Va bene lo ammetto. Ho il dentino avvelenato. Il concetto di unità, solidarietà e sostegno materiale tra noi donne è ASSENTE ed io non mi fido delle femministe che conosco personalmente, né di quelle che incontro casualmente o che leggo qua e là.
Quante donne hanno difeso Oriana Fallaci nel tremendo dibattito attorno a lei scatenatosi sul rigetto dei principi islamici, poco tempo prima della sua morte?
Quante sanno che il movimento della madri della plaza de Majo ha dovuto chiudere i battenti, sconfitto da suo stesso isolamento?
Quali mozioni firmate da donne contro la guerra ed i suoi finanziamenti sono state presentate da deputati- donne?
Dove e quando le donne si sono schierate in Parlamento o unite, scioperato contro la povertà, lo sfruttamento e la violenza ?
Nulla. Silenzio. Va bene così. Non si ricordano azioni di contrasto, di ribellione organizzata contro regimi del passato come pure di lotta interna ai propri democraticissimi partiti contro le ingiustizie e le violenze che la nostra società continua a patire. Scrive la Rossanda:
“Il politico consegna all’economia il governo della società, o appunto la guerra alla Jugoslavia. E il femminismo non interviene. O almeno non in modo da stabilire condizioni. Non sottovaluto la pressione: non c’è stata una opinione di massa contro la guerra, e tanto meno contro la devoluzione dei meccanismi regolativi della società al mercato. Mi limito a dire che le donne o tacciono o condividono. Eppure non si tratta di scelte astratte, incidono sulla vita materiale, corporea di gran parte della gente e del mondo. O questo vi è indifferente?”
Mi pare chiaro: ci è indifferente. Al posto di un pomeriggio dal parrucchiere o facendo shopping con le amiche, al posto della gommosa sudata in palestra o della visitina interminabile a casa della cognata, le donne dovrebbero tornare a concentrarsi in piazza o nei luoghi della politica che meglio si prestassero al loro poco tempo a disposizione. Io dico le donne e non noi donne per questa distanza siderale che sento e che vivo sulla pelle, tra me e loro. Io sono un’emarginata che si è auto-emarginata dalla società femminile, per protesta. Per leggere un documento rinuncio al cinema ma anche all’operazione lavaggio piatti o rifacimento letti. La casalinga deve restare in secondo piano, è ruolo secondario rispetto alla mia persona, alla mia formazione culturale. Quante di noi la pensiamo così? Bisogna cercarle tra le intellettuali benestanti o tra le professioniste in carriera, che sono poche. E tra quelle poche l’idea della politica a sinistra di sinistra e da sinistra non è scontata. Milita più tra le operaie prossime alla pensione che tra le giovani impiegate sfruttate più delle prime, prese come sono dal mito della bellezza, della moda e delle mode.
Se alle vecchie lavoratrici non si può chiedere altro tempo, tutto ormai consumato tra casa , figli , nipoti e visite mediche, alle giovani non si può chiedere nulla. Esse non sono interessate all’argomento società e suo sviluppo orizzontale, ma al problema io ed il mio sviluppo verticale.
La battaglia ora è di tipo culturale prima che politico: dalle cattive maestre trovate in casa alle pessime maestre incontrate per strada, noi donne abbiamo bisogno di essere rieducate all’attivismo politico perché l’unico in grado di modificare noi stesse, il nostro mondo personale e l’ambiente a noi esterno. La politica degli uomini ha trovato, nell’assenza fisica e mentale delle donne, la scusa perfetta per il passaggio da egemonia a dominio, attuando meccanismi di esclusione che se prima potevamo definire di tipo manuale oggi scattano in automatico.
Come riprendere il discorso se non da capo? Se non ricominciando tutto il percorso della politica insegnata a scuola, discussa in casa, vissuta in piazza, organizzata al lavoro?
Possiamo e dobbiamo farlo, coscienti del fatto che a questo giro, ricominciare da capo non significherà ripartire da zero. Ed ora scusate ma devo andare a lavare i piatti.
Elena Ronconi

Lascia un commento