
Lo dico subito: i danni provocati dalle sommosse dimostrative, fatte per il solo gusto di infrangere le regole e svuotare i negozi, vanno pagati. Su questo non ci sono dubbi. Quello che non funziona nel nuovo decreto è invece la severità delle pene e, soprattutto, la condanna a cinque anni di carcere, che rischia di finire, come spesso finiscono queste cose, nel nulla. Meglio sarebbe obbligare gli adolescenti che delinquono a confrontarsi davvero con le conseguenze delle loro azioni. Sei mesi in un centro sociale, da iniziare il mattino dopo la condanna e da scontare fino all’ultimo giorno. Lavorare per la comunità. Restituire, con il proprio lavoro, qualcosa a chi ha subito un danno. Questa sì sarebbe una punizione esemplare. Perché educare alla responsabilità può essere molto più efficace che minacciare un carcere che forse non arriverà mai. Le multe da migliaia di euro che nessuno potrà o vorrà pagare rischiano, invece, di essere soltanto numeri scritti su un decreto. E una pena che nessuno teme non è una pena. È una promessa vuota. Detto questo, credo che in questo momento nessun parlamentare in buona fede debba soffiare sul fuoco. E credo soprattutto che la politica debba stare dalla parte delle istituzioni anche quando non ne condivide i provvedimenti. Le critiche sono legittime. Sono doverose. Ma vanno fatte nelle sedi opportune, con la responsabilità di chi sa che certe parole possono avere conseguenze molto più grandi di quelle immaginate. Perché bisogna cominciare a farsi una domanda terribile. E se muore un ragazzino? Se muore un adolescente che manifesta, anche in maniera scalmanata, ma che resta pur sempre poco più di un bambino, che cosa succede dopo? Perché se qualcuno sta aspettando proprio questo, allora non siamo più davanti alla politica. Siamo davanti a qualcosa di molto grave. Siamo davanti alla ricerca dello scontro di piazza tra adulti. Alla volontà di trasformare una protesta in una scintilla capace di incendiare tutto. E dopo una scintilla viene il caos. La baraonda che seguirebbe non porterebbe vantaggi a nessuno. E soprattutto potrebbe costringere lo Stato a restringere gli spazi di libertà per tutti. È questo il punto che sembra sfuggire. La democrazia non è soltanto il diritto di protestare. È anche il dovere di impedire che la protesta distrugga il diritto degli altri a vivere in sicurezza. Le penne scivolano sulla carta. Le immagini viaggiano sui social. Le parole rimbalzano come un sasso sull’acqua e, prima di affondare, possono raggiungere migliaia di persone. Una frase sbagliata può diventare una giustificazione. Una provocazione può diventare un ordine. Un’immagine può diventare una miccia. Per questo oggi la politica dovrebbe misurare ogni parola. Tutta la politica. Destra e sinistra. Governo e opposizione. Nessuno può permettersi di trasformare i ragazzi che protestano in una bandiera della propria parte. E nessuno può fingere di non vedere quando la protesta diventa violenza. La protesta è un diritto. La violenza no. Il passamontagna di un ragazzino alto come un soldo di cacio davanti a un agente di polizia è un’immagine che abbiamo visto tutti. E quella immagine dovrebbe farci riflettere. Non soltanto il ministro dell’Interno. Non soltanto il presidente del Consiglio. Non soltanto l’opposizione. Dovrebbe interrogare le famiglie. La scuola. La società. La politica. Perché dietro quei ragazzi c’è un problema che non si risolve con una multa e nemmeno con il carcere. C’è un vuoto educativo. C’è una generazione che spesso sembra non riconoscere più il confine tra libertà e impunità. E davanti a questo problema nessuno può limitarsi a chiedere pene più dure. Serve una risposta dello Stato. Ma serve anche una risposta della società. E allora si alzi il politico saputo e ci dica come dovremmo agire. Ci dica come si recuperano questi adolescenti. Come si insegna loro il rispetto delle regole. Come si difende l’autorità senza trasformarla in autoritarismo. Come si difende la libertà senza permettere che qualcuno la utilizzi per negarla agli altri. Ci dica questo. Oppure taccia. Perché davanti al rischio che un ragazzino possa morire non servono tifoserie. Non servono slogan. Non servono politici che cercano consenso sulla paura o sulla rabbia. Serve responsabilità. E bisogna ricordare una cosa semplice. Uno Stato forte non è quello che manda i ragazzini in carcere. Uno Stato forte è quello che riesce a evitare che quel ragazzo finisca dentro una bara. Perché se muore “un soldo di cacio”, non vince nessuno.Perdiamo tutti. E con lui rischiamo di perdere qualcosa che non possiamo permetterci di perdere mai. La libertà.
Angelo Santoro

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