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Droni: la Russia si scopre vulnerabile?

Tra il 1° e il 4 agosto, una serie di attacchi attribuiti da Mosca all’Ucraina ha colpito un ristorante nel centro di Mosca, un’area balneare sulla costa russa del Mar Nero, diverse località della Crimea occupata, e una zona industriale nella periferia della capitale, provocando in tutto 21 vittime civili secondo le autorità russe. Dal canto suo, Kiev non ha rivendicato gli episodi. Non è chiaro quali fossero gli obiettivi degli attacchi, anche se, secondo alcuni blogger militari e diverse testate indipendenti russe, è possibile che l’ordigno esploso nel ristorante di Mosca volesse colpire il generale Aleksandr Chaiko, comandante delle Forze aerospaziali russe.

di Istituto Ispi | 5 Agosto 2026

Tra il 1° e il 4 agosto, una serie di attacchi attribuiti da Mosca all’Ucraina ha colpito un ristorante nel centro di Mosca, un’area balneare sulla costa russa del Mar Nero, diverse località della Crimea occupata, e una zona industriale nella periferia della capitale, provocando in tutto 21 vittime civili secondo le autorità russe. Dal canto suo, Kiev non ha rivendicato gli episodi. Non è chiaro quali fossero gli obiettivi degli attacchi, anche se, secondo alcuni blogger militari e diverse testate indipendenti russe, è possibile che l’ordigno esploso nel ristorante di Mosca volesse colpire il generale Aleksandr Chaiko, comandante delle Forze aerospaziali russe. Quest’ultimo attacco rientra in una pratica già utilizzata in passato e quindi meno innovativa rispetto agli attacchi a lungo raggio. Ad ogni modo, questi attacchi segnalano una trasformazione più profonda del conflitto, ovvero la progressiva scomparsa della distinzione tra linea del fronte e retrovie, con la capacità di colpire aree che i cittadini russi consideravano relativamente sicure. La guerra, quindi, sembra spostare il proprio baricentro: non si combatte più solo lungo il confine tra i territori che controllano i due eserciti, ormai in larga parte stabilizzato, ma grazie alla tecnologia dei droni Kiev è in grado di colpire target che fanno riscoprire la Russia più vulnerabile. Quello che non riesce a svilupparsi, invece, è una tregua che possa portare le parti a un negoziato e a un piano di pace sostenibile: ad ogni evoluzione militare del conflitto, la possibilità di una soluzione diplomatica sembra allontanarsi.

Nuova fase del conflitto?

Gli attacchi degli ultimi giorni ci dicono quindi due cose sulla guerra russo-ucraina: Kiev sta sviluppando una strategia militare in grado di colpire località della Federazione protette dalla distanza geografica dall’epicentro dei combattimenti; non è più un conflitto di conquiste e riconquiste territoriali, bensì di logoramento psicologico, economico e soprattutto strategico. Sono due elementi che rischiano di protrarre la guerra indeterminatamente. “Alla Russia non rimarrà altra alternativa che la pace”, ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, specificando che Kiev è consapevole che la Russia sta allestendo una nuova mobilitazione affinché sia prolungata la guerra. La strategia di Zelensky è quindi quella della massima pressione, in cui vi rientrano quelle che il leader ucraino chiama “sanzioni di lungo raggio”, ovvero operazioni mirate contro siti della produzione militare, infrastrutture energetiche e centri logistici con l’obiettivo di rendere più onerosa la prosecuzione della guerra per il Cremlino. Rispetto all’inizio della guerra, l’Ucraina ha sviluppato capacità significative nell’impiego dei droni, trasformandoli in uno strumento centrale della propria strategia asimmetrica. Sistemi relativamente economici permettono infatti a Kiev di colpire obiettivi lontani dal fronte e costringere Mosca a investire maggiori risorse nella difesa del proprio territorio. Tuttavia, è difficile immaginare che la Russia non continui a sua volta gli attacchi con missili e droni contro Kiev e le infrastrutture strategiche ucraine mantenendo elevato il costo umano della guerra.

