Bello e perfido quel re di Francia
“Vulgus vult decipi, ergo decipiatur”. Il popolo bue (vulgus) ama essere menato per il naso; e quindi inganniamolo. Lo scrisse anche Gaetano Salvemini a proposito dell’invenzione del “complotto templare” ordito da Filippo IV il Bello e da papa Clemente VI, Bertrand de Got, che viveva sotto scacco in Francia anziché a Roma. Al re voracissimo poco importava della fede verace. Voleva il potere assoluto sull’Europa centrale e sul fronte del Mediterraneo. Per raggiungerlo doveva conseguire tre obiettivi. Anzitutto imporre la sua corona su ogni altro potere “locale”, ecclesiastico o civile, quali le “città”, che Oltralpe non ebbero mai l’importanza dei Comuni italiani, orgogliosi dei propri statuti, difesi anche contro i Sacri romani imperatori, come Federico Barbarossa e suo nipote Federico II. A tale scopo si circondò di funzionari borghesi. Gli dovevano tutto e quindi erano cortigiani e servili, mentre i feudatari ai suoi occhi erano sempre infidi. Tra i più ubbidienti spiccavano i magistrati, a servizio della Corona in cambio della loro onnipotenza in tutti i processi che davvero contavano. Inoltre doveva sottomettere le organizzazioni “universali” al suo potere di sovrano assoluto, unico titolato a progettare e a interpretare la “grande politica” (estera e militare) della Francia, in rotta di collisione con l’imperatore (debolissimo) e le altre corone emergenti nel Mediterraneo (anzitutto quella dei re di Aragona, che andavano dalla Spagna alla Sicilia). Infine, per attuare il suo disegno politico, Filippo il Bello aveva fame di danaro, tanto danaro. Tassare i sudditi sarebbe stata la via più breve; ma era la più rischiosa, perché avrebbe suscitato malcontento proprio nelle file della borghesia emergente, di cui aveva bisogno. Imboccò allora la scorciatoia. I soldi si prendono dove ci sono, tanti e tutti insieme. Inutile spremere contadini affamati, artigiani, necessari allo sviluppo urbano, e capitani marittimi, suoi alleati nell’ascesa della Francia all’egemonia sull’Europa.
Un Ordine disordinato? I Templari
La potenza più ricca della cristianità occidentale non era uno Stato “politico” ma un Ordine, anzi l’Ordine religioso-cavalleresco dei Milites Christi: i Templari. Contavano quasi due secoli di storia gloriosa. La loro regola era stata scritta da san Bernardo, secondo protettore d’Europa dopo San Benedetto. Essa prevedeva severo “apprendistato” e ancor più duro rito di iniziazione. All’ingresso nell’Ordine il Templare doveva mostrare di reggere alle torture e di distinguere tra la materia e il simbolo. All’occorrenza bisognava sacrificare la prima per far trionfare il secondo, a costo di parere spergiuri.
Testa rasata per allontanare ogni vanità, fisico temprato, due su ogni cavallo non per risparmio ma per vivere la fratellanza d’armi, i Templari erano assolutamente “poveri”. Destinavano i loro averi all’Ordine e la vita a Maria Santissima e alla Vittoria. Il loro motto era “Non nobis Domine, sed nomini tuo da Gloriam”. In duecento anni, tra successi e battaglie perdute, avevano organizzato una rete di quasi mille castelli dal Mediterraneo centrale alla costa atlantica, collegati da una rete di vie terrestri e di rotte marine, incardinate su edifici spettacolari: chiese fortificate, palazzi inespugnabili, magazzini e opifici d’avanguardia. Non bastasse, inventarono la cambiale. Il Templare viaggiava senza una moneta in tasca, ma poteva riscuoterne quanto volesse a migliaia di chilometri dalla partenza, esibendo la credenziale. Rudi milites, i Cavalieri del Tempio sapevano leggere, far di conto e scrivere: non solo nei modi ordinari, bensì con crittografia, con cifre segrete, note solo alla cerchia ristretta e, se del caso, solo ai gradi più elevati della loro gerarchia, incardinata sul Gran Maestro del Tempio che sovrintendeva a una cerchia di grandi maestri delle province o “lingue” nelle quali l’Ordine era distribuito.
Quel che non avevano veniva loro attribuito dalla leggenda che li circondava. Quanto avevano portato con sé al rientro mortificante dalla Terra Santa sotto l’urto dei turchi? Ricchezze a parte, tenevano in serbo anche il Santo Graal? A quali sublimi riti iniziatici quel Sacro Calice era destinato?
