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DOPO VELTRONI

Come il re e Badoglio la sera dell’8 settembre, Veltroni lascia nello sbando totale un partito che, per sua e fortemente voluta scelta, è privo dei minimi meccanismi di governo e formazione delle decisioni, propri di un partito politico. di Gim Cassano

di Gim Cassano | 23 Febbraio 2009

La mossa del segretario del PD ha spiazzato tutti, amici ed avversari interni, ed è quindi da considerare “abile” se vista secondo i canoni della teoria e della prassi dell’ars politica italiota.
Occorre però osservare che, nonostante il tono accorato della sua conferenza-stampa, e pur mantenendo l’orgogliosa (ed onesta, per quanto si possa non condividerla) rivendicazione di tutte le scelte di questi mesi, ed anche e soprattutto di quelle che più gli sono state contestate dall’esterno e dall’interno del suo partito, il suo “yes, y go” non appare la scelta di un generale che, pur avendo perso una battaglia, si preoccupi delle sorti del suo esercito. Come il re e Badoglio la sera dell’8 settembre, Veltroni lascia nello sbando totale un partito che, per sua e fortemente voluta scelta, è privo dei minimi meccanismi di governo e formazione delle decisioni, propri di un partito politico.
Nell’assenza di vere strutture rappresentative della base (peraltro anch’essa indefinita), restano i notabili, non si sa quanto rappresentativi dell’elettorato, in quanto nominati, o della base, in quanto non determinata, raccolti in tribù e clans che oggi si chiamano associazioni; le quali, non esistendo una base definita cui riferirsi e rispetto alla quale misurarsi, ed essendo stata la discussione politica sostituita da rapporti plebiscitari e carismatici, non riescono a divenire correnti nel senso politico del termine.
Lo stesso meccanismo di sostituzione del segretario richiederebbe a norma di statuto non pochi mesi, nel corso dei quali sarebbe necessario assumere decisioni, definire una linea (sperabilmente diversa da quella sinora seguita), e portarla avanti con determinazione anziché, ancora una volta, perder tempo a stabilire come ciascuno debba collocarsi e ricollocarsi in funzione del processo di ricambio del segretario.
Vengono così in luce i limiti della forma-partito che Veltroni aveva vagheggiato, ed in parte imposto: una forma-partito che non consente la discussione ed il confronto interno e che rende il ricambio al vertice un fatto traumatico e del tutto eccezionale.
Ma non si tratta solo di un fatto tecnico e statutario; il PD è allo sbando perché nessuno, in quel partito, tranne qualche fideista che ancora crede nelle “magnifiche sorti e progressive”, sa più cosa sia il PD; e possiamo solo immaginarci in quale modo riuscirà a comunicarlo agli elettori. Non è un caso il fatto che, nel generale sbandamento, si tenda a ritornare agli ultimi punti fermi conosciuti: i DS, la Margherita, il cosiddetto ulivismo della prima ora, tendono a riaffiorare come categorie politiche di autotutela. In questa situazione, ogni sbocco diventa possibile.
Resta il fatto che non si è sentita, almeno nell’avvio di discussione che è seguita al voto in Sardegna, (e che avrebbe dovuto aver inizio molti mesi fa: basti ricordare l’inutile Direzione di dicembre), neanche una voce ad indicare con chiarezza l’esigenza di linee innovative che diano obbiettivi concreti ai tanti elettori delusi.
Se le novità si limitano a prefigurare un’intesa con l’UdC, come alcuni sostengono, o nel semplice strizzare l’occhio ad una parte della sinistra prescindendo da un progetto riformista, come viene invece sostenuto da altri, senza riposizionare il PD sui temi della laicità, della democrazia, di una società aperta ed equa, invertendo il percorso sinora compiuto ed assumendo una chiara funzione di opposizione sulla giustizia, sull’informazione, sulle riforme istituzionali, sui diritti della persona, il cambiare segretario si risolverà nel nulla, la finta opposizione omeopatica continuerà, e la fuga degli elettori non avrà fine.
Se anche una maggior chiarezza dovesse portare a spaccature, ne avrà guadagnato la possibilità di proporre al Paese un’alternativa credibile a questa destra: meglio un partito che si divide ed acquista capacità di proposta e di condurre battaglie politiche, ad iniziare da quelle per la laicità e la democrazia, che un partito che, per non dividersi, non è in grado di proporre nulla.
E’ da sperare che quella parte del PD che è più vicina a concezioni laiche, liberaldemocratiche, laburiste, sappia e voglia muoversi in questa direzione, ricostruendo il rapporto che è stato spezzato con la sinistra riformista, e rinunciando alla pretesa di estinguere in un antidemocratico simulacro di partito la possibilità di realizzare in Italia una sinistra moderna, laica, liberale e socialista.

GIM CASSANO

Pubblicato in : Primo piano

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