
In base alle informazioni in mio possesso, ieri a Doha sono stati eliminati sette esponenti di vertice di Hamas: Khaled Meshaal, Khalil al Hayya, Zaher Jabarin, Mohammad Ismail Darwish, Mousa Abu Marzouk, Hussam Badran e Tahar Anunu. Non è stato un lampo nel deserto, ma la conferma di una linea d’azione che non lascia zone franche. Se dirigi la guerra da lontano, lontano non è più un posto sicuro. La distanza smette di essere un paracadute e il passaporto non fa da scudo.
Il senso dell’operazione è semplice e spietato. Togliere il santuario, perché nessun indirizzo all’estero è intoccabile. Spezzare i cavi del comando e controllo, allungando il tempo tra l’ordine e l’esecuzione, moltiplicando gli errori, inceppando le filiere. Spostare il peso del tavolo delle trattative, perché quando la leadership perde pezzi cala anche la voce con cui si detta la linea. Rafforzare la deterrenza con un messaggio che capiscono tutti.
La tecnica non è nuova. È la stessa impiegata contro Hezbollah, contro gli Houthi e contro nodi iraniani collegati ai proxy. Conta la precisione più della potenza. Intelligence che incrocia tracce digitali e agganci sul terreno, pazienza finché la finestra è pulita, impatto chirurgico e via d’uscita già pronta. La decapitazione funziona quando non è episodica. Colpo su colpo, insieme alla stretta sui soldi, all’interdizione dei traffici d’armi, alla guerra contro i megafoni che alimentano il mito. È lavoro da maratoneti, non da sprinter.
C’è un punto morale che brucia. Mentre i leader ingrassano a Doha tra suite, uffici ovattati e conferenze, a Gaza si paga il conto in sangue. La distanza non è solo geografica, è etica. Chi brinda nei salotti manda al macello i gazawi, trasforma ragazzi senza futuro e famiglie intere in scenografia di propaganda. Se guidi la guerra dal divano, il divano diventa bersaglio.
Adesso l’organizzazione si serra. Sale la paranoia, si spezzano i canali, si improvvisano sostituzioni con quadri di seconda fascia. Poi arrivano i bivi. Ricostruire altrove accettando meno talento, meno relazioni, meno ossigeno. Oppure scivolare in una clandestinità più lenta, dove ogni messaggio pesa doppio e ogni errore costa davvero. In entrambi i casi si consuma energia e si perde trazione.
Le controreazioni sono quelle prevedibili. Fuoco di disturbo per dire che si è vivi. Pressione dal nord con Hezbollah per allargare il fronte. Droni e missili degli Houthi sulle rotte commerciali per alzare il prezzo economico. Operazioni cyber e campagne di disinformazione dove i razzi non arrivano. Rumore che può graffiare, ma senza una regia piena rischia di restare rumore.
Sul piano politico partiranno dichiarazioni indignate e richiami alla sovranità. Fa parte del copione. Quello che conta davvero è la contabilità nuda. Quanta capacità operativa resta dopo il colpo. Con quale velocità si ricostruiscono i quadri. Quanto potere negoziale rimane quando ci si siede davvero a un tavolo. Se questi indici scendono, la chirurgia ha fatto il suo mestiere. Se non scendono, si punta il prossimo nodo e si ripete con la stessa freddezza.
Morale della favola. Sette capi in meno e un messaggio netto. Nessun luogo è intoccabile. La partita non si vince con gli annunci ma con il tempo e la capacità che togli a chi ti vuole colpire. Doha oggi smette di essere un santuario. Domani conterà per quanto resterà spento il quadro comandi. E, con quanto è avvenuto ieri, è logico ritenere che la capitolazione di Hamas sia più vicina di quanto si possa credere.
Piero Terracina

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