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Dopo il franco svizzero adesso a chi tocca?

di Gerardo Coco | 25 Gennaio 2015

Ora il problema è che nel mondo ci sono altre parità fisse e sono tutte a rischio perché il mercato potrebbe “sconfessarle” in ogni momento, senza preavviso, come è successo a quella tra euro e franco svizzero.

Nei giorni scorsi la decisione a sorpresa della banca centrale svizzera (SNB) di sganciarsi dall’euro è stata molto criticata. Ma certe manovre non possono essere anticipate col telegrafo, si fanno e basta. Del resto senza preavviso, nel settembre del 2011 la SNB, decise di fissare la parità (peg) con l’euro a 1.20 ed entrando di fatto nell’unione monetaria fu costretta, per mantenere il peg, ad acquistare centinaia di miliardi di euro all’anno. Che sarebbero stati molti di più a seguito delle manovre espansive nell’eurozona. La Svizzera era in un pericoloso cul de sac da cui doveva assolutamente uscire. L’errore della banca centrale è stato di agganciarsi all’euro e quella di uscirne è stata una decisione inevitabile e salutare: il paese ha ripreso il controllo della propria moneta che vale ben qualche sofferenza a breve termine perché nel lungo periodo sono le monete forti a vincere e la Svizzera ha prosperato per più di duecento anni grazie a una moneta forte.

Secondo la stampa estera la manovra svizzera è stata un Franc-mageddon perché ha inflitto perdite terrificanti a chi (money manger, hedge funds, banche) si è indebitato in franchi per finanziare il carry trade cioè per investire in titoli denominati in altre valute a rendimento più elevato in quanto il tasso di interesse in Svizzera era negativo. Saltato il peg e rivalutatosi il franco sull’euro del 40%, gli speculatori non solo hanno subito una perdita equivalente ma hanno dovuto immediatamente rientrare con le banche perché le operazioni di carry trade vengono praticamente fatte a debito. Molti non c’e l’hanno fatta e si sono verificati fallimenti a catena.

Che lezione trarre da questa vicenda? La prima è che qualsiasi prezzo imposto diventa insostenibile e prima o poi salta. La parità non è altro che il prezzo di una valuta in termini di un’altra che in un libero mercato tenderebbe sempre ad eguagliare il rapporto fra i poteri d’acquisto interni fra due monete. Se uno stesso paniere di beni fosse venduto per 100 euro in Europa e per 120 franchi in Svizzera, il tasso di cambio fra l’euro e il franco sarebbe pari a 1,2 franchi, cioè un euro si scambierebbe con 1,2 franchi. In corrispondenza di questo rapporto ci sarebbe equilibrio tra domanda e offerta per entrambe le valute. Se tale equilibrio venisse perturbato, il normale processo d’arbitraggio lo ristabilirebbe immediatamente. Se l’euro cadesse, a 0.90 franchi, converrebbe cambiare franchi in euro ed acquistare beni nell’eurozona diventati meno cari. Tuttavia l’aumento della domanda di euro ne eleverebbe il prezzo riportando il tasso di cambio alla parità di equilibrio cioè a quella del mercato di 1,2. Sottovalutazioni o sopravalutazioni in regime di cambi liberi sono dunque impossibili. Esistono solo quando le banche centrali impongono cambi che non riflettano la realtà di mercato con la conseguenza di gravi perturbazioni che finiscono regolarmente in bagni di sangue. La seconda lezione è quindi che non bisogna mai fidarsi dell’attivismo delle banche centrali: è pericolosissimo, produce solo degli shock. Il mercato valutario è il più grande mercato esistente, il più liquido e volatile e muove 5.3 trilioni di dollari al giorno! mentre il carry trade è di 3 trilioni. Si immagini cosa sarebbe un collasso valutario: contratti che salterebbero all’istante trascinando banche, hedge fund derivati e azzerando risparmi. Le banche centrali hanno falsato tutti i valori manipolando non solo i mercati valutari ma anche quelli finanziari. Hanno creato un universo economico di finzioni che collasserà come una supernova.

Ora il problema è che nel mondo ci sono altre parità fisse e sono tutte a rischio perché il mercato potrebbe “sconfessarle” in ogni momento, senza preavviso, come è successo a quella tra euro e franco svizzero. Il Giappone, la maggior parte dei Paesi Arabi e la Cina sono legati al dollaro. La madre di tutte le parità è quella fra yuan e dollaro che la Cina ha fissato dal 1994 ed è per questo motivo che ha dovuto accumulare riserve per quasi 4 trilioni di dollari (in valore: 1/3 del PIL eurozona). Per mantenere questo peg la banca centrale cinese (PBC) ha dovuto, come la banca centrale svizzera, continuare a stampare yuan scambiandoli col dollaro. Più esporta e più affluiscono dollari in pagamento delle esportazioni, più la PBC deve comprarli al cambio fisso per non fare aumentare il valore del dollaro che altrimenti si deprezzerebbe rispetto allo yuan danneggiando gli esportatori cinesi. D’altra parte l’aumento della quantità di yuan si è riversato nell’economia provocando bolle di ogni tipo come quella nel settore immobiliare, la più spettacolare. Come l’esperienza svizzera insegna, mantenere un peg è assai costoso. Per quanto tempo ancora, dunque, la Cina inflazionerà la propria valuta accumulando riserve per mantenere la parità? Anche la Cina è in cul de sac da cui prima o poi dovrà uscire. Se la parità dovesse saltare, lo yuan si rivaluterebbe come il franco o si svaluterebbe? Si rivaluterebbe sicuramente perché il peg è stato fissato proprio perché lo yuan non si rivalutasse. Se il mercato percepisse lo yuan debole la Cina fisserebbe un cambio più basso e per preservarlo dovrebbe comprare ancora più dollari, proprio quello che non vuole fare. Se dunque il “tappo cinese” saltasse, il dollaro collasserebbe e il Franc-mageddon al confronto sarebbe ricordato come un picnic.

Pubblicato in : Editoriale

Info Gerardo Coco

Laureato in economia all’Università Bocconi di Milano ha proseguito gli studi economici e finanziari al Politecnico di Huddersfield (UK). Ha una vasta esperienza in economia internazionale. Ha lavorato per diverse multinazionali in posizioni di responsabilità e ha costituito negli Stati Uniti una fondazione riconosciuta dalle Nazioni Unite per lo sviluppo economico nei paesi emergenti. Ha tenuto conferenze sullo sviluppo alla Columbia University di N.Y. al MIT di Boston e alle Nazioni Unite. E consulente industriale e membro del comitato scientifico dell’università Unimeier di Milano dove insegna di economia e finanza.

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