Non tutto il PD fiorentino si è opposto alla intitolazione di una via a Craxi.Nel suo lucido e onesto intervento, il consigliere Andrea Borselli ha posto il problema della cancellazione di tutta la cultura laica e riformista. Lo pubblichiamo integralmente.
Poiché condivido la proposta di intitolare
una via o una piazza a Bettino Craxi mi sento
in dovere di motivarne le ragioni, ragioni che
valgono particolarmente per persone come
me che si sono trovate a vivere la loro adolescenza
nel pieno della guerra fredda e che
hanno scelto, a partire dal 68, di impegnarsi
nella politica e nel movimento operaio partecipando
così, nel bene e nel male, a tutte le
vicende che hanno interessato il nostro Paese.
La mia generazione si è trovata poi a dover
fare i conti, senza avere né gli strumenti né
gli aiuti culturali, con il fascino dell’ideologia
comunista che l’aveva attratta in gioventù,
per affrancarsene solo con un faticoso
percorso individuale di ricerca e accettazione
della verità. Verità che mi ha portato a collocare
quella ideologia fra i grandi totalitarismi
europei del 900.
Nel percorso politico e intellettuale di
tanti di noi, al di la dell’appartenenza o meno
al Partito Socialista, Craxi rappresentò un
elemento di rottura dalla subalternità a quell’ideologia
perché propose una risposta veramente
riformista a tante domande poste dalla
società in mutamento.
All’indomani della sua elezione a segretario
del PSI (1976), Craxi ebbe a dire che la
ragione storica stava dalla parte del Presidente
Saragat e non di Nenni poiché Saragat
aveva compreso da subito la natura totalitaria
del comunismo mentre Nenni, con l’adesione
al fronte popolare, aveva consegnato i riformisti
ed i liberal-socialisti all’egemonia del
PCI. Egemonia che cominciò ad incrinarsi
solo dopo l’avvento di Craxi medesimo. Que
sta
affermazione e la necessità di dare al pensiero
riformista forza e dignità, sempre nell’alveo
della sinistra, hanno rappresentato
per molti di noi, che alla fine degli anni settanta
avevano cominciato a fare i conti con la
propria storia, una accelerazione che ci ha
spinto a ripensare con maggior forza a quella
ubriacatura ideologica e totalitaria che ci aveva
preso in gioventù.
L’azione di Craxi al governo del Paese fu
molto importante e anche l’odio scatenato da
una parte della sinistra comunista e massimalista
contro di essa fu particolarmente virulenta:
ricordiamo cartelli a manifestazioni
sindacali e politiche con la scritta Craxi corretta
con la svastica al posto della X. Ma la
ragione storica ed i bisogni del paese stavano
dalla sua parte, basti pensare alla battaglia
sulla contingenza che lo stesso governo Craxi
portò avanti. Ricordiamoci cosa stava succedendo
in Italia: l’accordo Sindacato-Confindustria
sul punto unico di contingenza
(1975), che nell’idea originale avrebbe protetto
i lavoratori, aveva prodotto un’inflazione
era arrivata al tetto del 22% ed erano proprio
le fasce più deboli e meno protette del
mondo del lavoro le più esposte alla crisi,
quelle che paradossalmente l’accordo sulla
contingenza tentava di difendere. Ed il Paese
era sull’orlo della bancarotta.
Mi piacerebbe che gli studiosi d’economia
facessero una riflessione sugli effetti che
quella situazione ha avuto sul nostro debito
pubblico; si era in un periodo storico dove
tutti gli economisti progressisti teorizzavano
l’utilizzo del debito pubblico per stimolare lo
sviluppo, e questa teoria economica era dominante
in tutta Europa ed in America. Mi domando
se non fu proprio quella situazione
economica che durò diversi anni, prima che
(1984) il governo Craxi riuscisse a modificare
l’accordo del ’75, a far esplodere il nostro debito
pubblico rispetto a quello degli altri Paesi
Europei. E anche questo impegno attirò su
Craxi ulteriori odi e rancori, eppure quello
del punto unico di contingenza era un nodo
da sciogliere proprio in difesa dei più deboli.
Non possiamo dimenticare il suo prodigarsi
a livello internazionale a favore delle
emergenti democrazie e anche la scelta di installare
i missili a Comiso (anni 80). Eppure
nel processo che portò alla caduta del muro
di Berlino e alla liberazione dal dominio comunista
di tutto l’Est europeo, compresa la
stessa Unione Sovietica, quella decisione determinò
una importante accelerazione (tra
l’altro ricordo che a Firenze c’è ancora via
dell’Unione Sovietica e forse il nome andrebbe
attualizzato, come hanno fatto i Russi).
Anche nella vicenda della Achille Lauro
(1985), al di la del merito, Craxi dimostrò di
essere fedele all’alleanza atlantica ma di avere
una grande autonomia di pensiero e di azione
rispetto al grande alleato americano.
Il nuovo concordato fra Stato e Chiesa
(1984) reca la sua firma. Con quella scelta
Craxi aveva chiuso con la storia del massimalismo
anticlericale socialista che portò nel
1948 il PSI a non firmare l’Articolo 7, quello
che ha inserito il concordato nella Costituzione,
articolo che invece venne votato da
DC e PCI. Anche quella decisione mi fece capire
qualcosa: fino ad allora avevo pensato
che il non aver votato quell’articolo fosse un
motivo di orgoglio laico per i socialisti, mi
resi invece conto che quella scelta era frutto
di una mentalità intellettuale ed elitaria che
non teneva conto dei sentimenti del popolo,
sentimenti che i grandi partiti di massa compresero
meglio.
Oggi molte sono le strade intestate a politici
comunisti, non danno scandalo e non ci
invitano ad una riflessione, mentre mancano
strade intestate al Presidente Saragat o ad altri
padri della patria che non furono in quel
dopoguerra né democristiani né comunisti,
anzi ostacolarono, nell’area della sinistra,
proprio l’ascesa di quel partito. Ritengo che
proporre oggi di intitolare una strada a Bettino
Craxi rappresenti per il Partito Democratico
un’occasione per restituire alla politica
riformista, cui tutti noi facciamo riferimento,
quella dignità e spessore culturale che per
primo proprio Craxi è riuscito a dare. Questo
vale molto di più delle vicende giudiziarie
(anche se va ricordato che gli stessi giudici
hanno affermato che Craxi non ha mai ricevuto
denaro per se stesso) che hanno visto
chiudere la storia politica ed umana di Bettino
Craxi, a cui va ancora oggi il mio sincero
riconoscimento per le cose che è riuscito a
farmi comprendere e per quello che ha dato
al nostro Paese.
Può anche darsi che per le giovani generazioni
fare i conti con questa storia sia considerato
un esercizio superato, quasi incomprensibile,
ma per me non è così, anzi penso
invece che questa discussione sia necessaria e
ci serva per approfondire la storia del nostro
Paese, storia nella quale Craxi ed il riformismo
socialista hanno avuto un ruolo importante.
Per concludere, sono convinto che l’attribuzione
di una strada a Bettino Craxi ci aiuterebbe
ad andare oltre la diaspora che ha diviso
la sinistra per tutto il 900 e sarebbe per
tutti di incitamento ad affrontare il futuro
con uno spirito nuovo e più costruttivo.
Grazie per l’attenzione.


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