Maggiormente da apprezzare è che, in una certa misura, le linee di divisione superino le vecchie correnti e le vecchie provenienze: una conferma che, nel dibattito tra fautori del socialismo democratico e una semplice ipotesi progressista la linea di divisione non è di carattere ideologico, ma semplicemente politica. Ed è già un passo in avanti.
Un altro fatto positivo è che in questa fase del suo sviluppo, ormai non più quella iniziale, il partito sia ancora allo stato di un re nudo, ma con un procedimento all’incontrario, cioè non perché ha perso tutti i suoi poteri, ma perché è alla disperata ricerca di averne. Ciò porterebbe a lunghe e pensose considerazioni sulle reali possibilità di dare un seguito all’incontro strategico degli ultimi epigoni di cattolici democratici e progressisti, saltando a piè pari tutta l’esperienza della sinistra democratica, non solo socialista, vincente nella storia e condannata dalla politica; però è tempo di passare oltre, poiché non ci sembra più problema di stretta attualità e lasciamo volentieri il giudizio agli storici, purché siano onesti.
Altrettanto interessante, magari meno positivo per la riuscita di una via praticabile ed accettata da tutto il partito, è che vengano a confrontarsi ipotesi di diversa articolazione, che spaziano dal partito territoriale, segnatamente ancorato ai problemi del nord, al partito dei diritti adombrato dalle prime dichiarazioni della new entry Ignazio Marino; il che è senza dubbio indice di un dibattito libero e quando c’è un dibattito libero, cresce la capacità per una formazione-partito, da una parte di confrontarsi con se stessa, dall’altra di posizionarsi con credibilità nel mercato della politica.
E questo è già abbastanza, anche se qualche inguaribile pignolo potrebbe osservare che, accanto al dibattito libero e anche portatore di novità dal punto di vista del metodo e delle aspirazioni, fatica a crescere una proposta; che poi presuppone un modo di confrontarsi, prima ancora che con le altre forze politiche, con la realtà di un paese che, oltre la crisi, si è deteriorata nella sua cultura di fondo e che per questo motivo, anche per questo motivo, fatica a dare corpo ad ipotesi riformatrici o semplicemente di gestione democratica. La sensazione di questa insufficienza la ritroviamo nelle parole di Bersani, attualmente favorito alla corsa per il primo posto, quando dice che vuol proporre un partito libero, anzi liberale, bla bla, ma al tempo stesso ancorato alla tradizione da cui proviene; per la verità, avendo qualche idea su questa tradizione così genericamente evocata, queste parole ci spaventano proprio.
Come è singolare che alle esigenze di dibattito che qualcuno, sempre dall’esterno, prova a suggerire [necessità di fare i conti con il passato, apertura di una fase critica nei confronti del sindacato conservatore, esigenza di costruzione di una linea strategica che non sia solo antiberlusconismo] esponenti della componente liberal sempre meno liberal come Salvati si trovino a rispondere semplicemente che porre di fronte al congresso questo tipo di problemi potrebbe avere come conseguenza anche rotture tra le componenti e l’affermarsi di una nuova prospettiva laica e socialdemocratica; il tutto sacrificando il dibattito sull’argomento fondamentale del congresso, ossia, a suo dire, l’accettazione o meno del bipolarismo come linea portante della politica italiana, al di fuori del quale si tornerebbe fatalmente ai giochi della prima repubblica. E ciò francamente finisce per spaventare ancor più di Bersani e del suo mentore principale.
Silla Cellino

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