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E’ A PEZZI IL  MONDO  DEI PROGRESSISTI NON LIBERALI

Da qualche anno gli avvenimenti sono sempre più estranei al mondo dei progressisti non liberali. Che restano avvinti al mondo da loro stabilito a tavolino in base all’obbligo del politicamente corretto e non sono più in grado di cogliere il senso degli eventi. Un po’ alla volta vengono sospinti ai margini  della realtà politica. Perché il loro politicamente corretto è autoreferenziale e lontano dai cittadini per principio.  Avviene in larga parte dell’Occidente, l’Italia in prima fila. 

di Raffaello Morelli | 26 Giugno 2025
Massimo D’Alema (fonte Wikimedia Commons)

Da qualche anno gli avvenimenti sono sempre più estranei al mondo dei progressisti non liberali. Che restano avvinti al mondo da loro stabilito a tavolino in base all’obbligo del politicamente corretto e non sono più in grado di cogliere il senso degli eventi. Un po’ alla volta vengono sospinti ai margini  della realtà politica. Perché il loro politicamente corretto è autoreferenziale e lontano dai cittadini per principio.  Avviene in larga parte dell’Occidente, l’Italia in prima fila. 

Le sconfitte dei progressisti non liberali rispetto ai populisti sono cresciute di continuo fino ad esplodere con la rielezione di Trump a Presidente USA. Così, non riuscendo a trovare il bandolo di un mondo reale tanto lontano dal loro modello (nonostante il sostegno dato da parecchi mezzi di informazione), i progressisti non liberali hanno perso la testa. Secondo loro, Trump sbaglia sempre e i suoi errori minacciano la democrazia.  Tali pregiudizi hanno effetti controproducenti. Aiutano  i non  progressisti  ad avere il voto dei cittadini delusi dalle scelte di chi non ascolta le loro esigenze preferendo imporre il proprio politicamente corretto.

In questi ultimi giorni, l’attitudine a perdere la testa si è confermata inquadrando in maniera distorta le vicende Israele Iran e le decisioni in ambito NATO. Quanto alle prime, ha iniziato D’Alema dalla Gruber (che lo lasciava dire) incolpando duramente Israele per gli attacchi a Gaza, trascurando il terrorismo di Hamas  e agevolando di fatto  l’antisemitismo . Poi, dopo il notevole successo dei bombardieri  USA capaci di eludere ogni sorveglianza,  i progressisti non liberali hanno cominciato in coro a mettere in dubbio quel successo. Non smettendo neppure dopo che perfino gli oltranzisti dell’Iran hanno colto il significato del raid contro le centrali nucleari (per impedire che l’IRAN arrivasse alla bomba atomica minacciando Israele) ed hanno accettato la tregua ultimativa richiesta da Trump. Il quale ha esagerato nel paragonare il suo raid a Hiroshima e Nagasaki, pur tuttavia una svolta è innegabile anche se non definitiva (quella definitiva ci sarà solo quando l’Iran e i suoi alleati cancelleranno dai rispettivi documenti fondanti la folle pretesa di distruggere Israele).

Quanto alla distorsione delle decisioni della NATO, i progressisti non liberali innanzitutto danno alla NATO un ruolo improprio, facendone organo di cultura politica e non solo  militare. Da qui fingono di non sapere che è stata la Nato ad incitare l’Ucraina per anni a non rispettare gli accordi con la Russia e a provocare l’autocrazia di Mosca fino ad indurla all’invasione. Infine, non contenti, fanno della richiesta di Trump di portare il contributo Nato di ogni Stato membro al 5%, una specie di riarmo per favorire la guerra, e quindi da condannare. Oltretutto, molti giornalisti dell’area progressista non liberale, provano a sminuire l’intesa Nato raggiunta all’Aja da realizzare entro il 2035, scrivendo che è un’intesa formale e non di fatto (ricordiamo che si tratta di un’intesa scritta, conseguente il riconoscere come la Nato, se vuole avere un senso, debba andar oltre l’ombrello USA e meno male che con il 5%  ha iniziato a farlo). 

Il modo di pensare dei progressisti non liberali è ben rappresentato dall’intervista di Romano Prodi su La Stampa  del 25 giugno. Prodi è una persona capace con ampia esperienza di governo a vari livelli. Eppure parla del futuro solo rimpiangendo il passato. Inizia con un concetto surreale:  “viviamo una fase nuova nella quale domina l’idea che la forza è tutto e tutto decide. Un’idea che si accompagna al disprezzo per il diritto”. Surreale non tanto perché da sempre a decidere è la forza (delle idee, per i liberali), quanto perché non definisce quale sarebbe il diritto disprezzato.  A meno che per Prodi il diritto disprezzato sia la Carta dell’Onu di cui ricorrono gli 80 anni . Infatti afferma “il sogno che prese corpo nel primo dopoguerra, purtroppo è finito”. Un simile concetto è tipico del progressismo non liberale, dal momento che la Carta dell’Onu, come l’Onu stessa, non si fonda sul voto dei cittadini bensì su accordi tra diversi paesi, eccetto molti Stati islamici ed anche lo Stato Vaticano. In una parola il mondialismo non è lo spirito dell’Occidente. In più Prodi pare scordare che l’unica effettiva novità del dopoguerra fu l’Europa dei Trattati di Roma, che puntava a superare gli Stati tradizionali di potere e a coinvolgere i suoi liberi cittadini.

