Giustizia sociale e capacità individuali
La necessità di contenere le disuguaglianze distributive è sostenuta da Dworkin, come presupposto per assicurare a tutti un’uguale importanza.

Il tema, da tempo dibattuto, è stato per lo più trattato sottolineando l’importanza delle procedure sociali o dei mezzi materiali dei quali i soggetti dovrebbero essere dotati per il rispetto della loro esistenzialità; sono stati soprattutto autori che si rifanno alla tradizione del liberalismo repubblicano, quali, fra gli altri, John Rawls, Amartya Sen, Ronald Dworkin, Quentin Skinner e molti altri, a porre la necessità che nelle società capitalistiche gli esiti della libertà positiva (libertà di), propria del liberalismo d’antan, fossero temperati e corretti da una libertà negativa (libertà da), sempre più allargata e precisata.
La necessità di contenere le disuguaglianze distributive è sostenuta, per esempio da Dworkin, come presupposto per assicurare a tutti un’uguale importanza. Questo assunto è fondato su due aspetti della vita dell’uomo, che Dworkin denomina teoremi della dignità umana. Il primo (teorema del valore intrinseco) assume che ogni vita umana ha un suo particolare valore oggettivo, per cui una volta che comincia è positivo che riesca a realizzare il suo potenziale, mentre è negativo che fallisca. Il secondo teorema (teorema della responsabilità personale) assume che ogni soggetto è responsabile del successo della propria vita per auto-realizzarsi. Le scelte di ognuno devono quindi riflettere la personale valutazione su come gestire la propria responsabilità per la propria esistenza.
I teoremi sono individualistici, nel senso che attribuiscono valore e responsabilità ai singoli soggetti, senza che il successo di ognuno di essi possa essere conseguito indipendentemente dal successo dell’intera comunità. I due teoremi, perciò, non potrebbero essere assunti come base comune condivisa se assumessero una valenza individualistica in questo senso.
L’idea implicita nella prospettiva dei due teoremi di Dworkin è che la piena realizzazione del progetto di vita di ogni soggetto deve poter essere collegato ad una strategia pubblica volta a garantire a tutti uno standard minimo di reddito disponibile pro-capite, sufficiente ad acquisire un paniere di beni per il superamento di ogni stato di indigenza (teoria dei basic needs). L’idea è stata successivamente riveduta, con il richiamo della necessità che il superamento dello stato di indigenza sia perseguito attraverso il trasferimento, non solo di beni, ma anche di servizi, soprattutto nel campo della sanità e della scuola.
Questa visione è stata successivamente arricchita dal punto di vista qualitativo da Amartya Sen, con la riformulazione del concetto di diseguaglianza in una più generale teoria dello “sviluppo dell’uomo”. In tal modo, l’approccio di Sen ha consentito di affermare che il superamento dello stato di minorità individuale deve andare ben al di là del semplice possesso di beni e della sola disponibilità di servizi; esso deve esprimere le capacità progettuali e di azione dei singoli soggetti. I beni ed i servizi sono solo un mezzo per un autosviluppo, ma non sono, di per sé, indice di sviluppo; occorre guardare a ciò che i singoli sono messi nella condizione di fare e di essere con i mezzi ed i servizi a disposizione, ma anche guardare a ciò che possono fare ed essere con le capacità che con quei mezzi e servizi possono acquisire; è a queste capacità che occorre guardare per giudicare lo sviluppo dei singoli soggetti.
All’approccio del come assicurare a tutti la capacità di realizzare il proprio progetto di vita, la Nussbaum offre una “base filosofica”, che serve a riscattarlo da una sua semplice considerazione in termini di politiche ridistributive, per riproporlo in termini di qualità della vita che con le risorse ed i servizi a disposizione è possibile migliorare; ma utilizzare l’approccio delle capacità, anziché quello delle risorse e dei servizi, significa, per la Nussbaum, non chiedersi quale sia il livello di libertà dal bisogno; significa piuttosto chiedersi che cosa i soggetti sono in grado di fare, nel senso che se è negata l’istruzione e la salute che alimenta la ragione e potenzia il pensiero e la progettualità, non vi è ammontare di risorse e di servizi materiali che possa garantire la dignità individuale.
Le condizioni che sono alla base delle capacità di alimentare la ragione e di potenziare il pensiero consentono alla Nussbaum di insistere sulla necessità che le politiche pubbliche, oltre che ridistribuire, predispongano anche le condizioni per il reale sviluppo delle capacità individuali, privilegiando il discorso su di esse prima ancora che sui diritti. Come conservare, allora, si chiede la Nussbaum, la forza universalistica dei diritti e, nello stesso tempo, far sì che essi garantiscano effettivamente una dignità della vita umana degna di essere vissuta? La risposta all’interrogativo porta la filosofa ad ipotizzare un modello organizzativo della società che, da un lato, non consideri fallita la giustizia del liberalismo, considerato che è sempre stato dalla parte di ciò che è giusto; dall’altro, sia in grado di comporre la competizione che sussiste tra l’aspirazione di ogni singolo ad acquisire una propria dignità-capacità e l’aspirazione ad eliminare ogni forma di ingiustizia, in modo che le due aspirazioni siano ricomposte in un funzionale equilibrio.
Sinora, però, va osservato che il liberalismo nel ricercare le modalità di ricomposizione della competizione si è limitato ad accettare solo ristrette interferenze delle istituzioni sociali per rimuovere, caritatevolmente, le situazioni più insostenibili, causate dal generalizzarsi e dall’approfondirsi delle disuguaglianza distributive. L’esito dell’azione delle istituzioni si è risolto in un “addomesticamento” della competizione, realizzato con la creazione dello Stato sociale, che sinora è servito solo ad attenuare il fenomeno delle disuguaglianze, ma non a garantire la dignità-capacità umana secondo l’approccio al problema formulato dalla Nussbaum.

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