Il testo che segue è stato scritto alcuni mesi fa, ai primi di novembre, ed è poi restato nel cassetto per il calo di attenzione intorno all’argomento. Gli ultimi sviluppi della situazione in Catalogna, con l’arresto di Carles Puigdemont in Germania, su mandato di cattura europeo, riportano alla ribalta il paese catalano e il problema che lo ha scatenato. Ai primi di febbraio il leader secessionista in fuga aveva già espresso il suo rancore in una serie di Sms, diventati pubblici, per essere stato abbandonato da tutti. Quindi l’attuale esito era nell’aria. C’è da aggiungere semmai che a livello europeo è cambiata la sensibilità sulle questioni dell’indipendentismo, di pari passo con la reazione alle intromissioni della Russia. Per rendersene conto basterebbe leggere questo articolo di El País dei primi di marzo in cui è riportata la notizia di un incontro tra leaders europei avente per argomento il contagio in Italia e Francia del virus catalano (Rajoy alerta del contagio de la crisis de Cataluña a Francia e Italia). È chiaro che se in Europa c’è un simile livello di allerta, l’arresto di Carles Puigdemont non poteva che essere una questione di settimane.
La vicenda catalana rappresenta un momento cruciale nella costruzione delle condizioni di avvio di un percorso alternativo europeo, teso a disgregare i grandi stati nazionali, all’interno di un contenitore unico di piccole patrie, coordinate e dirette da una burocrazia incentrata su Bruxelles. L’appuntamento era fissato per il dopo estate 2017, e non è un caso che si siano svolti nello stesso periodo i referendum catalano e lombardo/veneto.
Il primo metteva sul piatto della bilancia esplicitamente l’opzione indipendentista, mentre quelli italiani non si sono spinti fino a questo punto, essendosi mossi, a differenza del caso catalano, entro il quadro costituzionale nazionale. Ma il significato è lo stesso. Basti pensare alle dichiarazioni nell’immediato post-referendum del governatore del Veneto Zaia che, forte dei risultati e incurante dei quesiti referendari da lui stesso promossi, ha alzato subito la posta, passando da una richiesta di una diversa gestione delle risorse al riconoscimento per la sua regione dello statuto speciale.
Bene ha fatto perciò Michele Boldrin, un economista veneto, trapiantato da trent’anni in America, ma con il pallino della politica italiana (qualcuno ricorderà l’avventura di “Fare per fermare il declino” alle ultime elezioni politiche, la vicenda Giannino, ecc.) in un articolo uscito su linkiesta ad accomunare i referendum italiani a quello catalano. Dopo aver messo in risalto che «un’Europa “federale” non potrà nascere finché i quattro (Francia, Germania, Italia e Spagna, che diventano cinque, se contiamo anche la Polonia e sei se il Regno Unito dovesse fare marcia indietro su Brexit) non si “frantumeranno volontariamente” in entità politiche più piccole”» e bollato come velleitarie sciocchezze la secessione catalana e l’autonomia lombardo-veneta «così come vengono oggi formulate», Boldrin innesca la “bomba”: «Meglio provare ad avere il coraggio di riflettere sulla realtà di un’Unione Europea ostaggio dei nazionalismi statali (non dei localismi) invece che fantasticare su una federazione che – per ragioni oggettive – è semplicemente impossibile a partire dai poteri statali esistenti». Insomma basta con gli Stati nazione ottocenteschi (quali poi? l’impero austro-ungarico, lo stato centralizzato francese, quello liberale inglese o il federalismo americano, o qualche altro?), come dirà nella sua pagina Facebook, che tuttavia si guadagna solo quattro commenti e una cinquantina di miseri “Like”.
Con chi ce l’ha in realtà Boldrin? Non che sia così importante scrutare nel profondo i pensieri reconditi dell’economista italo-americano (che al momento più che in America sembra stazionare —forse anche per seguire da vicino l’evoluzione di vicende nostrane tanto importanti— a Ca’ Foscari) se non fosse che a livello europeo il suo referente politico al tempo delle elezioni del 2013 è stato quel Guy Verhofstadt, leader dei liberali europei nel Parlamento Europeo, e in passato più volte primo ministro del Belgio, che il 4 ott. scorso aveva scritto un tweet di questo tenore: «There is a solution for the situation in Catalonia: reform Spain into a federal state in a federal Europe», che poteva suonare anche come incoraggiamento all’opera degli indipendentisti catalani. Ma Verhofstadt cambia presto atteggiamento. Così il 16 ott. si poteva leggere un suo articolo, dal titolo La Catalogne, laboratoire du débat institutionnel européen, che sembrava mantenere aperto qualche spiraglio per i catalani, ma poi arriva il giudizio senza appello: «il 1° ottobre, nonostante il suo 90% di sì all’indipendenza, ha coinvolto il 42% dell’elettorato catalano, il che lo rende non solo un voto illegale secondo la legge, ma illegittimo a livello democratico. Questo colpo di stato istituzionale non era ovviamente il metodo giusto per far progredire la causa catalana». Causa che poteva e può, secondo lui, essere difesa solo da una soluzione federalista interna ai singoli stati, sul modello a lui ben noto del Belgio, una situazione intermedia tra lo stato nazionale centralizzato e l’Europa federale di micro-stati, sognata dalla fervida fantasia di Boldrin (che, sia detto per inciso, ricorda gli slanci teorici dei costruttori a tavolino di infallibili sistemi economico/costituzionali che infestavano la pubblicistica di metà Ottocento, altro periodo di forte crisi, e ridicolizzati in maniera magistrale da Frédéric Bastiat).
