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E’ inutile pietire dall’Europa un po’ di flessibilità in più, la manovra finanziaria va radicalmente cambiata

di Terza Repubblica | 27 Settembre 2015

Renzi è, notoriamente, un uomo fortunato. Proprio mentre stava entrando nel vivo la trattativa del Governo con la Ue sulla cosiddetta flessibilità dei conti pubblici, cioè quanto deficit in più Bruxelles ci concede rispetto ai vincoli europei, ecco che scoppia il caso Volkswagen, che trascina nel fango l’intera Germania e lo stesso esecutivo guidato dalla Merkel, indebolendo così gli inflessibili guardiani del rigore che già avevano sguainato le spade per tagliare le aspettative mendicate da Roma. Questo non vuol dire che al duo Renzi-Padoan sarà concesso di spendere senza colpo ferire quei 17,9 miliardi sui cui i due hanno chiesto ai nostri arcigni interlocutori di chiudere entrambi gli occhi. Ma forse, grazie al dieselgate, il grado di resistenza dei rigoristi potrebbe rivelarsi minore del previsto. Tuttavia, qualunque sia l’esito del negoziato con l’Europa, Def alla mano e alla vigilia della legge di Stabilità, vale la pena di fare due riflessioni di natura strategica sulla politica di bilancio e più in generale sulle scelte economiche del governo Renzi, questioni che – una volta chiuso, in un modo o nell’altro, il capitolo delle riforme istituzionali – sono destinate a tornare centrali nella vita politica e a confermarsi decisive nell’orientamento (anche elettorale) dell’opinione pubblica. La prima riguarda il dibattito, fin qui affrontato in modo astratto e ideologico, oppure riferito alla Grecia quasi ci fosse estraneo, tra i fautori del rigore e i sostenitori dello sviluppo a deficit. La seconda è invece riferita allo specifico della manovra di finanza pubblica che si sta delineando.

Partiamo dalla prima questione. La nostra valutazione è che abbiano torto entrambe le tesi. Da un lato, non ha senso subordinare lo sviluppo economico, di cui ha bisogno l’Europa non meno dell’Italia – anche se va detto che la quantità di ricchezza perduta con la recessione iniziata nel 2008 e il livello di crescita presente e futura misurano un divario a nostro sfavore alto e crescente – alla buona salute della finanza pubblica, specie se ottenuta con politiche di austerità. E hanno ragione coloro (La Malfa, Savona, Piga e altri economisti) che sottolineano come non si possa sostenere la ripresa se si taglia la spesa pubblica. D’altro canto, però, non si può neppure far finta che l’Italia non abbia un debito pari al 133% del pil e che la quasi totalità delle uscite vada in spesa corrente e non per investimenti. Due storture strutturali, l’eccesso di debito e di spesa corrente, la cui cura non può essere rimandata al tempo delle vacche grasse, anche perché quella stagione tornerà soltanto quando si faranno massicci investimenti pubblici e si favoriranno quelli privati attraverso il taglio netto dell’imposizione fiscale e dei vincoli burocratico-giudiziari.

Ergo, la linea che l’Italia dovrebbe scegliere è sì quella di andare a trattare con la Ue – formalmente con Bruxelles, sostanzialmente con Berlino e Francoforte – ma non per pietire un po’ di deficit in più, bensì per proporre un piano alternativo alle politiche fin qui seguite. Quale? Semplice: fatemi fare più deficit – non un qualche miliardo, ma decine di miliardi – perché noi vi dimostriamo che lo useremo solo per spesa in conto capitale e per il taglio delle tasse alle imprese e sul lavoro, e perchè in cambio vi diamo altre due cose. La prima: un taglio netto della spesa corrente non attraverso la pratica fallimentare della spending review ma attraverso tre riforme strutturali (smantellamento del federalismo e conseguente ritorno della sanità in capo allo Stato adottando il modello mutualistico olandese, restringimento del perimetro della pubblica amministrazione grazie alla privatizzazione di alcune funzioni e molti servizi). La seconda: un radicale taglio dello stock di debito, per portarlo sotto il 100% del pil (la media Ue è intorno al 95%), mettendo il patrimonio pubblico al servizio di un’operazione finanziaria che coinvolga anche la ricchezza privata in modo obbligatorio ma non punitivo.

Cosa risponderebbe l’Europa? Diciamo che sarebbe più difficile dirci di no, visto che questo piano consente di coniugare crescita e risanamento finanziario. Tanto più se l’alternativa – e qui siamo all’ormai prossima legge di Stabilità – è implorare un po’ di flessibilità per tagliare le tasse sulla casa che Bankitalia sconsiglia vivamente (cosa che rilancerebbe l’edilizia solo marginalmente e spingerebbe i consumi non più di quanto abbiano fatto i famosi 80 euro, cioè poco e niente), per evitare l’aumento di Iva e accise (previsto se scatta la clausola di salvaguardia Ue), per lo sblocco dei contratti pubblici e per un’altra manciata di provvedimenti o dovuti (la reindicizzazione delle pensioni derivante dalla sentenza della Consulta) o di carattere elettorale (revisione della legge Fornero). Una manovra da 27 miliardi (ma c’è chi calcola che siano 5-7 di più) in cui i conti tornano perché sono state incrementati di due decimi di punto i tassi di crescita sia per quest’anno (0,9%) che per il prossimo (1,6%) sulla base di stime che riteniamo non abbiano fondamento (e non siamo i soli: Fmi, Bce, Ocse dicono la stessa cosa) considerato che lo stesso Governo prevede esportazioni non più in crescita, per cui il maggior sviluppo dovrebbe derivare solo da un significativo aumento delle importazioni (ma così la bilancia dei pagamenti peggiorerebbe) e dei consumi (non si vede come). Tra l’altro i tagli alla spesa promessi o si fanno, e allora inevitabilmente cala la domanda, o rimangono annunci, e allora sballano i conti della manovra.

Per carità, la partita sulla flessibilità è tutta politica, e in un’eurozona dove si consente alla Francia di avere un deficit sopra il 4% del pil (anche se Parigi non ha certo il debito pubblico stratosferico che abbiamo noi) Renzi potrebbe avere buon gioco nel convincere, almeno in parte, i suoi interlocutori. Ma il vero problema è l’inadeguatezza dell’intero impianto della manovra rispetto alle esigenze di svolta che l’economia italiana ha. Non una generica manovra espansiva – cosa che questa che si profila all’orizzonte comunque non è – ma un “piano Marshall” che affronti di petto il declino. Non è mai troppo tardi, il tempo c’è. Volendo.

Pubblicato in : EditorialeTag: amministrazione, bce, bruxelles, conti, conti pubblici, conto capitale, debito pubblico, euro, europa, federalismo, finanziaria, fmi, francia, francoforte, germania, governo, grecia, iva, La Malfa, lavoro, manovra, merkel, natura, ocse, parigi

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