
Elvira Nabiullina non è un generale, non è un oligarca e non è un leader politico. È un’economista. Eppure da oltre dieci anni è una delle figure più importanti della Federazione Russa. Dal 2013 guida la Banca Centrale Russa ed è considerata da molti osservatori la donna che ha impedito il collasso finanziario del Paese durante le sanzioni occidentali, le crisi valutarie e, più recentemente, durante l’economia di guerra costruita da Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina.
Proprio per questo motivo la sua improvvisa scomparsa dalla scena pubblica sta alimentando interrogativi che vanno ben oltre la semplice cronaca economica.
Nessuno dispone di prove che le sia accaduto qualcosa, almeno allo stato attuale. Tuttavia quando una personalità di questo livello sparisce improvvisamente dai radar mediatici russi, il dubbio diventa inevitabile. Soprattutto in un sistema politico che negli ultimi vent’anni ha mostrato una particolare intolleranza verso chiunque metta in discussione la linea del potere.
Nabiullina non è mai stata un’oppositrice di Putin. Anzi, è stata una sua collaboratrice fidata e una delle tecnocrati più rispettate del sistema russo. Ma proprio per questo la sua posizione è diventata progressivamente più delicata.
Il suo compito non è raccontare ciò che la politica vorrebbe sentire. Il suo compito è gestire i numeri. E i numeri dell’economia russa stanno diventando sempre più difficili da ignorare.
Già in tempi non sospetti la governatrice era stata costretta a portare il tasso di riferimento fino al 21%, un livello che normalmente appartiene alle economie in forte tensione. Una misura estrema adottata per contenere l’inflazione, sostenere il rublo e impedire una perdita di controllo sul sistema finanziario.
Dietro la narrativa ufficiale della resilienza russa si nasconde infatti una realtà molto più complessa. La spesa militare continua a crescere, la carenza di manodopera sta colpendo numerosi settori produttivi, gli investimenti esteri sono praticamente evaporati e una parte significativa dell’economia è ormai sostenuta direttamente dallo Stato.
Il rublo stesso continua a sopravvivere grazie a controlli amministrativi, obblighi di conversione valutaria e introiti energetici. Non si tratta più di una valuta che trova il proprio equilibrio attraverso il mercato, ma di una moneta che necessita di un sostegno costante per mantenere una stabilità apparente.
Parallelamente Mosca è stata costretta ad aumentare il ricorso a strumenti finanziari denominati in yuan, utilizzando sempre più spesso la valuta cinese per il finanziamento del debito e per una parte crescente degli scambi internazionali. Un fenomeno che alcuni osservatori interpretano come un progressivo spostamento della dipendenza finanziaria russa dall’Occidente verso Pechino.
È in questo quadro che le possibili divergenze tra Nabiullina e l’ala più politica del Cremlino assumono rilevanza.
Da una parte vi sono i tecnocrati che cercano di preservare la stabilità monetaria e contenere gli squilibri finanziari. Dall’altra vi sono coloro che ritengono prioritario sostenere l’economia di guerra a qualunque costo, anche aumentando il debito, la spesa pubblica e le pressioni inflazionistiche.
Il problema è che l’economia non risponde alla propaganda. I numeri possono essere ritardati, manipolati o nascosti, ma prima o poi presentano il conto.
Ed è qui che la figura di Nabiullina diventa interessante. Perché rappresenta esattamente il punto di contatto tra la realtà economica e le esigenze politiche del potere.
Naturalmente non esistono prove che la sua assenza sia collegata a uno scontro interno. Tuttavia sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il contesto nel quale questa vicenda si inserisce. La Russia contemporanea ha visto numerosi uomini d’affari, dirigenti pubblici, oppositori e figure dell’apparato statale scomparire dalla scena, perdere improvvisamente incarichi o essere coinvolti in vicende mai completamente chiarite. In un sistema dove il potere tende a concentrarsi attorno a un solo centro decisionale, la fedeltà è spesso considerata una qualità più importante della competenza.
Se Nabiullina dovesse semplicemente riapparire nei prossimi giorni, tutta la vicenda si ridurrà probabilmente a una delle tante speculazioni che accompagnano il potere russo. Se invece dietro questo silenzio si nascondessero divergenze profonde sulla sostenibilità economica dell’attuale modello russo, allora il significato della vicenda sarebbe molto più ampio.
Perché la questione non riguarderebbe più soltanto il destino di Elvira Nabiullina.
Riguarderebbe la capacità stessa della Russia di continuare a sostenere nel tempo un sistema che consuma enormi risorse finanziarie, industriali e umane.
E quando in un sistema politico i tecnici iniziano a diventare scomodi, spesso significa che la realtà dei numeri sta entrando in conflitto con la realtà della propaganda.
Aspettiamo e vediamo anche se, a dirla fuori dai denti, propenderei per film già visti…
Piero Terracina

Lascia un commento