
Ciò che colpisce nel tentativo di dare una soluzione all’inaudita invasione russa dell’Ucraina non sono né i 28 punti del cosiddetto “piano Trump” da molti ritenuto troppo confacente ai desiderata russi, né i 24 punti del “piano di Ginevra” messo a punto dall’Unione Europea e neppure i 19 punti del nuovo documento Usa frutto della mediazione del Segretario di Stato americano Marco Rubio, bensì l’incredibile quanto imperdonabile assenza delle Nazioni Unite.
Sotto il ruolo di censore (spesso stucchevolmente ideologico), niente!
Il palazzo di vetro: l’Istituzione sovranazionale nata dalla seconda guerra mondiale con l’esplicita funzione di fungere da camera di composizione dei conflitti e delle controversie tra gli stati, non dà più segni di vita. Un’assenza ed una irrilevanza -quella dell’ONU- certificata anche nei piani di pace oggi sul tavolo dove si ipotizzano addirittura altre entità sovranazionali a garanzia del rispetto dei futuri accordi (punto 4 del “piano Trump”).
È proprio in questa grave e profonda latitanza che si riassume l’atroce novità ed il vero problema del nostro tempo: l’esigenza, cioè, di abbandonare l’assetto dell’ordine mondiale uscito dalla seconda guerra mondiale assieme alle istituzioni che lo hanno garantito fino ad oggi, per dare al “nuovo” mondo -quello che uscirà dai conflitti Medio Orientale ed Ucraino- una rinnovata stabilità e sicurezza. Il tutto -ed è qui l’immane difficoltà e la differenza dal 1945- senza essere passati da una guerra mondiale, ovvero, senza vinti né vincitori.
Ecco la questione!
Del resto, nel nuovo scenario multipolare, l’ONU: interprete di un mondo (trapassato) diviso in due blocchi, non ha più alcun senso né ruolo, come non ha (e non avrebbe) più alcuna ragione ogni ipotesi di guerra fredda.
Da ciò l’esigenza impellente di dare un nuovo assetto ad un sistema globale sempre più in fibrillazione ed alla mercè delle singole volontà (ed intemperanze) nazionali.
È in questo turbolento quadro che gli Stati Uniti: la nazione più potente del pianeta sul piano economico- militare e dunque la più responsabile nel mantenimento dell’ordine mondiale, hanno dovuto battere un colpo.
Va riconosciuto a Donald Trump l’ardire ma anche l’intelligenza politica di prendere il “toro per le corna” e tentare di escogitare (se non imporre) una soluzione negoziata ad ampio spettro (ecco la strategica novità) ai due principali conflitti in corso (Israele-Hamas e Russia-Ucraina) nell’ottica di “calmare le acque” e dare inizio ad un percorso di ridefinizione dell’assetto globale.
Finalmente il Presidente USA: quello “dell’America First”, quello del disimpegno internazionale, quello dei “muri”, sembra aver “cambiato verso”; sembra aver compreso l’importanza di una gestione attiva ed oculata della politica estera in funzione degli stessi interessi interni americani.
La telefonata che il presidentissimo Xi Jinping: l’«onnipotente» capo cinese, ha fatto -nei giorni scorsi- a Trump per garantire il sostegno della Cina alle iniziative di pace USA in Medio Oriente come in Ucraina e per un confronto su l’annosa “questione Taiwan” è forse il più grande ed inatteso suggello alla rinnovata centralità dell’America nel contesto mondiale.
Dopo anni di latitanza e colpevole disinteresse che il mondo ha pagato al caro prezzo di milioni di vite umane spezzate, gli USA sono tornati a rivestire la funzione di locomotiva diplomatica del mondo. Ruolo delicatissimo in cui servono coraggio, capacità di iniziativa, autorevolezza e, al tempo stesso, una sana spavalderia: virtù di cui la Casa Bianca -grazie anche a mediatori esperti- non sembra oggi far difetto.
Daniele Marchetti

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