Una ne fa e cento ne pensa. Oppure cento ne fa e una ne pensa? Il sindaco di Firenze Dario Nardella ha lanciato l’ennesima proposta destinata ad aprire un dibattito in città. Vuole “battezzare” le linea della tramvia (quella esistente e le due in costruzione), affrancandole dall’aridità dei numeri: linea 1, 2 e 3.
“Vogliamo aprire in città e soprattutto nelle scuole una grande consultazione per dare dei nomi alle linee della tramvia – ha annunciato – Chiamarle Linea 1, 2 o 3 è un po’ banale e vogliamo legarle alla città. Pensiamo ai nostri grandi artisti, intellettuali, scienziati o uomini del Rinascimento. Perché non chiamare le linee Brunelleschi, Michelangelo o Da Verrazzano?”. Già, perché no? In fondo sarebbe una suggestiva commistione tra il glorioso passato della città e il suo tentativo di stare al passo coi tempi, ad iniziare dal trasporto pubblico.
Tuttavia, se a colpo l’idea può solleticare l’amor proprio dei fiorentini e magari aprire la strada ad un referendum cittadino (rischieremo l’overdose?), a rifletterci un attimo la proposta ha dei lati quasi comici. Abbandonate per un attimo la nostalgia del passato e calatevi nella realtà quotidiana. Questo potrebbe essere un dialogo fra utenti: che linea devo prendere per andare al piazzale Michelangiolo? La linea Brunelleschi. E per piazza Brunelleschi? La linea Da Verrazzano. Allora la linea Michelangiolo dove porta? Al ponte Da Verrazzano… mi pare. Chissà, poi, dove finirebbero le carovane di turisti.
L’indicazione delle linee del tram, come quelle degli autobus o della metropolitana, devono innanzi tutto rispondere ad una logica di pratica e facile memorizzazione. Numeri e lettere sono i più idonei per uno schema del genere. Al limite si potrebbe concedere l’uso dei colori: la linea rossa, la linea blu e così via finché sono poche. Perché la linea pervinca o verde pisello non sarebbero sostenibili. Certo è che ad affidarsi ai personaggi del Rinascimento, come si dice a Firenze, si perde la strada per tornare a casa.
Francesco Matteini

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