Temutissimi, i Templari finirono per risultare sospetti e presto vennero quindi invidiati, chiacchierati e odiati. Gli altri Ordini religioso-cavallereschi marciavano a fianco di un Potere politico riconoscibile e riconoscente. Era il caso dei Teutonici, funzionali all’espansionismo dell’imperatore Federico II Staufen, che presidiava il Mediterraneo, li prendeva a seguito nella pseudo-crociata d’affari a Gerusalemme (anziché un premio gli costò una scomunica, quando il papa scoprì che non vi andò per combattere ma per trattare un modus vivendi con gli infedeli) e li delegava a soggiogare il Baltico e l’Europa nord-orientale prima che vi arrivassero altri.
Filippo IV il Bello ruppe l’incantesimo. Trovò comodissimo dar credito alle voci serpeggianti contro i Milites Christi. Dietro la loro povertà, secondo le insinuazioni, vi era l’accumulo di ricchezze incalcolabili. La loro sobrietà era schernita dal modo di dire popolano: “Bere come un templare”. E infine vi era il voto di castità, millenaria buccia di banana degli Ordini e di tutti i generi. Com’era mai possibile che guerrieri così nerboruti non si concedessero qualche “pausa”? Circolavano insinuazioni su donne rapite e finite in chissà quali segrete e per si può immaginare quali turpi pratiche in celle insonorizzate e inarrivabili.
Ma anche a questo riguardo non mancava la scorciatoia popolare: nelle chiacchiere dei più, i Templari erano costitutivamente dediti alla sodomia, dilagante in tutta Europa tra Due e Trecento, un secolo dopo lo sterminio dei càtari. Anche il sempre celebrato Dante Alighieri non collocò forse all’Inferno il suo stesso maestro Brunetto Latini? Non perché fosse Fedele d’Amore, ma per quello “contro natura”.
In breve, arrestati e sottoposti a torture spietate, per sottrarsi allo strazio molti Templari confessarono quel che non avevano mai fatto: riti osceni, pratiche sconce e l’adorazione del Bafometto, idolo con tanto di petto femminile, corna e barba sataniche, occhi di fuoco: un Mostro suggerito dagli Inquisitori, per avere il pretesto necessario. I Templari erano nientemeno che satanisti. Le ammissioni vennero debitamente verbalizzate. Alcuni si affrettarono a fungere da “pentiti” e ingigantirono la leggenda. Suggerirono sempre nuovi bersagli. Da un capo all’altro d’Europa si moltiplicarono arresti, processi, torture efferate, esecuzioni sommarie. Non ovunque, per fortuna. Talvolta vescovi e magistrati fermarono la mano di giustizieri improvvisati e consentirono ai Templari di sopravvivere in Ordini simili ai loro. Fu il caso della Spagna, ove l’Ordine di Calatrava li incorporò nella secolare guerra contro i “mori” per la riconquista cristiana, e di alcune regioni italiane. In Francia, invece, essi non ebbero scampo. Il loro dramma si consumò nel 1314 a Parigi, con il rogo nel quale furono arsi vivi il Gran Maestro Jacques de Molay e il suo principale collaboratore. Già rei confessi (sotto tortura) di ogni turpitudine, avevan ritrattato e quindi risultavano colpevoli due volte. Lo scandalo andava “purgato” col fuoco.
Leggenda vuole che mentre periva tra le fiamme, il Gran Maestro abbia chiamato a sé i suoi due carnefici: Filippo Bello (che fu ucciso da un cinghiale in una partita di caccia pochi mesi dopo) e il papa, morto a sua volta entro l’anno dall’“invocazione, che non fu “maledizione” ma richiesta all’Altissimo di superiore Giustizia.
Re Filippo, barattiere, si impossessò dunque di immense ricchezze, ma rimase convinto che il grosso del Tesoro del Tempio continuasse a sfuggirgli e quindi continuò a incrudelire. Altrettanto fecero i suoi successori che per quasi settant’anni tennero i papi al guinzaglio in Avignone, mentre Roma precipitava nell’abisso di satrapi e popolani, iniquità, rivolte ed esperimenti di signorie popolane, come quella, effimera, di Cola di Rienzo. La Peste Nera del 1348-1350 inflisse un durissimo colpo, facendo arretrare di un secolo molte regioni europee e seminando altri motivi di sospetto e di odio verso chi veniva sospettato quale autore di un flagello troppo grave per essere casuale, “naturale”, e sapeva invece di “vendetta”, come quella riassunta nel grado 30° del Rito scozzese antico e accettato.
