
Come evidenzia bene il sottotitolo La condizione femminile nello specchio della narrativa di corte, questo libro di Fortunata Latella, ordinario di Filologia romanza nell’Università di Messina affronta consolidati stereotipi dell’amore cortese che attengono non solo alla realtà storica della condizione femminile ma anche alla loro rappresentazione nelle fonti letterarie (il libro si basa su oltre trenta testi dei secoli XII-XIII in langue d’oïl e in langue d’oc ).
Tradizionalmente, la donna della letteratura cortese è considerata icona irraggiungibile
Ma questo excursus , ove è proprio la donna ad essere protagonista, permette di cogliere in filigrana, al di là dei tòpoi e degli stereotipi letterari, particolari rivelatori della sua condizione e della concezione dell’universo femminile nell’immaginario collettivo contemporaneo.
Il quadro che ne emerge, sebbene condizionato dalla mentalità maschile degli autori, risulta complesso, dinamico. Affrontiamo alcun temi trattati in Donne scortesi in questa intervista con la Prof. Latella
Quali stereotipi caratterizzano l’amore cortese.?
Penso che nell’immaginario contemporaneo le figure maschili e femminili dell’età cortese siano fortemente stereotipate; in particolare alla donna vengono applicati i caratteri che sono, con poche o nulle distinzioni, quelli della donna angelicata di Dante Alighieri: in linea di massima, una dama bella e gentile, un’eroina disincarnata e oggetto dell’adorazione del cavaliere, un personaggio senza sfumature. La finzione letteraria, però, non può non poggiare sulla realtà vissuta, per quanto possa trasfigurarla, e non può prescinderne completamente, pena l’incomprensione e lo straniamento dei fruitori: da questa convinzione sono partita per individuare, sotto i clichés e le convenzioni letterarie, tracce della reale condizione femminile nello spazio cortese.
I clichés dunque li troviamo anche nelle fonti letterarie….
Infatti, i testi narrativi ci offrono non solo diverse declinazioni dell’amore cortese (dalla sublimazione dell’amore per una donna che si desidera ma non si deve possedere alla passione smisurata e carnale degli adulteri), ma anche diversi aspetti della figura femminile e del suo inserimento nella cornice cortese: non tutte acquiescenti le nostre dame, né di buon carattere, né inconsapevoli della gabbia in cui le convenzioni le costringevano. La mia ricerca era volta a cogliere le caratteristiche non necessariamente legate a esigenze di obbedienza a canoni letterari e dunque a ricavare un quadro più mosso delle figure femminili.
Lei ha riscontrato un atteggiamento denigratorio degli autori che sono quasi sempre maschi…ma c’è posto anche apprezzamenti positivi ?
L’idea che mi sono fatta è che le donne riuscissero ad aggirare gli ostacoli che la società poneva loro davanti rispetto al comportamento e alla libertà di espressione e che, pur con escamotages e in maniera spesso tortuosa, manifestassero il loro pensiero, rivelando sovente saggezza, forza di volontà, discernimento, raziocinio; e che gli uomini ricorressero a queste qualità e insieme le temessero come minacce al proprio predominio. Sono diverse infatti le figure muliebri rappresentate come dominanti nel rapporto di coppia o in relazione a una specifica situazione, in positivo o in negativo, né mancano figure molto belle di donne forti, generose, disinteressate, intelligenti, rapide nelle decisioni.
In ogni caso, nelle opere si coglie la difficoltà femminile nell’esprimere liberamente la propria volontà: innanzi tutto la parola della donna non è un diritto e anzi è una conquista ardua, prospettata dagli autori come una trasgressione alle regole; secondariamente, le eroine sanno che la loro volontà difficilmente sarà rispettata dagli uomini cui la manifestano. Va detto, comunque, che non sono poche le protagoniste capaci di farla comunque valere, la loro volontà, giocando scaltramente il gioco imposto dalle regole maschili e fingendo di non volere ciò che invece hanno in animo di ottenere.
Ha scritto che l’irraggiungibilità della donna è un percorso di formazione per l’uomo. In che senso ?
