Slogan e parole d’ordine sono parti integranti delle campagne elettorali e delle stagioni della politica. Nella loro immediatezza hanno il compito di colpire come una scudisciata l’immaginario collettivo favorendo il consenso. Non è detto che ci riescano, comunque nessuno ne fa a meno tanto è vero che la campagna elettorale in atto ha già formulato le sue. Sono novità e rinnovamento, termini di ugual radice eppure così diversi che i politici li usano nei loro scontri già con grande maestria.
La diversità è intuitiva. La novità è un fattore contingente, una una tantum legata alla sorpresa, una promessa, un progetto. Il rinnovamento è il passo successivo, il più difficile, l’applicazione pratica che implica obbiettivi e regole per arrivarci. Entrambi dovrebbero essere il trionfo della politica. Fu all’insegna della novità, (ricordate il “nuovo che avanza”?) la Seconda Repubblica che doveva promuovere un “rinnovamento” rimasto in gran parte sulla carta. Ed è all’insegna della novità e del rinnovamento lo scontro elettorale tra forze che hanno già fatto passi importanti in quella direzione. Hanno ridisegnato le componenti interne, hanno cambiato nome e carta d’identità politica . Da una parte sta il Pd di Veltroni che non perde occasione per affermare che “il nuovo siamo noi”, dall’altra risponde il Pdl di Berlusconi che la rivoluzione interna l’aveva iniziata a novembre del 2007 con il discorso del predellino in Piazza San Babila a Milano e l’ha completata pochi giorni fa con la nascita del Popolo delle libertà con An etc.
Intendiamoci, ben vengano le due novità anche se arrivano su una scena ormai sfinita dai veti incrociati, dai partitini dello zero virgola capaci solo di esercitare il potere di ricatto, da governi incapaci di governare ma supercapaci di tassare. Ma gli italiani sanno (e ormai pretendono) che c’è bisogno di semplificazione e, appunto, di rinnovamento. La novità non basta. Bisogna rinnovare dappertutto, in campo economico, amministrativo, culturale e chi più ne ha più ne metta. Non c’è settore in grado di reggere i confronti imposti dalla globalizzazione. Gli italiani sanno che è già tardi e i partiti tentano di metterci una pezza solo dopo aver consentito un degrado ormai al limite. Un esempio? Sarebbe troppo facile appellarsi ai rifiuti di Napoli. Basti pensare che siamo uno dei Paesi più belli al mondo, che abbiamo la più alta concentrazione di opere d’arte a livello planetario e che non riusciamo a sfruttare a dovere tutto questo “petrolio” che non ci è costato niente perché in parte viene dal Padreterno e in parte ci è stato lasciato in eredità. Scopriamo anzi che nel frattempo altri hanno imparato a vendere meglio di noi.
Ma si può? Prudono le mani ad assistere allo scempio di un Paese avvilito, impoverito, che rischia di non credere più in se stesso. Il Paese non è “già in piedi” come ha detto Veltroni aprendo la campagna elettorale a Spello. Il Paese è seduto e aspetta. In campagna elettorale tollera anche la gara per il primato della novità. Ma poi basta con gli slogan. La sfida si giocherà proprio sulle capacità di cambiare. E sarà bene che la maggioranza e l’opposizione che usciranno dalle urne ci riflettano bene, magari anche riunendo le forze. Ormai è vietato sbagliare.
Enrico Buffoni

“Il Paese non è “già in piedi” come ha detto Veltroni aprendo la campagna elettorale a Spello. Il Paese è seduto e aspetta. In campagna elettorale tollera anche la gara per il primato della novità. Ma poi basta con gli slogan. La sfida si giocherà proprio sulle capacità di cambiare.”….
Appunto. Ma cosa cambiare ? Delle facce ,dei nomi ? Certo ,ma tenendo conto che facce e nomi sono degli aspetti esteriori , mentre la sostanza delle cose resta sempre quella . Cioè un sistema autoreferenziale ,basato su norme e regole non scritte che tolgono vitalità e senso comune al titolo IV ,art. 49 ,della nostra Costituzione:” Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico.a determinare la politica nazionale.” : Purtroppo siamo arrivati al “voto” per alzata di mano , per acclamazione : niente a che fare con quel voto “personale ed eguale, libero e segreto” di cui parla l’articolo precedente,il 48 ,un tempo alimentato e motivato dalla vita di sezione,dai dibattiti , dalla possibilità di scelta delle persone ,che resta pur sempre il senso etimologico del termine “elezione”. Cambiare solo le facce e le denominazioni è una pratica gattopardesca che resta assolutamente inadeguata al vero rinnovamento della vita politica di oggigiorno. Occorrerebbe far avanzare proposte più accentrate sulla modifica del sistema .Togliendo all’affermazione personale nella vita politica il senso di una vera e propria “botta di vita”( retribuzioni ,liquidazioni ,pensioni , benefit di ogni genere e diritto alla “persistenza”),e riportando invece in prima fila (della RAI come dei Partiti ) la questione della tutela della “cosa pubblica”,dell’interesse della cittadinanza. Magari poi finalizzando i rimborsi elettorali alla costituzione e gestione di locali atti alla partecipazione popolare, e rinnovando così i Partiti-Slogan .
Già : i Cesari romani proclamavano l’importanza,ai fini del governo ,del “panem et circenses “.Ma in tempi più moderni sarebbe bene basarsi su criteri maggiormente rispettosi della persona e del gruppo sociale .Rendendo i cittadini ,associati “liberamente in partiti “,nuovamente capaci di “concorrere ….a determinare la politica nazionale “.
Penso che occorra riflettere seriamente a questo…..