
L’ultima intervista di Donald Trump a Politico va presa molto sul serio. Non ci si deve far fuorviare dalle boutade né dalle provocazioni. È la dichiarazione d’intenti di chi vuole costruire in Europa una rete politica fedele alla sua visione: un’alleanza della destra radicale, un’“internazionale nera” che unisce Orbán, Le Pen, AfD, Vox, Wilders e gli altri movimenti che sognano la fine dell’Unione Europea così come la conosciamo.
Trump difende Marine Le Pen dopo la condanna per uso illecito di fondi europei, minimizza i reati e parla di complotto. Ma non è Le Pen il punto. Sta dicendo ai leader sovranisti europei: io sono con voi contro Bruxelles, io sarò la vostra copertura.
Il presidente americano ha ottime parole anche per Orbán, che ricambia definendosi parte del “futuro” guidato da Washington.
Ancor prima era intervenuto il vicepresidente J.D. Vance, che a Monaco ha accusato l’Europa di soffocare la libertà di parola, ha difeso Musk contro le regole europee sul digitale, ha minimizzato la disinformazione russa e ha persino rimproverato la Germania per le politiche di esclusione dei neonazisti dell’AfD.
Un messaggio inequivocabile: l’America trumpiana vuole rafforzare le destre estreme europee neofasciste e nazionaliste per indebolire le istituzioni comuni.
Qui si colloca anche Giorgia Meloni.
La premier italiana svolge un ruolo duplice: in Europa è costretta a usare una giacca istituzionale, ma sul piano politico e culturale è parte integrante dello stesso fronte che Trump vuole organizzare.
Non a caso ha costruito relazioni organiche con Orbán, con Vox e con le destre identitarie; non a caso indulge in una narrativa anti-Bruxelles che descrive l’UE come un ostacolo più che come una risorsa.
Meloni è la componente “presentabile” dell’internazionale nera, quella che può dare legittimità a un progetto che altrimenti apparirebbe minoritario.
È la figura che permette a Trump e Orbán di dire: guardate l’Italia, un Paese fondatore dell’UE governato da chi sostiene i nostri valori.
E intanto in Italia cresce la narrativa che descrive Bruxelles come nemica, gli aiuti ai migranti come invasione, le tutele democratiche come intralci. Tutti tasselli della stessa strategia.
Ma c’è un punto che rischia di sfuggire e invece pesa più di tutti: il risvolto economico.
Per Trump indebolire l’Europa non è solo strategia geopolitica: è un affare.
Un’UE frammentata, più divisa, più litigiosa, sarebbe molto più vulnerabile alle pressioni americane e soprattutto ai poteri delle grandi piattaforme tecnologiche che Trump difende apertamente.
Le normative europee sui dati, sulla concorrenza, sulle piattaforme digitali, sui diritti dei consumatori, sono l’unico vero argine globale ai monopoli delle Big Tech, le grandi imprese americane che concentrano nelle proprie mani una quantità crescente di risorse e potere e ne rivendicano l’uso a pieno titolo e a proprio profitto, con il diritto di interferire direttamente nelle politiche degli Stati.
Se l’UE si indebolisce ulteriormente, cade anche questo muro che limita lo strapotere di Meta, Google, Amazon, X, anche in termini di capacità di manipolazione delle opinioni pubbliche.
Significa mani libere per i colossi americani, quindi per noi più dipendenza tecnologica, e meno sovranità digitale e industriale e politica.
Da tutto questo uscirebbe un’Europa ancor più ridotta a mercato da conquistare, perfetta per chi vuole imporre dazi, ridefinire accordi commerciali, trattando con ogni Paese singolarmente.
Un’Europa più povera e politicamente arretrata consuma più armi e più tecnologia americana.
Meloni, in questo senso, svolge veramente un ruolo di pontiere, l’anello di congiunzione tra la destra neofascista identitaria europea e la strategia trumpiana.
Tutto questo non riguarda solo la geopolitica, ma l’economia e quindi la quotidianità: lavoro, salari, investimenti, sicurezza energetica, diritti digitali, imprese, ricerca, prodotti agricoli, tutele per la salute.
L’Europa che da tempo regredisce sul piano sociale finirebbe in questo modo per abbattere anche l’altro pilastro della sua costruzione, quello di un mercato regolato che tende a creare un certo ordine a favore della concorrenza e dei diritti dei consumatori.
E questo, ancora una volta, dimostra il nesso inscindibile tra giustizia sociale e libertà e il fatto che il venir meno della prima prepara un restringimento della seconda.
La regressione sociale apre la strada alla regressione politica e approfondisce la crisi della democrazia.
Le élite liberali occidentali, deboli e incapaci, sembrano accompagnare l’Europa verso questa forma nuova di regime tendenzialmente autoritario.
Non a caso proprio ieri la UE ha scelto di seguire Trump anche nella repressione delle immigrazioni e nella limitazione delle norme che tutelano i diritti fondamentali della persona.
Tutto è legato: la guerra, le Big Tech, i dazi, la migrazione, la disinformazione, la volatilità della democrazia.
Infatti, favorito dalla corsa al riarmo imposta da Trump, si sta realizzando anche un solido blocco sociale di destra, un’alleanza tra i manager delle grandi aziende belliche e un ceto politico liberale che sempre più si sposta a destra; in attesa che il potere passi nelle mani degli esponenti europei dell’internazionale nera come esplicitamente vuole Trump.
Non sarà difficile per questo blocco economico e politico europeo in formazione trovare intese e stringere accordi con le élite techno-finanziarie americane.
Enrico Rossi

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