
C’è un momento nella storia delle relazioni internazionali in cui la prudenza viene riscoperta come virtù strategica e l’impulso relegato a bozza. È in questo spazio intermedio che va collocato l’ultimo ripensamento del presidente degli Stati Uniti sull’ipotesi di un intervento diretto contro l’Iran. A uno sguardo distratto può sembrare incertezza. A uno più attento assomiglia piuttosto a quel particolare stile decisionale che alterna fermezza annunciata e cautela retroattiva. Nelle ultime ore le notizie si sono susseguite con la consueta disciplina del caos. L’attacco pareva imminente poi rinviato quindi rimesso in agenda secondo un calendario noto solo a chi non lo possiede. La fermezza del resto non esclude il riposo soprattutto quello notturno quando il mondo dorme e le decisioni maturano tra un post e l’altro. È quindi legittimo domandarsi quali siano le vere priorità dell’amministrazione americana. L’attenzione si è momentaneamente spostata su dossier strategici come la Groenlandia. Meglio non lasciare spazio agli alleati francesi e tedeschi notoriamente inclini ad avere idee autonome. Nel frattempo il Venezuela offre uno scenario più caldo e decisamente più oleoso. La nuova leadership emersa con entusiasmo e una certa fretta ha mostrato apertura soprattutto verso chi è in grado di trasformare la collaborazione internazionale in qualcosa di immediatamente misurabile. In questo contesto il petrolio torna a essere un eccellente argomento di dialogo più convincente di qualsiasi discorso sui valori. Non sorprende quindi che l’ipotesi di un riconoscimento simbolico come il Nobel per la pace venga messa in pausa. I premi come i conflitti necessitano di tempi adeguati e soprattutto di una narrazione credibile. E la narrazione migliora sensibilmente quando i risultati si contano in barili. Quanto all’Iran la questione resta naturalmente aperta. L’educazione geopolitica non figura tra le emergenze del momento. Potrà essere affrontata in seguito con strumenti più leggeri come dichiarazioni solenni. D’altronde la politica estera americana prosegue lungo una linea di coerenza tutta sua. Massimizzare l’interesse nazionale ridurre l’imprevedibilità quanto basta e lasciare il mondo in attesa mentre Trump decide se andare davvero a Teheran o limitarsi a farlo sapere. La paura in fondo può viaggiare senza visto.
Angelo Santoro

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