Dino Buzzati, letterato italiano, nonché poeta e artista, in una sua raccolta di racconti brevi, prose, riflessioni, apologhi, appunti e pagine di diario dal titolo In quel preciso momento — pubblicata per la prima volta nel 1950 e rieditata in versione integrale da Mondadori nel 1974 — scriveva:
“PER GIUDICARE LE POESIE. C’è un sistema semplicissimo e pratico per stabilire se una poesia è vera poesia: leggetela distrattamente, meccanicamente, senza il minimo sforzo, addirittura pensando ad altro. Se è poesia di quella buona, state pur certi che qualcosa vi entrerà nel cervello, vi toccherà come una punta. Perché la grande poesia contiene una carica di vita che basta toccarla inavvertitamente per ricevere una scossa. Naturalmente, per una totale comprensione, occorrerà in seguito soffermarsi su di essa, leggerla e rileggerla. Ma una sommaria identificazione è facilissima. Come succede per i violinisti, per i quali bastano quattro note per capire se sono grandi o no (mentre i pianisti sono un po’ come i prosatori: prima di esprimere un giudizio bisogna starli ad ascoltare lungamente e poi pensarci ancora su tre volte).”
In questo testo Buzzati propone un test intuitivo per il lettore al fine di individuare la vera poesia: se la poesia “colpisce” chi legge, allora è vera poesia.
Nella frase “la grande poesia contiene una carica di vita che basta toccarla inavvertitamente per ricevere una scossa” si intravede uno dei pilastri fondanti del Dinanimismo, ossia la poesia come azione nel reale, capace di smuovere le coscienze e generare nuovo pensiero o anima — Dinanima. Inoltre, qui viene già anticipato uno dei cinque assi del Dinanimismo: la necessità, ossia la parola che nasce dalla vita reale.
Nel Dinanimismo la necessità non è vitalità del testo, ma urgenza di incarnare il proprio tempo.
La “carica di vita” evocata da Buzzati sembra allora intercettare l’effetto di questo asse: la poesia che nasce da una reale tensione con il tempo riesce infatti a trasmettere una scossa quando incontra un lettore.
Ne deriva che una poesia può essere formalmente impeccabile e tuttavia non essere necessaria. La qualità stilistica non coincide automaticamente con l’azione poetica nel reale. Il criterio dinanimista non misura soltanto come una poesia è costruita, ma si focalizza sulla ragione per cui essa esiste.
Con l’espressione “Se è poesia di quella buona, state pur certi che qualcosa vi entrerà nel cervello, vi toccherà come una punta”, siamo dinanzi a un’ulteriore intuizione che racchiude in sé altri due assi del criterio dinanimista: l’attrito, visto come la capacità di bloccare lo scorrere delle cose e del tempo (“vi toccherà come una punta”), e la trasformazione, intesa come variazione della postura del lettore con conseguente produzione di nuovo pensiero (“qualcosa vi entrerà nel cervello”).
Anche il concetto di semplicità emerge chiaramente: “leggetela distrattamente, meccanicamente, senza il minimo sforzo, addirittura pensando ad altro”. Semplicità che per il Dinanimismo si traduce non in banalità, ma in un possibile strumento funzionale all’incidenza della parola stessa — ossia la capacità del verso di “entrare nel cervello pur se letto distrattamente”.
In conclusione possiamo affermare che Buzzati ha intuito alcuni effetti della poesia; il Dinanimismo, con l’introduzione del criterio, ha tentato di sistematizzare alcune condizioni dell’azione poetica, completando tale lente critica con l’aggiunta — oltre a quanto già poeticamente definito dallo stesso Buzzati — anche degli assi del rischio e della durata.
Il rischio: atto del poeta necessario a collocarsi nel mondo, oggi ancora più inevitabile considerato l’avvento delle intelligenze artificiali e un tempo invece quasi scontato, poiché era naturale per un poeta esporsi, non essendo prevista alcuna produzione letteraria non umana.
La durata: capacità di permanenza della parola poetica nel tempo in cui si è generata. Una qualità — assolutamente umana e non algoritmizzabile — oggi ancora più significativa, posto che viviamo nell’epoca dei social e dello scorrimento veloce e istantaneo.
Il criterio dinanimista non definisce cosa sia poesia: misura quando la parola agisce davvero nel reale.
Distinguere i violinisti dai pianisti oggi, quando l’emergere della scrittura generata da intelligenze artificiali rende necessario differenziare tra produzione linguistica e azione poetica.
medico radiologo, poeta e scrittore. Nato nel Cilento, vive e lavora a Ferrara dove è anche Professore a contratto presso l’Ateneo Universitario cittadino. Autore di diversi libri di poesia e di prosa, nonché di pubblicazioni scientifiche anche a carattere etico e deontologico. In ambito Sanitario ricopre o ha ricoperto diversi incarichi, in particolare nel Sindacato Nazionale Radiologi (Snr); nella “sezione di Etica e Radiologia Forense” della Società Scientifica Italiana di Radiologia Medica ed Interventistica (Sirm) e presso l’OMCeO di Ferrara. In campo letterario, invece, dal 2009 è il promotore del DinAnimismo, un movimento poetico/artistico già riconosciuto dalla critica letteraria e che segue insieme ad altri Artisti e Scrittori. Suoi scritti figurano su diverse riviste e periodici culturali, sia on-line che cartacei. Nel corso degli anni è stato inserito in numerose antologie collettive ed alcune sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo, francese, cinese e bengalese. Ha ottenuto diversi riconoscimenti e premi letterari sia in Italia che all’Estero. Nel tempo libero ama “fare cose e vedere gente” passeggiando col suo cane, gironzolando in moto e tifando Inter. Confida fermamente nella forza della Parola (anche come “arma” capitiniana e nonviolenta ) e crede ciecamente nella preveggenza dei Poeti e degli Artisti; “AttuoPoesia” rappresenta la conferma di queste sue credenze.
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