Prodi prosegue sviluppando il concetto del non riconoscersi nei rapporti in maturazione: “sono convinto che gli ultimi avvenimenti abbiano saldato un rapporto per il quale Putin ha mani libere sull’Ucraina e Trump, in accordo con Israele, in Medio Oriente”. Quindi trascura le parole di Papa Francesco, che la Nato aveva abbaiato alle porte della Russia. E’ già un’omissione grave. Poi va oltre: “andiamo verso un equilibrio di autoritarismi che potrà dare anche una stabilità al mondo. Ma sarà una stabilità terribile perché tiene conto solo di chi ha il potere e non dei popoli “. Intanto in Medio Oriente il solo paese che si fonda sul potere dei cittadini è Israele (che in quell’area molti vorrebbero distruggere e di cui il raid dei bombardieri ha fatto crescere la sicurezza). E in Ucraina il sobillatore per anni è stato la Nato. Inoltre che la prospettiva del mondo debba essere la stabilità è un altro tipico concetto dei progressisti non liberali, troppo inclini al privilegiare le burocrazie. La prospettiva da far crescere a ritmi incessanti è la libertà di scambio tra i cittadini nella loro diversa individualità.

Dopodiché Prodi fa trasparire il suo antitrumpismo quale derivato del progressismo non liberale e afferma “oggi, il coordinatore degli autoritarismi è proprio il Paese che così a lungo ha sostenuto il cammino opposto: il cammino della democrazia”. Ora non c’è dubbio che Trump sia un personaggio fuori dagli schemi, ma è un pregiudizio da progressista intento ad imporre il suo punto di vista definirlo un autocrate, nonostante sia stato eletto due volte dagli americani su un programma di  cambiare quanto è stagnante all’interno del proprio paese e a livello dei rapporti internazionali .

Avviandosi a concludere il suo dire, Prodi ricorda che “l’euro e l’allargamento, che sono gli ultimi due grandi progetti europei, risalgono a decenni fa”. Date esatte, ma giudizio errato, salvo che si aggiunga alla parola progetti la specifica “precipitosi”. Di fatti, l’esperienza fatta da allora ha dimostrato che l’allargamento UE è stata una concessione (dovuta a Maastricht contro lo spirito dei Trattati di Roma) all’idea di anteporre il potere degli stati al far maturare prima degli ingressi i criteri della libertà civile. Di nuovo l’esperienza ci fa vedere che pure l’Euro  è una violazione dello spirito dei Trattati del 1957. Non a caso l’Euro include solo il 70% dei paesi membri UE ed è stato costruito senza la base di una politica economico fiscale comune degli stati UE. Vale a dire,  anche l’Euro è frutto della logica di essere Stati forti , non Stati  fondati sulla maturazione delle scelte dei cittadini. 

Infine Prodi conclude il suo panorama politico con una proposta che senza equivoci appartiene al mondo dei progressisti non liberali. “Ora dovremmo fare un referendum finalmente europeo per abolire la regola paralizzante dell’unanimità…. per difendere i diritti, servono decisioni e per farlo è necessario un referendum che chiami a pronunciarsi 350 milioni di elettori per stabilire se l’Europa sarà in futuro in grado di decidere”. Una proposta dai toni pacati ma in logica impositiva. Togliere la regola dell’unanimità, richiede prima di farne maturare la convinzione nei cittadini,  altrimenti il referendum sarebbe un tentativo plebiscitario dagli esiti ad oggi del tutto dubbi (che non escludono affatto il fallimento). 

Nel complesso, è certo che sia a pezzi il mondo dei progressisti non liberali. La ragione sta nel loro non rassegnarsi alla dinamicità della vita. Il loro mantra è imporre le proprie idee del politicamente corretto. Non accettano che la convivenza migliori e muti al crescere della conoscenza  tramite il conflitto democratico tra le iniziative dei cittadini diversi sperimentate e valutate in base ai risultati che esse danno.   

Raffaello Morelli

Pubblicato in : Editoriale

Info Raffaello Morelli

Per lunghi anni esponente del Partito Liberale Italiano, del quale è stato Vicesegretario nazionale, è stato Consigliere Regionale per la Toscana. Tra i promotori del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e di quello per la riforma Democratica, nonché del referendum per la Riforma ELettorale del 1992. E’ stato vice Presidente del Comitato contro il referendum Renzi del 2016 e componente del Comitato per il SI alla Riduzione dei parlamentari nel 2021.

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