
La nuova geografia industriale europea non coincide più con quella raccontata dai manuali del Novecento. Se si osservano le nascite di nuove imprese manifatturiere, il cuore più dinamico dell’Unione non appare soltanto tra Reno e Lombardia, ma sempre più nell’Europa centro-orientale. È un segnale ancora preliminare, ma politicamente rilevante: la reindustrializzazione europea potrebbe nascere fuori dai tradizionali baricentri produttivi. I dati sulle “enterprise births” industriali nelle regioni europee tra il 2021 e il 2023 mostrano infatti una forte vitalità in Repubblica Ceca, Slovacchia e Lituania. Alcune aree superano nettamente la mediana europea di 3,2 nuove imprese industriali ogni 10 mila abitanti. Non significa che Praga o Bratislava abbiano già sostituito la Germania come locomotive manifatturiere, ma indica che lì esiste una dinamica di rinnovo imprenditoriale più intensa rispetto a molte aree dell’Europa occidentale.
La questione è strategica. Oggi l’industria non riguarda solo produzione e occupazione: significa autonomia energetica, difesa economica, filiere tecnologiche, sicurezza degli approvvigionamenti e capacità di reggere la competizione con Stati Uniti e Cina. Dopo la pandemia, la guerra russa contro l’Ucraina e la crisi energetica, Bruxelles ha compreso che dipendere integralmente da catene globali fragili rappresenta un rischio geopolitico oltre che economico. Da qui nascono il Net-Zero Industry Act, il Clean Industrial Deal e il dibattito aperto dal rapporto Draghi sulla competitività europea. L’obiettivo è chiaro: riportare capacità produttiva strategica dentro il continente. Ma la domanda decisiva è un’altra: dove attecchirà questa nuova industrializzazione? La Francia, sorprendentemente, emerge come uno dei casi più solidi. La narrazione corrente la descrive spesso come un’economia eccessivamente burocratica e poco flessibile. Eppure il dato territoriale racconta altro: quasi tutte le regioni francesi si collocano sopra la mediana europea nelle nascite industriali. Non si tratta di poche enclave metropolitane, ma di una diffusione relativamente omogenea della capacità imprenditoriale manifatturiera. Qui pesa la tradizione dello Stato strategico francese. Parigi ha mantenuto negli anni una cultura industriale che combina pianificazione pubblica, infrastrutture, energia e politica tecnologica. La Francia non ha rinunciato all’idea che industria e sovranità siano collegate. Una lezione che parte dell’Europa liberista aveva dimenticato. La Germania resta naturalmente la maggiore potenza manifatturiera europea. Tuttavia il suo rinnovamento appare più concentrato. Le nuove imprese industriali nascono soprattutto nei distretti storici del Sud, tra Baviera e Baden-Württemberg. È il segno di una forza ancora enorme, ma anche di una possibile rigidità: il sistema tedesco continua a eccellere dove è già forte, mentre fatica ad aprire nuovi poli territoriali. L’Italia, invece, mostra la fragilità più preoccupante. Il nostro Paese conserva eccellenze industriali straordinarie, distretti competitivi e capacità esportatrice. Ma il numero di nuove imprese industriali resta sotto la media europea. È un dato che dovrebbe interrogare la politica più di qualsiasi slogan sulla crescita. Perché il problema italiano non è la mancanza di know-how. È il ricambio. Fare nascere nuove imprese produttive oggi significa affrontare energia cara, credito difficile, burocrazia lenta, carenza di capitale tecnologico e debolezza delle politiche industriali. Senza nuova imprenditorialità manifatturiera, anche i distretti storici rischiano progressivamente di invecchiare. Naturalmente questi dati vanno letti con prudenza. Una nascita industriale non equivale automaticamente a una fabbrica competitiva. Molte imprese possono restare micro-attività, non crescere o scomparire rapidamente. Ma l’indicatore segnala comunque dove esiste un ecosistema abbastanza vitale da generare nuove iniziative produttive. Ed è qui che emerge il nodo politico europeo. Se l’Unione vuole davvero costruire autonomia strategica, non bastano incentivi episodici. Servono energia accessibile, mercato unico integrato, investimenti comuni, infrastrutture logistiche e una politica industriale continentale. Altrimenti la mappa delle nascite resterà una fotografia interessante ma incapace di trasformarsi in capacità produttiva reale.
L’Europa orientale oggi appare più mobile, più giovane e più adattabile ai costi della transizione industriale. Potrebbe diventare il laboratorio della nuova manifattura europea, soprattutto nelle filiere green, nella componentistica e nella subfornitura avanzata. Ma senza integrazione politica rischia di restare soltanto una piattaforma periferica a basso costo. La vera sfida è un’altra: trasformare questa energia imprenditoriale in una sovranità industriale europea democratica, sostenibile e socialmente inclusiva. Perché senza industria non esiste autonomia strategica. E senza autonomia strategica l’Europa rischia di restare schiacciata tra il capitalismo di Stato cinese e il protezionismo tecnologico americano.
Riccardo Renzi

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