
Il referendum confermativo sulla separazione delle carriere si avvia al voto di domenica in un clima che, come abbiamo più volte osservato, non ha acceso l’opinione pubblica.
Eppure il giorno dopo il risultato peserà, eccome.
Non solo sul piano della giustizia, ma sugli equilibri politici complessivi del Paese.
Se vincerà il sì, il governo potrà rivendicare una legittimazione popolare su una delle riforme simbolo della legislatura.
Non sarà soltanto una vittoria tecnica.
Diventerà un segnale politico forte, destinato a rafforzare l’azione dell’esecutivo anche su altri fronti, a partire dalle riforme istituzionali ancora in cantiere.
Il rischio, tuttavia, è che una vittoria venga interpretata come un via libera generalizzato, alimentando ulteriori tensioni con la magistratura e con le opposizioni.
Se invece dovesse prevalere il no, lo scenario cambierebbe radicalmente.
Il governo subirebbe una battuta d’arresto significativa su un terreno altamente simbolico.
Le opposizioni ne uscirebbero rafforzate, ma si troverebbero davanti alla necessità di trasformare quel risultato in una proposta politica credibile e alternativa.
In entrambi i casi, il giorno dopo il referendum non sarà un punto di arrivo.
Sarà un passaggio intermedio.
Perché l’Italia resta immersa in un contesto internazionale estremamente instabile.
La guerra in Ucraina continua a pesare sugli equilibri europei.
Il conflitto in Medio Oriente, tra Israele, Palestina e l’asse Iran-Libano, mostra segnali di pericolosa espansione.
E le tensioni sugli asset energetici globali rischiano di tradursi in nuove crisi economiche.
In questo scenario, la politica italiana non potrà permettersi di restare prigioniera delle proprie divisioni interne.
Il tema vero resta la capacità di affrontare le emergenze reali del Paese: crescita economica, debito pubblico, potere d’acquisto delle famiglie, competitività del sistema produttivo.
E poi c’è l’orizzonte del 2027.
Le prossime elezioni politiche non sono lontane come potrebbe sembrare.
I prossimi mesi saranno inevitabilmente segnati da un lento ma costante avvicinamento a quella scadenza.
Con un’incognita tutt’altro che secondaria: la legge elettorale.
Da anni il sistema politico italiano vive in una condizione di instabilità normativa.
Ogni legislatura riapre il cantiere delle regole del voto, senza mai arrivare a una soluzione condivisa e duratura.
Se anche questa volta il tema dovesse diventare oggetto di scontro, il rischio sarebbe quello di avvicinarsi alle elezioni in un clima di incertezza che non giova né alla politica né al Paese.
Il referendum, dunque, non chiude una stagione.
Ne apre un’altra.
Una fase nella quale maggioranza e opposizione saranno chiamate a dimostrare maturità politica.
Perché al di là dell’esito del voto, ciò che conta davvero è la capacità di affrontare le sfide che attendono l’Italia.
E quelle sfide non aspettano il risultato di un referendum.
Sono già qui.
Cesare Mannucci

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