Il Mar Nero è il nuovo baricentro del conflitto?

Tra i principali teatri di questa guerra di profondità c’è il Mar Nero, e in particolare la penisola di Crimea. Si tratta di obiettivi dove convergono la dimensione militare, economica e politica della guerra. Sebbene il Mar Nero fosse già stato teatro di combattimenti, la novità risiede semmai nella difficoltà russa di neutralizzare gli attacchi ucraini in una regione simbolo della potenza del Cremlino, ovvero la Crimea, illegalmente annessa nel 2014. La penisola ha soprattutto un’elevata importanza militare, dal momento che dal 2014 Mosca ha fatto della Crimea un avamposto della propria proiezione di potenza regionale e nella sua aggressione all’Ucraina. Qui il Cremlino ha rafforzato il porto di Sebastopoli, sede della flotta russa, e ha sviluppato infrastrutture per l’aviazione, la difesa aerea e la logistica. È da qui che sono partiti molti attacchi alle regioni meridionali dell’Ucraina. Sebbene l’Ucraina non disponga di una flotta paragonabile a quella della Russia, il progresso tecnologico coi droni navali ha imposto a Mosca di ripensare la propria postura difensiva. Attaccare i siti in Crimea significa quindi indebolire uno dei principali hub militari russi nella regione. Hub che però è anche commerciale e geopolitico. Il Mar Nero è infatti uno spazio coabitato da Russia e Paesi NATO in cui si intrecciano commercio internazionale, rotte del grano e gasdotti imprescindibili per la sicurezza energetica.

La diplomazia resta a guardare?

All’evoluzione tecnologica e strategica della guerra è corrisposto però l’immobilismo del fronte diplomatico. La situazione sul campo continua, infatti, a rappresentare il principale incentivo, e al tempo stesso il principale ostacolo, a un eventuale negoziato: entrambe le parti cercano di migliorare la propria posizione militare prima di accettare un compromesso politico. Nelle prime fasi del conflitto, la Russia sembrava godere di una posizione di forza, forte della propria superiorità militare e delle conquiste territoriali ottenute nei primi mesi dell’invasione. Tuttavia, dopo il fallimento dell’offensiva iniziale e la successiva stabilizzazione del fronte, la guerra è entrata in una fase di logoramento in cui nessuna delle due parti è riuscita a ottenere una svolta decisiva. In questo contesto, lo sviluppo delle capacità ucraine nel campo dei droni e degli attacchi a lungo raggio ha introdotto un nuovo elemento di pressione, mostrando la vulnerabilità della profondità strategica russa e aumentando il costo della prosecuzione del conflitto per Mosca. Questa trasformazione non ha però prodotto un avvicinamento tra le posizioni negoziali. Al contrario, gli attacchi in territorio russo e la risposta di Mosca contro infrastrutture e città ucraine hanno rafforzato la logica del confronto.

Il commento

Di Eleonora Tafuro Ambrosetti, Co-Head, Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale ISPI

“Attraverso la strategia degli attacchi in territorio russo, il governo ucraino persegue vari obiettivi: con gli attentati ad personam mira a indebolire la catena di comando russa; con gli attacchi a infrastrutture di raffinazione e logistiche, come Wildberries (la ‘Amazon russa’), Kiev mira a sabotare i sistemi economici, logistici e sociali che sostengono l’esercito nemico. Entrambe le tipologie di operazioni risultano efficaci nel portare la guerra sul territorio russo e nel generare tra i cittadini un senso di instabilità e vulnerabilità. Esse sono inoltre meno costose – in termini economici e umani – rispetto a operazioni più ambiziose, come l’incursione ucraina nella regione russa del Kursk nell’estate del 2024, che infatti non si è dimostrata sostenibile. Tuttavia, se l’obiettivo è anche quello di spingere Putin a sedersi al tavolo negoziale, queste operazioni non hanno finora prodotto i risultati sperati; al contrario, hanno contribuito a un inasprimento degli attacchi russi contro le città ucraine.”

Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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