Assolutamente da vedere, per capire come in nome di un fine superiore (e non certo per un paio di barattoli di nutella) si possano accettare compromessi . Da vedere possibilmente in lingua , per lasciarsi ulteriormente affascinare dalla voce originale degli attori…non ci sono paragoni.

Non guarda mai in macchina Daniel Day-Lewis , non ha bisogno di ottenere l’empatia dello spettatore guardandolo negli occhi, per quasi tre ore vediamo il 16^ Presidente degli Stati Uniti “…ma quanto è alto , signore!”, curvo, quasi schiacciato dalla gravità e dalla pesantezza delle decisioni da prendere. Spielberg usa pochissimo la luce lo riprende spesso nell’ombra quasi simbolo dei sentieri oscuri che la sua coscienza deve percorrere per arrivare al suo scopo, ma sempre alto e grande nella sua fragilità fisica anche nelle scelte più difficili, sempre chiaramente stagliato quando deve “imporre”, contro il tempo e con l’incubo della mancanza di voti, il Tredicesimo Emendamento.
“Ci mancano venti voti, signore” dichiara il Ministro degli Interni
“Uscite e trovateli…portateli alla Camera dei Rappresentanti” replica Lincoln.
E’ sempre più curvo, sempre a testa bassa questo Lincoln che deve lottare contro se stesso sia come padre che non vorrebbe permettere al proprio figlio di arruolarsi, salvandolo da una morte quasi certa mentre come Presidente manda a morire i figli degli altri, sia come politico che aborre l’inganno e l’intrallazzo ma non esita a ricorrere all’acquisto del voto quando il fine (l’abolizione della schiavitù) è di natura superiore.
Le paure, le preoccupazioni, la scarsa luminosità sono interrotte solo in una bellissima scena in cui Lincoln padre tiene sulle ginocchia il figlio piccolo, e i due seduti nella sedia a dondolo, quasi immersi nella stessa luce e con la stessa inquadratura che aveva soffuso di una luce dorata la protagonista de “Il colore viola”, vengono ripresi con una luce diretta che li circonda immergendo questo grande Presidente in un’aura di leggenda.
Sono gli anni in cui il Nord e il Sud sono dilaniati in una guerra lunga e sanguinosa. Il Sud alla fine perderà la sua economia che peraltro era basata sulla barbarie della schiavitù e Lincoln ha il triplice compito di abolirla, porre fine alla guerra, unire un popolo. “Questa guerra non finirà finché non ci curiamo della schiavitù e questo emendamento è la cura”. La sua volontà e le sue scelte avranno il potere di cambiare il futuro degli Stati Uniti.
E’ un film tutto basato sulla parola, sul ragionamento, sui meccanismi del potere; è la storia vera di uno dei Presidenti più amati nella storia americana, tanto vera ed interpretata con così disinvolta bravura da Daniel Day- Lewis che, conscio della sua capacità non ha esitato ad annullarsi per essere solo Lincoln, tanto che alla fine del film abbiamo l’impressione di aver vissuto 150 minuti con il Presidente e aver condiviso con lui le preoccupazioni, le angosce, i dubbi, ma anche la gioia, il dolore, la desolazione e la puzza della morte nei campi di battaglia. Fino alla fine.
Un appunto? Avremmo fatto finire il film alla penultima scena, quando Lincoln, che si sta recando a teatro, lascia sul tavolino i guanti e si allontana mentre la macchina da presa lo inquadra di spalle … solo incontro alla morte. Ma davanti ad un capolavoro siamo abituati ad accettare senza discutere tutte le scelte dell’autore , anche se…

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