All’indomani di una “sanguinosa” campagna referendaria il nostro Paese, che vive una profonda crisi di identità unita ad una stagnazione economica e sociale, si risveglia smarrito e con un certo senso di inquietudine per il suo futuro. Ormai da molti, direi troppi anni sembra che le uniche cose in grado di crescere siano debito pubblico e pessimismo.
Ed, allora, come accadde all’indomani della sconfitta a Custoza nel 1866, sorge quella stessa domanda che, quasi come un grido di dolore, prima che come un tentativo di analisi, sollevò Pasquale Villari: di chi è la colpa?
La colpa è dei molti politicanti che rubano o che comunque gestiscono la cosa pubblica a vari livelli guardando, non al bene comune, ma al proprio interesse personale o comunque di parte.
La colpa è dei tanti giornali che, piuttosto che raccontare ciò che accade ed essere avanguardia dell’opinione pubblica, tendono a creare realtà di convenienza, facendo sistema con gli apparati di potere.
La colpa è degli intellettuali che tradiscono quella che dovrebbe essere la loro vocazione di suggeritori di mondi possibili e felici per diventare servi mutevoli di principi sempre più occasionali.
La colpa è dei burocrati che, invece di rendere agile l’azione amministrativa, creano complicazioni continue che inceppano gli ingranaggi delle macchine pubbliche, suggerendo ai legislatori normative sempre peggiorative.
La colpa è del Parlamento che, lontano dalle esigenze del popolo, sforna leggi senz’anima che finiscono solo per ingessare ogni possibilità di impresa e creatività individuale.
La colpa è nel sistema educativo che dimentica l’esigenza di formare persone consapevoli e dotate di spirito critico per addestrare operatori, non sempre competenti, nelle più svariate branche delle professioni e dei mestieri.
La colpa è della televisione e della devastante pubblicità, che per aumentare i profitti della macchina del consumo svilisce e quasi uccide la parte più profonda dell’umano.
La colpa è di internet, che fa dimenticare la realtà consentendo di crearne una virtuale e parallela, che fa perdere la concretezza di un volto per cogliere l’ambiguità di un’immagine, creando solitudine nel mentre ci si immerge in una apparente moltitudine.
La colpa è dei ministri del culto che ripetono parole pallide e vuote, facendo mancare a chi li ascolta il conforto di una vera presenza, attraente, palpitante e piena di “infinito”.
La colpa è della congiuntura internazionale, ingenerosa nelle opportunità che ci vengono tolte.
La colpa è di Dio che non ci vede e che in fondo ci acceca sottraendoci la sua vista.
In fondo in fondo, forse la colpa è mia se non vedo i doni che il mondo offre e non riesco a goderne. Se non mi indigno fattivamente per il ladrocinio (dei nostri destini più che dei nostri beni materiali) o la pochezza morale che vedo ogni giorno, così finendo per non pretendere più neanche da me stesso quel massimo essenziale di etica personale e sociale. Forse è mia la colpa se non mi prendo cura delle persone che ho intorno e del luogo ove lavoro, senza capire che il lavoro, prima di darmi mezzi materiali di sostentamento, mi dà la dignità di essere umano. Forse è colpa mia se non mi lascio prendere dalla dolcezza della lettura di un libro né mi lascio commuovere dalla profondità di un cammino in cui si cerca un senso alle cose. Un cammino personale, individuale eppure da fare insieme ai miei simili.
Mauro Bove

Già, di chi è la colpa? Quante volte ce lo siamo chiesto? In questo scritto brillante, sincero, quasi una confessione, il prof. Mauro Bove, ordinario di diritto processuale civile all’Università di Perugia, ci pone di fronte a responsabilità,collettive e individuali, che non possiamo eludere.