Il governo Letta-Alfano sembra essere la reincarnazione della sempiterna DC, con alcune differenze di non poco conto.

Il luogo comune, perché accomuna tanti, è che al governo sarebbero tornati i democristiani d’ antan che, con una mutazione epidermica ma non caratteriale, si erano pro tempore nascosti sotto le vesti del Pd o del Pdl, per poi resuscitare e rivelarsi per quello che sono e sempre saranno: democristiani, appunto.
Insomma la tesi (ovvero lo stereotipo) è che la Balena Bianca di casa nostra, un po’ come quella raccontata da Melville, percorre l’ oceano (la storia italiana dal secondo dopoguerra) in un’ alternanza di immersioni ed emersioni, si rivela e si nasconde, attacca all’ improvviso per poi celarsi nuovamente nel profondo quando i marinai le danno la caccia per arpionarla. La Moby Dick democristiana sarebbe, dunque, un mostro immortale, che rappresenta non il realistico gioco della politica ma la metafisica del potere, quindi una pura astrazione, un fantasma, uno schema fisso che si ripete eternamente.
Qual è la dimostrazione del suddetto teorema? Sarebbe tutta racchiusa nella foto di una strana coppia, Enrico Letta e Angelino Alfano, mentre siedono uno accanto all’altro sui banchi centrali del neonato Governo di larghe intese che molti sperano di vedere presto affossato e trasformato in orizzontali distese.
C’era una volta la DC….così inizia la favola bella che racconta come uno storico partito costretto alla resa da Mani pulite si fosse dissolto nei due poli nascenti della nuova Italia, ma, come fanno le particelle di mercurio anche quando vengono separate, ha sempre continuato a dialogare, rincorrersi e anelare il ricongiungimento. Ed il governo Letta-Alfano avrebbe celebrato queste seconde nozze, un po’ come succede a quelle coppie scoppiate che, dopo alcuni anni dalla separazione, decidono di mettersi di nuovo insieme, magari soltanto perché costrette dal carovita e dalla crisi.
Una simile narrazione della vicenda, che ha lo scopo preciso di voler indebolire politicamente e culturalmente la caratteristica “rivoluzionaria” dell’ attuale coalizione, è sbagliata per almeno due ragioni.
La prima, che non dovrebbe sfuggire a nessun osservatore intellettualmente attrezzato, è che il creatore, l’ ideatore, il “miglior fabbro” di questa operazione non è un democristiano, per carità, né lo è mai stato neppure nelle sue vite precedenti: trattasi, infatti, di Giorgio Napolitano, il cui pedigree è superfluo ricordare. Ergo, l’ attuale governo non nasce sotto l’ egida di un clone dell’ appena scomparso Andreotti, ma si colloca in un filone antico della tradizione politica italiana che ha inizio ai tempi della Repubblica fiorentina, prosegue poi nell’ Italia liberale, cavouriana e giolittiana, e, dopo la vacanza tragica del fascismo, ritorna nei momenti più difficili della nostra Repubblica: vogliamo chiamarlo cultura di governo o semplicemente sano realismo?
La seconda, altrettanto importante quanto evidente, deriva dal ruolo ancora determinante di Berlusconi, uno che per carattere, idee, aspirazioni e comportamenti non ha di democristiano neppure un cromosoma, se non il fatto di dichiararsi profondamente cattolico, il che significa assai poco come ben sappiamo (era cattolico finanche Benito Mussolini). Ora il Cavaliere, che dopo il suo personale successo elettorale tiene ancora più saldamente in pugno le redini del Pdl, può determinare le sorti di questo governo a prescindere da una strategia politica di tipo democristiano, che nella vulgata starebbe per capacità luciferina di mediazione, di conservazione e di spartizione delle poltrone: perché Berlusconi se ne frega degli equilibri di potere e del futuro dei suoi colonnelli, diciamo la verità, il suo maestro non è Don Luigi Sturzo ma il Gabriele D’ Annunzio dell’ occupazione di Fiume; se fosse condannato in modo definitivo e quindi interdetto dai pubblici uffici, potrebbe serenamente staccare la spina a tutta la benedetta Grande Coalizione senza pensarci due volte.
Giusto per concludere, facciamoci anche la domanda centrale di tutta la questione: è Enrico Letta ancora un democristiano nel senso che abbiamo già spiegato e cioè un Richelieu della terza Repubblica, una reincarnazione andreottiana, un manovratore occulto, un membro della società segreta Bildelberg, un servo della CIA (come si diceva una volta) o della BCE (come si dice oggi)?
A giudicare da quello che ha annunciato al suo primo incontro con la Merkel, e cioè che gli obiettivi di risanamento restano condivisi ma le strategie e le modalità le decidiamo noi a casa nostra, dalla squadra di governo che ha scelto e che è complessivamente di buon livello (anche se avremmo sperato in uno Sgarbi o equivalente ai Beni culturali), dall’ aver indicato il lavoro come madre di tutte le priorità e non i diritti civili, dalla competenza e dalla rispettabilità che ha maturato in sede europea sembra proprio l’ uomo giusto per guidare l’ Italia in questa fase ancora molto emergenziale.
Naturalmente il suo successo non dipende solo da lui, anche perché le sorti di questo governo sono appese a diversi fili molto sottili e pronti a rompersi da un momento all’altro: vedi le questioni dell’ Imu o dello ius soli che sembrano più delle battaglie ideologiche che di sostanza. In ogni caso, come dice un antico proverbio, non importa il colore del gatto, basta che acchiappi i topi. Laddove topi sta, ovviamente, per riforme.

Mussolini non è mai stato cristiano. Gli serviva dirsi tale, ma dopo la fanciullezza non era mai stato praticante. Chiesa e fascismo potevano aiutarsi reciprocamente. Mussolini aveva ragioni a sufficienza per dichiararsi convertito al cristianesimo. Furono pubblicate storie fino a notare la sua somiglianza con Sant’ Ignazio di Loyola. Fece battezzare i figli e regolò il suo rapporto con Rachele. I suoi opuscoli e libelli anticlericali finirono nell’oblio compreso uno su Giovanni Huss. Non esitò ad usare la violenza negli stati conquistati in nome del cattolicesimo. Perseguitò Ebrei, valdesi, Pentecostari e Massoni. Mussolini aveva bisogno di persuadere i cattolici che il fascismo era cattolico ed egli un credente, ma contemporaneamente diceva cose differenti. La conciliazione con la Chiesa, fu un equivoco cui trassero entrambe le parti, vantaggi. Mussolini in breve, fu tutto meno che cattolico, anche se lo dette a bere; finché parve alla Chiesa.