Spunta in Toscana una strana figura: il gestore unico dei rifiuti che priverà i comuni della facoltà di decidere loro stessi il modo migliore di smaltire la frazione organica del rifiuto solido urbano (FORSU)
Già da tre anni la Regione Toscana, nell’ambito della programmazione, gestione e controllo dei rifiuti urbani, ha attivato, come previsto dalla Legge Regionale Toscana 69/2011, uno strumento atto a rendersi autosufficiente nello smaltimento e nella riduzione della movimentazione di rifiuti.
Nasce così l’Ambito Territoriale Ottimale (ATO) che si articola in tre macro aree : ATO centro (Firenze, Pistoia, Prato), ATO costa (Pisa, Livorno, Massa, Lucca), ATO sud (Arezzo, Siena, Grosseto).
Fin qui tutto bene, sennonché, come al solito, emerge quasi da subito il “bisogno impellente” di fare qualcosa per garantire pochi e sacrificare molti.
Viene quindi creato il Gestore Unico che, con contratto ventennale, gestirà la cosa .
Si tratta, in pratica, di un vero e proprio monopolio in quanto il Gestore può coprire non solo una ATO ma addirittura tutta la Regione impedendo, di fatto, ai singoli Comuni di potersi dotare in autonomia, come sarebbe nel loro diritto, di attrezzature per gestire lo smaltimento ed il trattamento dei propri rifiuti, di attivarsi in modo da “ fare utile” e di calarsi pienamente nello spirito del cosiddetto decreto Ronchi (D.Lgs 22/97) che prevede di trattare la frazione organica del rifiuto solido urbano (FORSU) soggetta all’imputridimento, in zone il più possibile vicine alla produzione.
La logica di tale indicazione è quella di evitare il più possibile la movimentazione della FORSU per non creare problemi che noi tutti abbiamo potuto conoscere, se non altro quando abbiamo avuto la malasorte di trovarsi in fila dietro ad un mezzo che trasportava questa tipologia di materiali; la frazione organica infatti a differenza di quella secca – di cui fanno parte ad esempio plastica, vetro, ferro – non può essere stoccata.
Alla luce di questa semplice considerazione che può essere fatta, anche senza essere addetti ai lavori, pare “strano” che si sia creato un “padrone assoluto dei rifiuti” quale sarà il Gestore Unico che priverà il Comune della proprietà e della conseguente autonomia decisionale sul modo migliore, economico se non addirittura fonte di profitto, di trattare la FORSU con tecnologie avanzate che andrebbero a tutto favore dei cittadini.
Ecco data risposta al “bisogno impellente” di fare qualcosa per garantire pochi e sacrificare molti!
Il gestore unico dei rifiuti, sembra che per lo smaltimento e trattamento della frazione organica (la ormai famosa FORSU) voglia dotarsi di biodigestori da 1 MW che tratteranno 30/40.000 tonnellate annue di rifiuti pari a 30/40 camion al giorno che in viaggio verso gli impianti creeranno un ambiente, specialmente nelle calde giornate d’Estate, una aria irrespirabile (altro che brezza marina!) per il ribollimento di rifiuti e la produzione di percolato (quel liquidino putrido e puzzolente che alcune volte bagna il vostro pavimento quando incautamente vi poggiate il sacchetto della spazzatura umida per più di tre minuti!).
Il trasporto su lunghe distanze, come sarà attuato dal Gestore Unico, darà luogo anche ad un altro aspetto indesiderato ma non immediatamente rilevabile ai più: la perdita di freschezza del rifiuto fresco che porta anche alla perdita di capacità produttiva di gas, infatti il rifiuto fresco ha una resa superiore di quello già avviato verso la fermentazione (quale sarà quello sui camion in cammino per lunghe tratte).
Un altro problema … gli impianti di cui si munisce il Gestore Unico sono di dimensioni notevoli con un conseguente impatto visivo “importante” e non certo assimilabile al famoso “ermo colle” leopardiano che induceva a un “dolce naufragar”. Questa ultima notazione, in aggiunta a quella relativa al carico di traffico che occorre per il funzionamento, offre ad un occhio ecologisticamente “normale” una immediata riprovazione … a qualcuno dà noia perfino l’impatto ambientale degli impianti fotovoltaici ed eolici, figuriamoci lo shock nel vedere questi megaimpianti! .
Ma allora come risolvere in modo alternativo l’annoso problema: tutti producono rifiuti ma nessuno li vuole!
Adottando dei biodigestori modulari e trasportabili di piccole dimensioni eviteremmo anche la discussione di “chi se li prende” perché sarebbe possibile dire “TU LI FAI .. E TU LI TRATTI” .
Se ogni bacino di utenza di circa 25/30.000 persone si dotasse di un biodigestore da 100KWH, il Comune (o un consorzio di Comuni di piccole dimensioni) ne uscirebbe un “utile” di circa 100/150.000 € all’anno al netto del rimborso del finanziamento, l’impianto sarebbe “snello” (500 mq circa d’ ingombro compreso gli spazi di servizio) , facilmente mascherabile con una siepe, perché l’altezza del “piccolo” biodigestore non supera i 2.70 metri di altezza, inodore perché esso lavora in pressione.
I rifiuti così trattati in termofilia da un digestato unico darebbero vita ad un compost di prima qualità certificata da reinserire sul mercato per vari usi: rifertilizzazione di zone soggette alla desertificazione, rinverdimento di cave smesse o di zone tufacee. In alcune zone, dove hanno voluto sperimentare questa nuova e non invasiva tecnologia, il compost prodotto è stato usato anche per bonificare i terreni.
Un altro beneficio per i Comuni che lo hanno adottato e quindi per i cittadini? Il munirsi di questi impianti vuol dire avere la possibilità di accedere a finanziamenti a fondo perduto e mutui a tasso decisamente basso in quanto gestito dalla Banca europea per gli investimenti (B. E. I.)
Soluzioni di questo tipo possono dirsi moderne e proiettate nel futuro.
Vi è da considerare anche che se un domani la zona in cui insistono dovesse essere utilizzata per altra destinazione d’uso basterebbe una sola settimana di lavoro per liberare interamente l’area senza lasciar macerie di sorta … e l’impianto biodigestore, proprio perché di limitate dimensioni, potrebbe essere spostato da altra parte e pronto ad entrare nuovamente in funzione.
Ben altra cosa è ciò che vediamo succedere nella pratica “politica” del territorio. Tutti i giorni viene annunciato come conquista il blocco del “consumo” del territorio da parte dell’edilizia , ma poi si prospettano costruzioni in calcestruzzo di migliaia di metri (come nel caso dei biodigestori da 1 MW del Gestore Unico) la cui rimozione sarà impossibile se non con una onerosissima demolizione : costi altissimi, siti di stoccaggio dei materiali inerti di notevole dimensioni, il terreno lasciato libero necessariamente da trattare per renderlo nuovamente fertile.
Se coloro che sono preposti a fare le scelte guardassero in avanti , cercando soluzioni con le quali il primo interesse fosse il “meglio” per la comunità e per l’ambiente le cose andrebbero meglio.
Con questo articolo ho inteso dimostrare come si può diminuire l’impronta ecologica urbana e si può fare veramente ECOLOGIA a costo zero , anzi, creando un utile per la comunità: basta saper scegliere e magari meditare sul da farsi e non pensare sempre e solo a soluzioni dettate esclusivamente da interessi politici o personali.
Il primo diritto del cittadino è che l’Istituzione pensi a lui!!!

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