel confronto senza veli tra Renzi e Conte, o tra Salvini e Meloni. Un doppio podio per dirsi tutto quello che serve a capire. No, ci vuole sempre un palco capace di ospitare per lunghezza il Bucintoro, e tutti lì a dire qualcosa prima del gong. Cinquanta secondi di slogan sbocconcellati e sotto ad un altro. Cose inguardabili.
Non si può comunque applicare questo stesso metodo quando si parla di vaccini. E’ materia delicata, è facile disorientare e confondere.
Il telespettatore ha davanti qualcosa che viene celebrato, con pari forza e convinzione, da chi dice una cosa e da chi dice il suo contrario. Ha allora tutto il diritto di pensare che il valore è equivalente, ed è umano, fortemente in linea con il mezzo tv, che possa essere attratto dal più bravo nello storytelling o nella violenza verbale.
Il conduttore pensa come al solito che la rissa equivalga a picchi di audience e lascia fare, anzi gira la manopola, il regista inquadra in modo da poter montare mezzo schermo per ciascuno dei due contendenti, e dal divano vedi e senti la materializzazione di un confronto plasticamente alla pari.
C’è poi chi è più sadico e chi più temperato.
Floris, per esempio, ha cominciato negli anni creando dal nulla (ma proprio dal nulla, in tempi non sospetti) personaggi tv come la Polverini o la Donato o l’irresistibile Rinaldi, sempre in omaggio alla par condicio, perchè la Polverini era di un sindacato di destra (merce rara), la Donato era no euro (marketing puro con un’associazione composta da due soci, lei e il marito), Rinaldi era addirittura presentato come portavoce di Savona, quando quest’ultimo, ombra di Guido Carli per una vita, direttore generale dei Confindustria, aveva sfogato vecchie frustrazioni nella scoperta dell’anti Europa.
Polverini, Donato, Rinaldi: perfetti sconosciuti, personaggi improbabili senza un palcoscenico, portatori di pensieri deboli, votati poi da migliaia di telespettatori/elettori entusiasti perché trasformati da zucche in carrozze grazie a mago Floris.
Un metodo, dunque, di successo (complimenti, potrebbe formare un gruppo parlamentare), che però assume connotati inquietanti quando si dà spazio ad un mons. Viganò che teorizza lo sterminio di massa per propiziare la vaccinazione di massa.
Qui siamo in un campo in cui non si può scherzare.
C’è gente che sul divano fa zapping, o dorme e si sveglia di colpo, che ha già tanti dubbi. Vede un monsignore, o un professore, o l’inventore di Pubblicità Progresso che spiegano che il vaccino è sperimentale nonostante 3 miliardi di cavie, e si mette in allarme. Già non ha molta voglia di farsi pizzicare il braccio.
Ora che viene il difficile, cioè incolonnare di nuovo 45 milioni di italiani verso gli hub della terza inoculazione all’anno, bisognerà clonare il generale Figliuolo per riuscire a convincere le masse.
Naturalmente, in un’ottica liberale, è motivo di imbarazzo criticare il confronto tra idee diverse. Lungi da noi l’idea della censura, che aggrava solo i problemi. Siamo sempre convinti che dal dibattito vengano vantaggi. Forse verranno anche da queste che sembrano accozzaglie. E certamente l’alternativa non è quella cui abbiamo assistito nei mesi della virologia a gogò, con parere scientifici tutti contrastanti.
Ma affidare una operazione collettiva tanto decisiva come la campagna di vaccinazione alle obiezioni di tuttologi, filosofi, improvvisatori del pensiero non è confortante.
Ci siamo già fatti abbastanza del male. Il complottismo, il disprezzo per i fatti, per la scienza, per la preparazione, persino per i congiuntivi, ha affascinato e sedotto, almeno per un attimo (ma era un attimo importante, quello del voto), un italiano su tre. E’ andata male. La macchina dell’odio ha mischiato tutto e restituito molta pericolosa delusione e molto insidioso doroteismo di certi ex gilet gialli.
Dunque, un po’ di autocontrollo nella comunicazione tv (sui quotidiani di carta è diverso, ma quanto incidono?) non starebbe male. Click.
Beppe Facchetti

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