Riflessioni a margine de La banalità del male
“sotto il terrore la maggioranza si sottomette, ma qualcuno no, così come la soluzione finale insegna che certe cose potevano accadere in quasi tutti i paesi, ma non accaddero in tutti”.

Dunque, dalla realtà dell’Europa soggiogata al regime hitleriano possiamo ricavare il criterio, prima ancora che l’essenza, dell’individualismo: in quanto avversati da una ideologia che, forte di una propaganda capillare, perpetrata attraverso mezzi per allora modernissimi (come la radio, il cinema, le adunate oceaniche e le correlate coreografie), voleva addormentare le coscienze ed asservirle ad una ‘legge’ arbitraria e disumana. Non dunque il compimento, semmai l’antitesi dell’individualismo. Anzi, la programmata spoliazione dell’individuo. Sul piano politico-ideologico, il drammatico trionfo della follia collettivista: quella che ha ispirato – pur nelle non irrilevanti diversità storiche di declinazione – regimi apparentemente opposti, legando con un filo invisibile Hitler, Stalin e Pol Pot.
Non casualmente l’imputato Eichmann risulta dalle pagine della Banalità come suddito integrale, essere umano deprivato della propria stessa essenza (una autonoma capacità di giudizio – anzi di ‘sentire’ prima ancora che di ‘pensare’) – amorale più che immorale: un automa asservito alla legge del Fuhrer, animato da uno zelo sconfinato nell’adempimento del proprio ‘dovere’. Che cosa resta dell”individuo’, domando, in tale esperienza dell’essere?
Non so, invece, se condividere il giudizio della Arendt sulle ragioni che mossero, per esempio, i cospiratori e l’attentato del 20 luglio 1944: “(…) questi uomini che sia pure tardivamente si opposero a Hitler pagarono con la vita e fecero una morte atroce; il coraggio di molti di loro fu ammirevole, ma non fu ispirato da sdegno morale o dal rimorso per le sofferenze inflitte ad altri esseri umani; essi furono mossi quasi esclusivamente dalla certezza che ormai la sconfitta e la rovina della Germania erano inevitabili”. Reputerei questa affermazione come inopportunamente definitiva e, forse, presuntuosa se non provenisse da una scrittrice che nella filosofia della propria narrazione sembra avere iscritto, per primo, l’equilibrio – che intendo anche come cautela nel giudicare. Ciò nondimeno, appare incredibile che la “macchia sul buon nome della Germania” abbia potuto prevalere, nella coscienza di tanti – se non di tutti -, sulla rivolta morale davanti all’intollerabile trattamento riservato ad altri esseri umani. E sovviene il dubbio che dietro tale ‘macchia’ abbia potuto celarsi (anche) qualcosa di più profondo. In che misura possiamo spingerci a giudicare un fenomeno insondabile come la coscienza dei singoli? Non è una ‘semplificazione’ di marca collettivista attribuire uniformità a quei fenomeni psichici che si chiamano ‘moventi’, ove regnano specificità e insondabilità?
Nel libro di Michael Baigent e Richard Leigh (“Operazione Valchiria”) si legge che l’oltraggio della Kristallnacht segnò in Stauffenberg [capo della congiura, ndr] una svolta decisiva nell’atteggiamento verso il regime nazista. Possibile che egli non abbia provato vergogna e che l’onore della “santa” Germania sia stato la sua prevalente preoccupazione? Anche il racconto di un altro congiurato, Phillip Von Boeselager (in “Volevamo uccidere Hitler”), giovane ufficiale di cavalleria della Wehrmacht, sostiene la domanda. Nel 1942 era in Russia, aiutante di campo del feld-maresciallo Von Kluge, e si imbattè per la prima volta nei crimini perpetrati dalle SS. La sua visione della guerra ne uscì capovolta: aveva creduto di combattere per un modello di civiltà mentre essa serviva un “totalitarismo omicida”. Per quanto condivisibile possa essere la demarcazione di Arendt tra coloro che avevano “conservato intatta la capacità di distinguere il bene dal male” e quanti furono raggiunti da “crisi di coscienza”, è sicuro che la compassione sia stata comunque estranea a quella crisi, che l’“individualismo competitivo” avesse cancellato in quegli uomini ogni traccia di umanità?

Spunti di riflessione su argomenti difficili suggeriti con acume e sensibilita’ per ricordare dignitosamente un dramma collettivo di un popolo che e’ dramma di ogni singolo individuo.