Il neotemplarismo dei Gesuiti
Gli ingredienti della turpe persecuzione dei templari per ordine e mano di un re e di un papa non rimasero isolati nel corso della storia. Si ripresentarono puntualmente quale alternativa a Ordini fondati sui capisaldi della gerarchia e della meritocrazia, al di fuori degli schemi ordinari. A metà Settecento ne fu vittima la Compagnia di Gesù, che aveva requisiti identici a quelli dei Templari. Fondata da un guerriero valoroso, aveva in primo luogo un ordinamento paramilitare. Anziché un Padre Superiore o un Gran Maestro, al vertice aveva il Generale, non nominato dall’esterno ma elettivo. A differenza degli altri Ordini religiosi che si autogovernavano sulla base delle regole riconosciute dai pontefici e difendevano con le unghie e coi denti sfere di autonomia (era il caso di francescani, variegati da frati minori a cappuccini; domenicani, calasanziani, premostratensi e via elencando…), dopo estenuante noviziato i gesuiti pronunciavano il quarto voto: obbedienza al papa perinde ac cadaver. Giunti all’apice del potere con l’educazione dei Principi caddero vittima del Patto di Famiglia dei Borbone che incalzarono i papi sino a ottenere lo scioglimento della Compagnia i cui “militi” contavano avamposti e agenti segreti dalle Americhe alla Polonia, dalla Germania e la penisola scandinava a quella iberica, ove i portoghesi avevano iniziato l’offensiva contro di loro prendendo a pretesto le “riduzioni” nelle quali i Padri della Compagnia sottraevano i nativi alla tratta e allo sfruttamento da parte di schiavisti senza scrupoli e privi di alcun riguardo nei confronti di corpi nei quali eran convinti non albergasse anima alcuna e dei quali pensavano quindi si potesse fare “carne di porco”.
Sciolta (ma non abolita), la Compagnia risorse dopo il crollo di Napoleone I e con la restaurazione di papa Pio VII al governo dello Stato pontificio, quando la chiesa cattolica tornò ad avere necessità di un Ordine alle dirette e personali dipendenze del pontefice, mentre molti sovrani rivendicavano privilegi che risalivano alla chiesa “gallicana” di Francesco I in Francia, alle pretese di Giuseppe II d’Asburgo nei territori del Sacro romano impero e a cessioni via via estorte al papa da sovrani medio-piccoli nei secoli dalle guerre di religione all’Illuminismo settecentesco, con la sempre velata minaccia di erigere “chiese nazionali”, sull’esempio di Enrico VIII d’Inghilterra, in un “batti-Bolena” passato da Defensor fidei a eresiarca. La sua opera venne poi proseguita con spietata ferocia da sua figlia, Elisabetta I, che non risparmiò la morte fra atroci torture ai gesuiti caduti nelle sue grinfie di Vergine Astrea.
Il Novus Ordo massonico…
Come frutto di corsi e ricorsi storici, duecento anni dopo il crollo e lo sterminio dei Templari (1314) giunse l’ora di Martin Lutero (1517). Altri due secoli, ed ecco che nel 1717 quattro logge massoniche dettero vita alla Gran Loggia di Londra. In breve volgere di tempo le lodges (ateliers in francese, talleres in spagnolo, officine in italiano…) si moltiplicarono ovunque, dalle Indie occidentali a Calcutta, specie per impulso di capitani di mare che avevano bisogno non solo di approdi sicuri per uomini e merci ma anche di salvaguardare carichi preziosi dall’ingordigia di poteri civili drappeggiati nei panni di compìti religiosi, mentre immensi mari rimanevano preda di “infedeli” (anzitutto l’impero turco-ottomano) e di pirati, che spaziavano lungo le coste afro-asiatiche e la facevano da padroni anche in quelle del Mediterraneo meridionale.
Durante e all’indomani delle guerre di successione sui troni di Madrid, di Varsavia e di Vienna (1700-1748), banchieri, capitani di mare e mercanti non tardarono ad apprezzare l’Ordine dei Liberi Muratori incardinato sulla Costituzione scritta da due pastori riformati, Anderson e Desaguliers. Essa istituì la “catena di unione” di “uomini liberi e di buoni costumi, né atei né libertini irreligiosi”, decisi a riconoscersi “Fratelli” lasciando al di fuori dei loro Templi quel che divide. I “metalli” non sono le ricchezze individuali, ma i pregiudizi, le ideologie politiche, i dogmi superstiziosi che per secoli avevano e avrebbero diviso gli uomini, scagliandoli gli uni contro gli altri in faide di quartiere, fazioni cittadine, regionali, manovrati quali sudditi da sovrani dispotici, pronti a scatenare guerre per ingrandire i loro confini politici con costi infinitamente superiori ai benefici.
