
La manifestazione di lunedì 12 gennaio in Piazza San Carlo non si è chiusa con un comunicato, ma con un grido. Un grido potente, spiazzante per chi guarda l’Iran solo attraverso le lenti della diplomazia o dei dossier ONU: “Viva lo Scià”.
A scandirlo, alla fine dell’evento promosso dalle donne di Fratelli d’Italia Milano, sono stati loro: gli esuli iraniani. Giovani e meno giovani, donne e uomini che magari sono nati, di sicuro vivono, in Italia ma che con l’Iran non hanno mai reciso il cordone, perché le radici profonde non gelano, nemmeno dopo decenni di esilio.
Quel grido non è nostalgia da salotto. È una presa di posizione netta. È il rifiuto totale della tirannia del clero sciita, della Repubblica islamica che ha sequestrato un Paese millenario trasformandolo in una prigione teocratica. È l’affermazione di una visione radicalmente laica dell’Iran, che guarda a un passato che per molti iraniani non è mai davvero passato: un Iran sovrano, identitario, orgoglioso, aperto al mondo.

Non a caso, in piazza sventolava il leone persiano. Non un simbolo folkloristico, ma una bandiera politica. Il segno di una continuità storica che il regime ha cercato di cancellare, sostituendo la civiltà con il dogma, la cultura con la paura, la vita con la sottomissione.
Mentre in Occidente ci si interroga ancora su “complessità” e “equilibri”, i giovani iraniani hanno già scelto. E stanno pagando quella scelta con il sangue, soprattutto con il sangue delle donne. Sono loro il volto più feroce della repressione e, allo stesso tempo, il simbolo più limpido della resistenza. Donne che sfidano il regime a viso aperto, che strappano il velo, che sanno di rischiare tutto e lo fanno comunque.
In Piazza San Carlo quella connessione era evidente: le radici antiche di un popolo e un futuro che oggi viene comprato al prezzo più alto. Non con le parole, ma con i corpi. Non con i compromessi, ma con il sacrificio. Preferendo morire in piedi piuttosto che vivere in ginocchio.
La manifestazione di Milano ha avuto il merito di lasciare spazio a questa verità scomoda: la libertà iraniana non nascerà da riforme interne al regime, ma dalla sua fine. E chi era in piazza lo sa bene. Lo gridava. Lo mostrava. Con orgoglio, senza paura.
Perché l’Iran non è la tirannia che lo governa.
È una nazione viva, antica, ferita.
E non ha mai smesso di lottare.
Luca Rampazzo

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