Nella primitiva elaborazione trobadorica, l’amore che l’uomo di corte nutre per una signora che non è sua moglie è un sentimento di elezione, spontaneo, e si contrappone al rapporto matrimoniale che rappresenta un’unione stabilita a freddo, su basi patrimoniali e dinastiche e che non presuppone sentimento. Essendo adultero, obbedisce a una serie di regole, la prima delle quali è il segreto, che produce complicità tra i protagonisti: è un sentimento vissuto dall’innamorato in solitudine, coltivato all’interno di mente e cuore, alimentato da piccole soddisfazioni e generatore di speranze e sofferenze amplificate. La donna viene guardata da lontano e insieme è lontana perché è perfetta: per rendersi degno della sua perfezione, l’uomo deve affinare le proprie qualità morali, esercitare il controllo su desideri e azioni, lavorare di continuo sul proprio modo di essere e di porgersi. Si tratta di una tensione costante, che verrebbe meno se il desiderio trovasse soddisfacimento: l’itinerario che conduce alla donna si traduce così in una educazione sentimentale e nella conquista di maggiori autoconsapevolezza e autocontrollo.
Nei testi da Lei esaminati ritroviamo o no il c.d paradosso della fin’amor di cui ha parlato Erich Köhler , un amore che per principio resta incompiuto ?
Proprio no: rispetto alla teoria costruita dai trovatori e a quello che è stato definito paradosso amoroso, racconti e romanzi rappresentano il rapporto di coppia come consumato: rimanendo nell’ambito dei personaggi più conosciuti, basti pensare a Tristano e Isotta oppure a Lancillotto e Ginevra. Un’interpretazione più concreta della teoria dunque, che però, va detto, anche presso i trovatori permetteva declinazioni opposte: all’amore confinato solo nell’intimo faceva riscontro, presso un gruppo seppur minoritario di cantori, un sentimento vissuto anche nella sua sensualità.
Questo atteggiamento …si perpetua in varie epoche diciamo pure fino ai giorni nostri come rivelano i femminicidi e le violenze domestiche
Nella narrativa cortese non si legge di vere e proprie violenze domestiche perpetrate dai consorti ai danni delle mogli, e affiora però lo sbilanciamento degli equilibri del rapporto in favore dell’uomo: è il padre o il fratello a gestire fidanzamento e matrimonio della congiunta senza interpellarla, o addirittura è il vincitore di un conflitto a destinare a suo piacimento a qualcuno dei suoi uomini la signora del castello conquistato. Quello del corpo delle donne come bottino di guerra è una realtà che si legge nella narrativa cortese, e che si indovina ad esempio anche sotto l’usanza, divenuta un motivo letterario, della dama come palio di una gara o di un torneo, o dietro la dama che finisce per sposare l’uccisore del marito: una forma edulcorata di quello che non era altro che uno stupro di guerra, una pratica che, a distanza di centinaia di anni e in una realtà che vorrebbe essere evoluta rispetto a quella medievale, si rivela tristemente d’attualità in questo momento storico. Allo stesso modo, ritroviamo tutt’oggi intatte – per fortuna, spero, con minore diffusione – convinzioni aberranti riguardo ai ruoli nella coppia: per ogni uomo che agisce da possessore di una donna c’è spesso una donna che ne ammette – o ne sopporta – l’atteggiamento e si adatta ai controlli, ai divieti, alle punizioni, e non parlo soltanto dei casi estremi di brutalità fisica. I motivi che stanno dietro l’accettazione di questo squilibrio sono sicuramente svariati, ma non posso non pensare che si tratti anche di un retaggio atavico che fatica a scomparire.
Un’ultima domanda, a latere. Lei sta lavorando al racconto di Agnès e Meleus.. di cosa si tratta?
Si tratta di una storia, giuntaci attraverso un unico manoscritto del tardo Duecento e redatta in una lingua mista, il franco-italiano, che narra di una moglie frustrata a causa di un marito taccagno che studia un piano ingegnoso per liberarsene, riducendolo in povertà e facendolo morire di crepacuore, per poi sposarsi con un innamorato di vecchia data del quale ha fatto il suo complice. Ecco una donna inizialmente vessata che reagisce, sfodera una raffinata mentalità criminale e un naturale talento da stratega, si sbarazza di un consorte odioso tenendosi il patrimonio e riceve il plauso dell’autore per queste azioni. Un esempio interessante e curioso della concezione dualistica dell’essere femminile.
Gabriele Parenti

Fortunata Latella insegna Filologia romanza nell’Università di Messina. SI è occupata di lirica romanza e delle sue irradiazioni, producendo edizioni e contributi su trovatori, trovieri e rimatori della Scuola siciliana; si è applicata sulla narrativa mediolatina, procurando tra l’altro le prime traduzioni italiane delle raccolte di racconti di Walter Map e di Gervasio di Tilbury; si interessa di linguistica romanza.

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