Il fatto è che anche Verhofstadt ha grandi piani per l’Europa, e deve aver sentito chi conta, tanto che il 24 ott. scrive: «Juncker, Macron e Tusk hanno tutti grandi progetti per l’Europa. Ma per raggiungerli, è fondamentale cambiare radicalmente il modo in cui oggi conduciamo l’Europa». E i catalani o i lombardo/veneti (quest’ultimi peraltro mai nominati)? devono evidentemente starsene buoni, per non compromettere il gradualismo necessario in temi tanto delicati. E così quando la situazione catalana precipita per la reazione di Madrid, e con Puigdemont che scappa in Belgio, a Bruxelles, sede degli organismi europei, dove forse pensa di trovare agganci, il leader liberale sbotta: «Una “fake independence” è ciò che io chiamo questa e non la riconosco».
Puigdemont è restato solo. Forse sperava che davanti al fatto compiuto almeno il federalista Verhofstadt facesse il salto verso gli indipendentismi, magari giustificandoli in qualche modo, ma così non è stato. Oltretutto il fiammingo è un politico troppo accorto per cadere in una simile trappola, meglio appellarsi a Macron e agli altri veri capi di Bruxelles.
Boldrin invece rilancia: «La federazione di cui (quasi) tutti riconoscono (a parole) la validità rimarrà una retorica (e forse dannosa) velleità fino a quando la società civile europea e le sue elite politiche non cominceranno a dibattere su come dissolvere gli stati nazionali in entità di minore dimensione e maggiore omogeneità socio-culturale».
Piuttosto strano questo richiamo alla società civile. L’operazione è però in fondo, e in generale, abbastanza scoperta: cavalcare l’onda e puntare tutto sulla contrapposizione “etnica” interna agli Stati, per mascherare il fallimento del federalismo, dell’autonomismo e, in Italia, del regionalismo più o meno spinto. Basterebbe tuttavia sintonizzarsi davvero con la società civile, quella classica, quella che produce, per capire come la pensa, e allora può capitare di imbattersi in un imprenditore come il veneto Francesco Biasion che dichiara a La Stampa di vedere un nemico dei propri investimenti in tutt’altra direzione: «Ho due presse, 8 mila tonnellate ciascuna, arrivate dal Giappone. Costate 17 milioni e mai installate. Ho richieste da tutto il mondo e non riesco a soddisfarle. Non mi lasciano ampliare lo stabilimento, e allora queste macchine restano imballate. Ci perdo io, ci perdono tutti: potrei dare lavoro a centinaia di veneti. Invece assumo all’estero …». Il referendum veneto? «Ma dia retta a me: non cambierà nulla. Anzi, potrebbe essere peggio: l’unica autonomia necessaria è quella da certi amministratori locali che ci impediscono di lavorare; Dio ce ne scampi se un domani avranno più poteri».
È diverso in Catalogna? Sembrerebbe di no, perché la società civile è la stessa, come i comportamenti dei politici autonomisti e separatisti al governo. Racconta su formiche il prof. Gaetano Sabatini, esperto di storia spagnola: «La conclamata scelta indipendentista di questo gruppo dirigente è servita in questi ultimi anni a coprire agli occhi degli elettori il sostanziale fallimento di una strategia politica che, nonostante la grande vitalità dell’economia catalana, ha portato alla formazione di un debito pubblico ormai ingestibile. Tutto questo sebbene gli accordi tra il governo centrale e la Catalogna prevedano che una serie d’importanti voci di spesa – e prima tra tutte le infrastrutture – siano sempre rimaste a carico dello Stato centrale».
Un’economia pur vitale abbinata a un regionalismo dalle mani bucate non può più reggere di fronte all’esplosione della crisi del 2008. Da qui la fuga verso l’autonomismo spinto e l’indipendentismo da parte di classi dirigenti locali —primitive dal punto di vista politico, storico e culturale (lo mette in risalto bene Sabatini)— che non ci stanno a fare i conti con la realtà e che si appellano alla piazza dei moderni déracinés (spesso è protagonista la proviancia, con il sostegno del clero locale, piuttosto che la grande città, si veda Barcellona). Le rivendicazioni “etniche”, le colpe addossate ai governi centrali, persino la falsificazione più o meno consapevole della storia, queste sembrano essere le costanti dei nuovi movimenti separatisti, che si sono inventati a supporto un “popolo” e un “nemico” di comodo, altra costante della storia.
luciano priori friggi

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