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Diario di un migrante non pentito e recidivo. Come amare il proprio Paese

Io sono stato un migrante e la mia testa non e’ affatto cambiata, e non mi sono fermato. Anzi.

di Vincenzo Donvito | 9 Ottobre 2016

I dati diffusi oggi sull’emigrazione italiana all’estero sono sintomatici. Anche perche’ non si sta piu’ parlando di quelle migrazioni che dopo la meta’ del secolo scorso videro molti italiani, magari con la valigia tenuta insieme da una corda, andare a cercare fortuna dal sud Italia al nord della stessa o nel nord del mondo: Belgio, Svizzera, Francia, Gran Bretagna e -i piu’ temerari- Usa, Australia, Canada. No, stiamo parlando dei migranti di uno dei Paesi che fa parte dei G7, uno dei Paesi fondatori e grandi animatori dell’Unione Europea, uno dei Paesi che e’ meta di molti fuggiaschi del mondo per fame e per guerra (pur se per tanti siamo solo un transito).
Io sono stato un migrante e la mia testa non e’ affatto cambiata, e non mi sono fermato. Anzi. Cominciai a girare il mondo da solo, dal paesello della provincia levantina dove abitavo e studiavo, da solo e avevo 14 anni (grazie genitori, anche perche’ la mamma era di Cagliari e fin da piccolo ogni estate passavo mesi dai nonni). Finito il liceo provai il grande salto, andare a fare l’Universita’ a Boston (mio padre mi guardo’ come un marziano), mi accontentai di Firenze, dove gia’ era andato mio fratello maggiore che si era appena laureato. Stiamo parlando del secolo scorso (1972), e nel mio peregrinare tra autostop e altro per l’Europa, avevo gia’ toccato con mano gli emigrati italiani, quelli piu’ poveri della mia famiglia, che vivevano talvolta in baracche dove mi ero fatto anche ospitare per conoscere meglio. Cosa mi mancava? L’aria, la speranza, il desiderio, la curiosita’ di arrivare in cima a quelle che sembravano montagne irraggiungibili: per capire, assimilare, accumulare,
elaborare e trasferire le mie speculazioni a vantaggio di chi non aveva avuto tanta temerarieta’ e opportunita’: la felicita’ e il benessere dell’altro come condivisione e speranza. E fu proprio quest’ultima che mi porto’ all’impegno civico da subito (dal mitico ’68 del secolo scorso in poi e tutt’ora). A 14 anni mi comprai una grammatica e qualche libro di esperanto e cominciai a studiarlo, ma non mi bastava per comunicare, nonostante il sogno di quella lingua. E il liceo prima, l’universita’ dopo, erano stretti, troppo stretti, soprattutto l’ateneo fiorentino intriso di baronie, ideologie dominanti (pur se contro la corrente dominante in quel momento nello Stivale). E poi ho continuato a vagare con la mente, col corpo e con lo studio e la vita -con base a Firenze- tra Comunita’ Europea (essenzialmente Bruxelles e Strasburgo) e Usa (Florida e California), prestando il mio “servizio civico” in ogni posto dell’Europa e non solo dove sentissi che potevo dare qualcosa (Istanbul,
Mosca, Praga, Belgrado, Ginevra, Tel Aviv, Budapest, Madrid, Lubiana), e mandai gente in giro per il mondo, ovunque, perche’ cercasse altrettanto e me lo raccontasse a partire dall’effetto della sua pelle, dalla Terra del Fuoco ai campesinos boliviani e ai bassifondi di Calcutta, dalle isole del Pacifico ai campi nomadi dei deserti del Sahel, dalle tribu’ amazzoniche a quelle della Tanzania e del Borneo.
No, non e’ un’agenzia viaggi come un business, ma la ricerca del meglio dopo aver visto, sentito e toccato: opportunita’ da cogliere pensando al nostro piccolo Pianeta e al nostro modello di societa’ economica, politica e sociale che lo sta consumando irreversibilmente.
Ora, a parte l’autobiografia di questo irriverente ormai oltre la sessantina (eh, si’, mi sono fatto prendere un po’ la mano…), tornando a tutte le testimonianze che si leggono oggi dei giovani che sono andati via e continuano ad andare via da questo Paese… attenuata una caratteristica tipica della mia epoca (la difficolta’ di comunicazione), cosa c’e’ che non andava quando io non ero sessantenne e che continua a non andare oggi? Oltre il trasporto, l’angoscia e il desiderio individuale? E poi, nell’era della comunicazione a 360 gradi? Credo che sia la mancanza di opportunita’, legata alla burocrazia asfissiante, al nepotismo, al doversi fare furbi per sopravvivere negando spesso quegli stessi principi che fanno finta di insegnarci a scuola. E per questo che continuo ad essere errante e dedito all’informazione e all’aiuto verso le vittime di questo sistema. Sperando che questa mia dedizione possa contribuire al cambiamento ma, siccome di vita ne abbiamo una sola, sto cercando di
salvare mia figlia (frequenta una scuola non-italiana di Firenze) quantomeno offrendole quest’opportunita’ per la quale io ho vagato e continuo a vagare nel Pianeta.
Sconfitto? Pronto a sputare sull’Italia? No. Solo -preso atto di un modo diverso rispetto a quando io avevo l’eta’ di mia figlia- metto in atto una riduzione del danno, per la mia irriverenza e per il futuro di una ragazza che sara’ piu’ libera di scegliere. E questo per me si chiama amore anche per il proprio Paese, come il Candido di Voltaire.

Vincenzo Donvito, presidente Aduc

Pubblicato in : Primo pianoTag: aduc, anni, belgio, bruxelles, estero, europa, firenze, francia, futuro, genitori, giovani, gran bretagna, informazione, italia, madrid, mondo, Rifugiati, scuola, secolo scorso, speranza, strasburgo, unione europea, usa

Info Vincenzo Donvito

Vincenzo Donvito, giornalista classe 1953, è fondatore ed animatore di Aduc (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori), della quale è Presidente.

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