Il potere vero ormai non era più quello politico-religioso ma la Scienza, l’“internazionale del Sapere”, che ebbe il suo Manifesto o Costituzione nell’Enciclopedia delle arti e dei mestieri diretta da d’Alembert e da Diderot, in una Conoscenza da diffondere attraverso le accademie, i circoli sapienti e, appunto, le logge che si ersero a volàno della civiltà moderna all’insegna della pace, della collaborazione, dell’indipendenza da sudditanze ormai insopportabili. Fu il caso delle tredici colonie della Nuova Inghilterra che dettero vita agli Stati Uniti d’America con la Dichiarazione di Filadelfia del 1776 e della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) che propugnarono l’educazione dell’uomo e confutarono alla radice i conflitti per motivi ideologici e religiosi. Non era tutto, ben inteso. Quei Documenti sono espressione degli euro-americani adulti e maschi: un orizzonte rispondente a quello delle logge massoniche che all’epoca riservavano l’iniziazione ai maschi, adulti, uomini liberi, non schiavi, ma presto videro pullulare (soprattutto nella Francia di Voltaire e della principessa di Lamballe, Maria Teresa Luisa di Savoia) le logge di adozione e una quantità di ordini e riti femminili, passati in rassegna nel “Tuileurs Général” di Jean-Marie Ragon (1861).
… e i suoi eterni nemici.
Più e più volte bersaglio di campagne antimassoniche intrise di fanatismo intollerante, ora il “Potere massonico” balza al centro di un libro di sole 751 pagine (ed. Chiarelettere) nelle quali il giornalista-saggista Ferruccio Pinotti descrive la fratellanza che comanda l’Italia: politica, finanza, industria, mass media, magistratura, crimine organizzato. Questa sorta di Bibbia del massonofago ha poco a che fare con le grandi opere di Augustin Barruel (1797) che risalì alla pretesa dualistica, gnostica e manichea della Libera Muratoria e di Léo Taxil, che, mentendo sapendo di mentire, come già aveva fatto con “Gli amori segreti dei papi”, scrisse decine di libercoli e libroni, come le “Confessioni di un Trentatré” (ultimo grado del Rito scozzese antico e accettato).
L’opera di Pinotti manca dell’orizzonte indispensabile per chi si occupi di Massoneria: l’Universalismo. Ne tratta in un’ottica italiota, “locale”, come diremo in altro articolo. Non manca invece una prefazione di pagine tre firmata. Sulla base di chissà quali fonti, il suo autore, Aldo Cazzullo, spaccia per massoni professi Edmondo De Amicis, Carlo Collodi, Goffredo Mameli, Ludwig van Beethoven e persino Camillo Benso conte di Cavour, che, piaccia o meno, figlio e nipote di “liberi muratori” massone non fu mai. Quali ingredienti di una (egli dice) “inchiesta seria”, Pinotti mescola a caso i nomi di Napoleone (I, supponiamo), Carlo Azeglio Ciampi, Mario Draghi e Giuseppe Mazzini, massone “coperto”, e soprattutto tanti improbabili intrecci fra Comunità massoniche e malavita organizzata.
Cui prodest? Certamente a chi vuole confondere idee già confuse e alimentare altre offensive di massonofobi e massonofagi nel quarantennale del pasticciatissimo “affare P2” e nel (quasi) trentennale della “Inchiesta Cordova”, finita come bolla di sapone. Ma, si diceva, davvero vulgus vult decipi o qualcuno lo fa più cretino di quanto sia inventando e diffondendo complotti a getto continuo? Compito della storiografia è documentare, capire e spiegare. Diversamente, anziché far luce fa la lucciola.
Aldo A. Mola

i massoni sono liberi pensatori, pertanto non possono aderire a nessun partito, e per questo sono messi all’indice, i partiti cercano sudditi, non cittadini liberi e responsabili
Come al solito carissimo Prof. Mola fa sempre una eredutissima esposizione dell’argomento.
Ma allo stato dei fatti, se non mi sbaglio mi sembra che si potrebbe sintetizzare che oggigiorno esistono molte ‘massonerie’, a destra e a sinistra che si discostano del tutto della storica fratellanza.
Osvaldo